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Abolizionismo carcerario ep.1 Lingua Tossica

Dobbiamo ripensare la dimensione del carcere. Ripensare i perimetri stessi della criminalizzazione.

Questo è lingua tossica di alwaysithaka, il podcast in cui, attraverso l’analisi di parole tossiche e parole rivoluzionarie, cerchiamo di costruire una narrazione diversa, un linguaggio futuro congruente con le istanze del presente. 

Oggi parleremo di carcere e lo faremo da una prospettiva peculiare, per molti  probabilmente assurda. Analizzeremo e carezzeremo l’immagine di un mondo in cui il carcere non esiste.  Sì, avete capito bene, oggi parleremo proprio di abolizionismo carcerario.

Cominciamo con il definire cosa si intende con abolizionismo carcerario, soprattutto riprendendo l’origine del termine. L’espressione abolizionismo Carcerario indica e raggruppa le correnti di pensiero, sviluppatesi a partire dagli anni 70, che hanno come obiettivo l’abolizione delle carceri e del sistema carcerario. 

L’assunto di base è che il carcere non sia una soluzione, bensì un problema. Il carcere infatti rischia di essere un bacino di accumulo e, di fatto, non svolge la promessa funzione rieducativa finalizzata al reinserimento. Si tratta, sostanzialmente, di un vicolo cieco.

Le prime teorizzazioni dell’abolizionismo risalgono allo statunitense Joseph Smith, candidato presidente nel 1844. Nel suo programma elettorale era specificata la necessità di eliminare, salvi alcuni casi, la crudeltà della prigione. Angela Davis, una delle tre maggiori esponenti dell’abolizionismo e autrice del testo “abolire il carcere”, ricorda le posizioni di Mathiensen, norvegese abolizionista che già nel 1974 aveva ricondotto le rivolte nelle carceri, dopo il caso di Attica, alla necessità di ripensare il carcere. 

La dottrina è stata affinata e portata avanti dal lavoro di tre donne Angela Davis, Ruth Wilson Gilmore e Fay Honey Knopp. 

Il lavoro di Gilmore e Davis ha portato all’istituzione della CURB, un’associazione votata a contrastare la costruzione di nuove carceri.

Ruth Wilson Gilmore

I critici dell’abolizionismo carcerario definiscono questa idea “ingenua”, macchiata di scarsa consapevolezza rispetto ai mali del mondo. Una delle argomentazioni contrarie più diffuse prevede di  immaginare il caso in cui una persona aggredisca un parente o un amico della persona abolizionista. L’argomentazione sfrutta il carattere di empatia scatenato dalla prossimità dell’ipotesi al fine di screditare la tesi abolizionista, finendo invece con l’evidenziare la percezione del carcere come vendetta personale.

L’idea che il carcere debba racchiudere il male sociale è stata sublimata come punizione e soluzione per il male individuale con effetti sociali, invertendo quindi la posizione di responsabilità. Nel carcere vengono imprigionati corpi e biografie umane e la ragione non ha nulla a che fare con la rieducazione finalizzata al reinserimento nella società. Il carcere è diventato vendetta, espulsione sociale, sfruttamento e deresponsabilizzazione. La sospensione della vita civile e lo stigma che consegue all’incarcerazione vengono venduti ai cittadini come una vendetta del sociale per il personale ferito.

L’espulsione sociale è un mezzo subdolo di deresponsabilizzazione statale, permette infatti di far approdare nel carcere tutte quelle identità scomode al sistema, di rinchiuderle e, nel caso delle carceri private, lucrarvi sopra. I dati delle carceri americane, raccolti e analizzati da Sassen, sono un ottimo esempio di come il carcere venga usato sistematicamente per assorbire l’eccesso di popolazione attiva. La carcerazione di massa ha incentivato la privatizzazione carceraria, quindi il business della costruzione di luoghi di reclusione. Una persona statunitense su 100 è stata incarcerata, il dato sale a una persona su 31 se si annoverano anche la libertà condizionata e la sospensione condizionale e raggiunge il picco di una persona ogni 4 considerando anche i precedenti. La privatizzazione, avviata negli anni 70 con l’inizio dell’acquisizione delle istituzioni riabilitative da parte di privati, ha trasformato parte del sistema carcerario in un’impresa. Impresa che ha a propria disposizione una sterminata forza lavoro privata dei diritti basilari, con il benestare della popolazione non incarcerata.

Come pena accessoria, il profilo del carcerato deve essere privato delle tutele lavorative, anzi, il suo lavoro è considerato dovuto. Il lavoro carcerario può essere venduto a prezzi minimi, perchè non è finalizzato al guadagno del lavoratore ma dell’istituzione. Sassen riporta i nomi di alcuni brand che, negli USA, attingono a questa sacca di manodopera tra cui Chevrolet, Bank of America, Wallmart e Satrabuckcs. La privatizzazione e lo sfruttamento funzionano se la popolazione carceraria è ampia e costantemente rinnovata. Non mancano quindi i casi giudiziari in cui la carcerazione è stabilita a priori, celebre il caso dell’ex giudice Mark Ciavarella a cui sono state annullate ben 4000 sentenze. Carceri private si trovano anche in alcuni stati Europei tra cui Repubblica Ceca, Francia, Belgio, Germania, Ungheria e Irlanda. A livello extraeuropeo si ricordano Israele, SudAfrica e Canada.

Il carcere pubblico, però, non è scevro di dinamiche distorte, come ricorda sempre Gilmore, e il problema non è solo statunitense.  Il garante Nazionale dei detenuti italiano, Mauro Palma, ha da poco rilasciato un’intervista su Essenziale in cui ricorda la composizione della popolazione carceraria nel nostro paese. Le persone condannate per crimini gravi sono circa 1300 su 53000 individui detenuti. 53000, la maggior parte dei quali è costituita da – e cito- “chi nella società non ha trovato risposte”. Si parla quindi anche di persone senza fissa dimora, persone straniere, persone con dipendenze da droga o alcol, persone povere e/o con malattie psichiatriche. Il carcere è diventato l’ambiente di espulsione per eccellenza, quello in cui lo stato fa convergere ciò di cui non si vuole, o non si sa, occupare. Queste realtà sono i punti scoperti del nostro sistema sociale, i buchi enormi nella rete del welfare. 

Il carcere è quindi una deresponsabilizzazione dello stato, non solo perché non gestisce le eventualità di cui sopra con alternative alla criminalizzazione, ma anche perché usando il carcere come risposta si lascia il dibattito sulla devianza alla sfera individuale. Si parla solo di scelte di singoli, senza rintracciare le dinamiche di sistema, quindi quelle per cui lo stato è direttamente responsabile. Questo spinge gli stati ad incrementare la varietà dei profili criminali. Dalla legge sulle droghe del 1990, alla criminalizzazione della migrazione, una pluralità di problemi di sistema trova una risposta standardizzata: la carcerazione. 

La mentalità delle società carcerarie condivide l’idea che il criminale meriti il carcere e tutto ciò che ne consegue. Le persone subiscono un processo di deumanizzazione, diventano oggetti ingombranti e scomodi che devono accettare tutto, violenze e soprusi compresi. Il tutto si mescola alla problematicità di un settore così intriso di violenza machista. Sui corpi delle persone incarcerate si tracciano i confini del lecito. 

Zerocalcare, per Internazionale, ha curato un reportage sulle prigioni che mostrava come i criminali non ricevessero informazioni ufficiali sulla pandemia, isolati in quanto meno umani degli altri. Nel marzo 2020, nelle carceri italiane si sono verificate circa 30 rivolte, le più gravi dal dopoguera. Ricordiamo anche le foto dei detenuti indiani annaffiati con idranti carichi di disinfettante, o ancora le rivolte nelle carceri del Sudamerica in cui le persone morivano senza assistenza sanitaria.

Il carcere è un muro sociale a cui siamo abituati, che distacca l’umano per bene dal criminale, di cui si dimentica tutto, soprattutto il diritto. Non è ingenuo pensare che gli stati debbano investire per rendere il sistema più equo, quindi meno capace di creare crimini e dinamiche violente, come nel caso della cultura dello stupro. 

L’abolizionismo carcerario è un’idea che immagina, e realizza come dimostrano Gilmore e Davis, un mondo più equo e stati più responsabili. Un mondo in cui il primo pensiero non è il male da agire sul prossimo o la punizione che annichilisca l’umano, ma la convivenza e la redistribuzione del privilegio.

Per questo primo episodio è tutto, speriamo che l’abolizionismo carcerario vi abbia interessato, vi faccia discutere e, soprattutto, diventi una delle parole del linguaggio presente per costruire un futuro diverso. 

Grazie per essere stat* con noi ci leggiamo nel prossimo episodio di lingua tossica.

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