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A. vuole fuggire dall’Afghanistan

Un nuovo messaggio lampeggia. Un sospiro di sollievo riempie per pochi istanti la stanza. Non l’hanno trovata. Non ancora. A. vuole fuggire dall’Afghanistan e non sa come fare. Ha contattato tutte le associazioni che ha potuto rintracciare ma le liste sono fitte e incastrate, gli spazi sono completamente intasati. Lei allora, ogni tre o quattro giorni scrive, in cerca d’aiuto, a chiunque trovi dall’altra parte della connessione.

“Ciao, mi ha scritto una ragazza Afghana ma non so come aiutarla. Abbiamo provato con Pangea ma sono pieni. Voi conoscete qualcuno? Le dico di contattarvi.”

Così A. è arrivata a noi. Messaggi educatissimi, in inglese e un’urgenza senza paragoni adatti.

A. ci racconta di sè, del perchè non è al sicuro a Kabul. Suo marito era violento, “mi prendeva a calci in testa quando il cibo che cucinavo per lui non era buono”. Nonostante lei lo abbia lasciato lui non si è mai rassegnato ed oggi, complice un sistema che impedisce alle donne di lavorare ed essere indipendenti, ha iniziato a braccarla nuovamente.

A. è un’insegnate. Ci invia qualche foto in cui sono ritratte le sue classi. Nella prima, posa con un gruppo di sei bambine, due abbracciate, tutte divertite. Nella seconda immagine, A. passeggia tra i banchi di scuola occupati da studenti maschi. Quello era il passato di A. Oggi è nascosta in una casa sicura, ma non troppo, da una persona amica. Nel frattempo il marito la cerca, e non è il solo.

“Il 15 agosto stavo facendo lezione, quando il preside è entrato e ha detto a tutti di andare a casa perchè i Talebani erano entrati a Kabul. Sono corsa a casa e go trovato mio zio, anche lui talebano. Era stato liberato dal carcere Bagram quello stesso stesso giorno. è partito per Kunduz pochi giorni dopo, voleva andare in Panjsheer a combattere. Dalla sua partenza mi sto nascondendo a casa di una persona amica.”

“Insegnavo chimica e e scienze sociali. Quando sono arrivata a casa mio zio mi ha trascinata in corridoio e ha iniziato a picchiarmi perchè, ha detto, facevo il lavaggio del cervello ai bambini con valori occidentali. Quando mia madre ha provato a fermarlo l’ha spinta via”

A. ha due fratelli di 14 anni e teme che lo zio possa convincerli ad unirsi ai Talebani. Sua sorella è vedova e ha due figli, per evitare di essere data nuovamente in sposa a qualcuno è partita alla volta del Pakistan, da allora A. non ha più sue notizie.

Ha provato a contattare diverse organizzazioni, ma non c’è posto e A. ammette di nutrire ormai poca speranza.

Ci scrive ogni tre o quattro giorni. E ogni volta che il suo messaggio compare un lieve sollievo riempie la stanza, quasi invertisse la gravità accumulatasi dall’impotenza e dal timore di non vedere mai più un messaggio. Non appena aperto il corpo del testo, però, la gravità si riaddensa. Soprattutto quando dice che le vengono le lacrime agli occhi nel vedere quanto “noi” dall’estero cerchiamo di aiutare. La gravità, allora si concentra nelle dita, perché non possiamo dirle che quello che stiamo facendo è niente rispetto a ciò che le nostre società potrebbero e dovrebbero fare. Perché lo sa probabilmente meglio di noi, perché ricorda i soldati occidentali, perché sa che mentre lei deve cercare una connessione di qualsiasi tipo, noi abbiamo sempre il telefono in mano.

Noi, noi due, possiamo fare ben poco. Cerchiamo di trovarle un posto in una lista, ma non è cosa semplice. E dovrebbe essere il nostro governo a stanziare fondi, destinare case e ampliare l’assistenza alle associazioni. Pangea qualche giorno fa ha potuto parlare in una sede istituzionale per cercare di ampliare la portata della azioni di sostegno.

Di oggi (25 Novembre 2021 NdR) la notizia che a Sharbat Gula, nota come “la ragazza afghana”, è stato concesso asilo in Italia.

Lo rende noto Palazzo Chigi sottolineando che la presidenza del consiglio “ne ha propiziato e organizzato il trasferimento in Italia, nel più ampio contesto del programma di evacuazione dei cittadini afghani e del piano del Governo per la loro accoglienza e integrazione.”

Ansa

Spicca all’occhio l’autocompiacimento con cui Palazzo Chigi ha scelto di principiare il lavoro di supporto per le persone afghane, partendo dalla donna più oggettivata e reificava dell’Afghanistan. Di Sharbat Gula, fotografata da McCurry nel 1985, non si è saputo il nome per lungo tempo, è sempre stata solo “la ragazza afghana” protagonista di uno dei ritratti più noti al mondo. Rintracciata dal National Geographic tempo dopo e ora in Italia, lei torna ad essere simbolo, oggetto di un’azione che guarda caso è iniziata proprio da un volto celebre.

Rimane da vedere se tutte le altre ragazze afghane, come A., riceveranno lo stesso supporto e la stessa tutela.

A. attende. “Ho poca speranza.”

A. è un nome fittizio, il suo nome vero e le foto non verranno pubblicati. La sua storia è stata qui pubblicata previo consenso. I dettagli sono stati vagamente alterati per tutelarne la sicurezza.

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