Auschwitz non è un’attrazione turistica.

Gennaio 2, 2020 Always Ithaka 2 comments
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Auschwitz non è un’attrazione turistica. Auschwitz è un monumento storico, una struttura immensa in cui dolore, orrore e memoria convivono narrando di un passato troppo recente che, purtroppo, sembra ancora sopravvivere seppur in forme e fogge diverse. Non ci dovrebbe essere bisogno di specificarlo, dovrebbe essere assodato, eppure, nell’era in cui il turismo di massa riversa fiumi esondanti di turisti armati di selfie stick e di foto salvate in cartelle su instagram da copiare, anche i luoghi della memoria e della riflessione sembrano divenire semplicemente uno dei luoghi da vedere di una città.

Auschwitz

La prima volta che siamo stati ad Auschwitz insieme siamo rimasti ad dire poco interdetti dalla gestione degli ingressi. Per norma i campi di concentramento sono ad accesso gratuito. Auschwitz pare far eccezione, infatti l’accesso gratuito viene consentito in specifiche fasce orarie che, però, non vengono rispettate a causa della lunga coda in cui i visitatori vengono ammassati gli uni sugli altri in attesa che la loro finestra temporale svanisca. Dopo di che vengono incanalati nelle code per acquistare l’ingresso con guida per circa 20 euro cadauno. Al momento dell’acquisto ci è stata chiesta la nostra nazionalità e, di conseguenza, ci sono state consegnate due auricolari per poter ascoltare la nostra guida con un adesivo colorato. Un adesivo con colore diverso per ogni nazionalità, da incollare al bavero della giacca prima di entrare e da rimuovere solo all’uscita.

Auschwitz

Durante la visita ad Auschwitz non ho fatto altro che guardare nervosamente quell’adesivo sulla mia maglietta e quello di Save, provando un misto di nausea e di sconforto.

La vista a  Birkenau, noto anche come Auschwitz II è decisamente diversa. L’ingresso è totalmente libero e costeggia i lunghi, interminabili, binari che permettevano ai treni di scaricare le vittime direttamente all’interno delle mura. A Birkenau come ad Auschwitz abbiamo notato la marea di persone, molte in visita da Israele, che osservavano le baracche con aria persa e affranta, qualcuno con il viso percorso da lacrime trasparenti.

I visitatori, però, non hanno solo il volto dell’emozione profonda che un luogo come questo suscita. Alcuni erano concentrati, non sulle guide preparatissime che illustravano storie segrete e non della vita nel campo, bensì sugli schermi dello smartphone, chi per un selfie, chi per una foto più impegnativa. Anche io mi sono riscoperta più volte con l’occhio premuto nel mirino dell’obiettivo, come se la lente avesse il potere di catturare ciò che abbiamo visto. Ebbene non è così, una visita ad Auschwitz è fatta di suoni cupi e silenziosi, di sospiri, di sole o nuvole, di persone che si stringono improvvisamente per mano, di anziani che appoggiano la mano sulla spalla dei figli, improvvisamente bisognosi di sostegno,di manciate di persone che scavalcano i binari evitando di sfiorarli con le scarpe quasi come fossero infetti o, peggio, capaci di riportare indietro l’orologio a quando erano caldi per le ruote appena scorse su di loro.

Nell’obiettivo queste immagini scorrevano veloci, ma piano piano ho iniziato a fotografare gli altri, quelli con il selfie stick, quelli in posa, quelli che saltavano sul vagone accanto al binario morto per una foto.

Auschwitz

Pochi giorni fa siamo tornati a Cracovia. Amiamo visitare questa piccola città polacca, gremita di bellezza, spesso adombrata dall’aria cupa di Auschwitz situato ad appena 60 km. Per caso, un giorno, abbiamo deciso di visitare il MOCAK, il museo di arte contemporanea di Cracovia, adiacente alla fabbrica di Schindler.

Ci ha colpito l’onnipresenza dei grigiori dell’olocausto nelle opere, la vivace assenza di tale dolore in poche altre, ma, soprattutto, due opere ci hanno fatto fermare, pensare, per ragioni diverse.

Una si trova in una nicchia, ricavata apposta. Si tratta di un video, proiettato a loop, di una studentessa d’arte di cui non ho voluto segnarmi il nome. Nel video  ha ritratto un viaggio fatto con alcuni membri della sua famiglia nei luoghi della memoria, in particolare ballavano tutti su “I will Survive” di Donna Summer, indossando il nonno una maglia recante la scritta “Survivor” e lei ed i cugini una recante la scritta “2nd generation”. Ho provato disagio. Disagio per l’onnipresenza di lei nei video, disagio per chi non è sopravvissuto. Credo volesse essere un messaggio di speranza, ma qualcosa nella realizzazione ha portato ad un degenero grottesco.

L’opera che, al contrario, ci ha sorpreso per la sua semplice genialità è stata realizzata da Agata Siwez e s’intitola “Original Souvenirs Auschwitz-Birkenau . L’opera consiste in un piccolo chiosco che, da lontano, sembra essere un normale chiosco di souvenir del museo. Sugli scaffali, però, trovano posto piatti recanti la scritta “il lavoro rende liberi” e quadri con acquerelli ritraenti il campo di concentramento più famoso al mondo. All’esterno, nelle edicole, sono esposte vivaci cartoline e, in primo piano, sono appese magliette con il pattern delle divise dei prigionieri o grossi teschi. Infine, canovacci da cucina in tema si affacciavano sulla sala dal banco centrale.

Auschwitz souvenirs

L’artista, con questa opera semplice ma geniale voleva far riflettere e ricordare al mondo che i campi di concentramento non sono luoghi di turismo, semplici punti su una lista di luoghi da spuntare. Sono luoghi da visitare, almeno una volta vita, da conoscere, da comprendere, da temere, ma, più di tutto, da rispettare.

Nella descrizione si legge come l’artista “abbia voluto esageratamente enfatizzare il lato consumista del turismo”. Siamo rimasti a lungo ad interrogarci sul significato dell’opera. Sul blog abbiamo spesso parlato dei campi di concentramento che abbiamo visitato o di Tuol Sleng, ma l’abbiamo fatto con il dovuto rispetto? Quello che più ci siamo domandati è se sia possibile chiedere al turismo di smettere di essere così depensato e superficiale, se sia fattibile costruire una coscienza che porti i turisti a visitare questi luoghi senza riproporre quei comportamenti standardizzati che sono inaccettabili in certi ambienti. Ci siamo chiesti infine, se sia il turismo pronto ad abbandonarli del tutto, a diventare conoscenza e se, noi, nel nostro piccolo, siamo in grado di are un contributi in questo senso.

Spesso si leggere di persone che vogliono essere definite viaggiatori e non turisti, quasi turista fosse una parolaccia o un insulto. Non lo è, significa solamente che il viaggiatore è mosso da scopi di svago o da interessi di ordine culturale nei confronti dei luoghi visitate. Un turista, per definizione, è in grado di visitare Auschwitz considerandolo con il rispetto che merita un luogo dove hanno trovato la morte 1,1 milioni di persone.

Ciò che conta non è l’etichetta con cui ci si identifica, ma la dignità che si sa attribuire ai paesi oggetto di viaggio. Non sono parchi giochi, non lo sono le chiese o i templi, le strade, gli animali, le “attrazioni”, le persone o la storia. Sono luoghi di vita e meritano di essere esplorati come tali, con umiltà. Auschwitz non è un’attrazione turistica, è un luogo da visitare, da osservare in silenzio, di cui leggere la storia, in cui porsi tante domande dandosi infine una risposta sola: “mai più”:

Un luogo dal quale bisogna uscire coscienti di cosa è stato e di cosa sta ancora oggi accadendo nel mondo, vogliosi opporvisi, di fare la differenza, per quanto piccola possa essere. Anche con un semplice post su un blog.

2 Comments on “Auschwitz non è un’attrazione turistica.

  1. Quanto mi sono ritrovata nelle vostre parole. Io sono stata a Dachau e anche io ho provato alcune delle vostre sensazioni.
    La visita a un Campo di Concentramento non è mai facile. Per mille motivi. Tra questi il turismo di massa, la maleducazione e la superficialità.
    Io mi sono fermata più volte a pensare se io stessa stessi affrontando la visita nel modo giusto, corretto. Quel che mi sono risposta è che non esiste un modo perfetto per visitare questi posti. L’unica cosa che non deve mai mancare è il rispetto. Per quello che è successo, per gli altri, per il dolore.
    Non è facile visitare un luogo di tristezza e di orrore come un Campo di Concentramento e le riflessioni che ne scaturiscono sono sempre tantissime.
    Mi ha fatto piacere leggere il vostro post.

    1. Siamo davvero felici di saperlo! Credo che uno degli obiettivi secondari di questi luoghi di memoria sia proprio porsi delle domande, anche semplicemente sul come e il perché si stia affrontando una visita del genere. Fare dell’autocritica, domandarsi se in effetti non si possa avere un comportamento ancora più rispettoso è già di per sé sintomo di una profonda sensibilità. Grazie mille per aver lasciato questo commento bellissimo e prezioso!

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