Bangkok, diario di viaggio

Gennaio 16, 2018 Always Ithaka No comments exist

16 Gennaio 2017 / by Always Ithaka

Martina Miccichè

Bangkok è frenetica. Mi sento come se fossi prigioniera del mare aperto, immersa fino al mento in flutti scuri e caotici, incapaci di darmi tregua. E cerco un’isola. Una salvezza,continuando a respirare.

Il Tuk tuk corre, indemoniato, tra auto e motorini, facendoci oscillare. Si ferma proprio davanti Wat Pho. Scendiamo, e ci tuffiamo in questo templio immenso, alla ricerca di quel viso familiare che forse saprà dare un freno a questo carosello che sovraccarica i nostri pensieri.

Siamo subito attratti dai Phrang altissimi, ricoperti in mosaici di ceramica cinese. Nelle scanalature perfettamente simmetriche, tra fiori di ceramica gialla e verde, riposa un gatto bianco e nero, gli occhi chiusi. È quieto ed assorbe il calore del sole. In un attimo la mente vola al gatto dormiente, piccolo e pacato ornamento di un templio inerpicato sui monti in quel meraviglioso Giappone che,sempre più spesso, mi torna alla mente come fossi ancora lì.

I chiostri si susseguono infiniti, i chedi conici e slanciati si alternano ad altrettanti phrang. E i mille buddha ammiccano da ogni angolo. Passiamo in rassegna decine di statue in oro, poste l’una accanto all’altra. Buddha magri. L’espressione è fluida, in tipico stile thai. Gli occhi socchiusi, la texture del lavorato è liscia. I capelli incoronano il viso con i loro mille riccioli stretti, che svettano a  punta innalzando lo sguardo verso il cielo.

Ma stiamo ancora cercando qualcosa.

Una stupa gremita di genti ci suggerisce che forse, quella sublime opera è proprio lì. Sembra assurdo a dirsi vista le dimensioni ristrette, ma tentiamo. Si entra scalzi, portando le calzature a mano, in sacchetti che andrebbero riconsegnati. Il Buddha reclinato è davanti ai nostri occhi. Immenso, il viso disteso appoggiato alla mano destra. il fianco svetta verso l’alto. Non è facile avvicinarsi. Selfie stick, cellulari, macchinette digitali, gopro ed altre estensioni tecnologiche ostruiscono la vista. Pazientiamo, la folla si muove compatta. Ed ecco i dettagli, le piccole foglie d’oro di cui è coperto si distinguono. I segni del tempo. le impalcature del restauro. Infine i palmi dei piedi. Ricoperti di madreperla, offrono allo sguardo la pregevole rappresentazione delle 108 scene augurabili incastonate di conchiglie in stile misto cinese ed indiano. Mi soffermo sulla seconda celletta, l’unica di cui ricordi l’istanza primaria, l’Unità nella diversità.



Usciamo. Anzi, veniamo rigurgitati fuori dalla seconda ondata di folla scalpitante. Prima di lasciare la sala scorgo un fedele accostarsi ai piedi del buddha.

Congiunge le mani, china il capo. Appoggia la fronte ai piedi del Buddha. Le due mani seguono , parallele al viso, in una porta annodato un mala. Prega bisbigliando. C’è molta intensità in quel che le sue labbra sillabano. Vedo i muscoli del viso seguire la preghiera. Ma anche il corpo. D’un tratto si ricompone. Ricongiunge le mani, s’inchina ed esce, sciabattando.  Il signore dev’essere tedesco dall’aspetto. Si muove veloce ma pare sereno.

Svoltiamo in altri chiostri. Un Buddha cinese ci colpisce. Grasso, sorridente, dai cento menti molli. È così bello, molto più bello di quei magri dagli occhi socchiusi. Sarà sciocco dirlo ma, alcuni posseggono un piglio altezzoso. Questo Buddha è sinceramente sereno.

Il giorno successivo siamo di  nuovo in cerca.

Il taxi ci lascia al monte d’oro. Una collina in mezzo a Bangkok, da risalire a piedi, percorrendo i gradini immersi in una giungla di liane. Vapori e rumori. Una fila di gong. Infine, sulla cima,ammiriamo la città. Grande, davvero grande. Dall’alto,però, non giunge il suo caos. Scorgiamo per caso una piccola scala, ci inerpichiamo e  raggiungiamo il tetto. Il Chedi d’oro , gigante, riluce nel sole. Il vento soffia e muove le campane incastonate di voti incisi in piccole foglie d’ottone. Musica di vento nell’oro della luce. Passano due monaci. Poi ancora, dei bambini. Di nuovo un fedele. Si china, si concentra. Ammira. È il tedesco dell’altro giorno. Oggi mi sembra più inglese. Domani chissà, il suo spirito si muove veloce. Come Bangkok, che finalmente, riesco ad apprezzare. In questa cima di pace, sotto un cielo rovente, nel cuore del Sud est asiatico.

 

 

 

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