Cubanità, chiavi di lettura di un’isola immobile

Febbraio 2, 2017 Always Ithaka No comments exist


Cubanità, chiavi di lettura di un’isola immobile

03 Febbraio 2017 / by Always Ithaka
Martina Miccichè

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Le persone s’innamorano facilmente di Cuba, con la medesima naturalezza con cui s’infatuano i fanciulli e la stessa tenacia che porta a tornare più e più volte sull’isola, alla ricerca di quel Je ne sais pas alla base di tutti i grandi amori. In balia di questo sentimento l’isola diviene persona, soggetto di adoranti narrazioni in cui ella muta nell’unicità dell’occhio narrante, colorandosi del possessivo “la mia Cuba”. Una personificazione d’uso comune , udibile con regolarità in Francese, Italiano, Inglese e Russo, i molteplici amanti dell’eclettica isola. Dinamica ma fedele, capace di ammaliare ed angustiare con il medesimo gesto, in un climax di fascino e inquietudine disarmante. La mia Cuba, spesso, è più un’immagine ideale, lunga ed affusolata, carenata dalle spume del mare color del vetro.

La legge e il regime godono di un timore reverenziale e ampiamente diffuso

Eppure, esiste una vera Cuba, una Cuba reale, che odora di benzina e fogliame umido, fatta di sguardi fugaci, sorrisi sottili e ambizioni indicibili. Una Cuba celata, timorosamente custodita dai suoi figli. Loro, i Cubani che poco raccontano ma tutto lasciano trapelare. Loro, che non sanno essere onesti per deformazione storica, loro che bramano la leggerezza delle verità effimere ma vivono schiacciati dal peso di una verità scomoda. Loro che declinano sè stessi in modi talmente simili da sembrare tutti fratelli, uniti nell’amore per la loro isola, fusi in quella Cubanità a cui Castro inneggiava per smuovere le masse e rivendicare un’identità popolare da cui scatenare il furioso potenziale che anima le rivolte. Viaggiare nella Cubanità,schivandone i colpi e accogliendone i doni, è raro, un bene di scarto osteggiato da enti turistici e da quel medesimo establishment che disprezza il lusso in cui il turismo viene rinchiuso. Lo stesso establishment che cerca di di infiltrare il turismo nelle aree rurali e autentiche, confidando nella lealtà dei suoi cittadini, che mostreranno con orgoglio le fatiche senza mai piangere le pene. Il dolore manifesto è costume solo nei lutti, nei dolori del cuore. Ed è obbligo nel grande lutto del Lider Maximo, spentosi a Novembre 2016, per cui 11,05 milioni di persone si sono fermate omaggiando il padre con quel cantilenante “Hasta la Victoria Siempre, Comandante”. Un Duelo nazionale, che ha imposto silenzio e sobrietà, privando di musica e alcool i Cubani. E non solo. Nel vero spirito di Cuba, il divieto era esteso anche ai turisti, tant’è che i locali loro dedicati dovevano osservare il divieto di servire alcool, persino al Floridita o alla Bodeguita del Medio. Eppure, in perfetto stile proibizionista, qualche locale ci ha offerto ottimi Mojitos, carichi di rum al punto da farci barcollare a fine pasto. Ecco il primo segreto di Cuba, della loro Cuba. La legge e il regime, di cui risulta impossibile,se non inutile, stabilire dove termini l’uno e inizi l’altro, godono di un timore reverenziale e ampiamente diffuso. Per essere precisi, le pene e le conseguenze delle infrazioni contro di essi, godono di quel terrore che solo i totalitarismi sanno infondere. Nonostante ciò, nonostante le tremende e potenziali conseguenze di atti illeciti o talvolta anche solo indesiderabili, se v’è uno spazio d’ombra tra la legge e la sua applicazione,se esiste una minima crepa tra il divieto e l’atto, i cubani la scorgono e vi si annidano, facendo di quell’intercapedine la loro casa. Questo, pur apparendo l’esatto contrario, è un lato luminoso e forte della Cubanità, l’incredibilie abilità di sopravvivere a tutto e nonostante tutto, di riuscire a tirar fuori un tozzo di pane da una giungla inabitata. Questa ricerca del minimo indispensabile, del plus per sopravvivere si declina agilmente in danno al turista. Un danno di superficie però, che tutt’al più ne alleggerisce le tasche lasciandolo beato e sereno con la convinzione di essere furbo e scaltro come nessuno. Il danno fisico, la violenza e la ruberia non rientrano nel repertorio dei cubani, perchè esistono poche pene severe e truci come quelle a carico di chi sporca l’immagine del paese agendo a danno di un visitatore. Il colpo deve essere impercepibile, sottile, una truffa da poco animata da grandi sorrisi e coronata dalla tipica idea di esclusività che il turista va cercando.

L’isolamento impedisce loro di lasciare l’isola fisicamente

 

È un elemento cruciale questo, perchè il turista non rappresenta solo sè stesso in forma di denaro sonante e leggerezza da vacanza, ma è immagine di qualcosa molto più intenso. Egli rappresenta il mondo esterno in una terra in cui nulla esce e nulla entra, nulla sfugge tutto torna. La cubanità, si colora di un’altra caratteristica, la solitudine. Di un popolo bloccato dentro sè stesso, che non osa guardare al di là dell’orizzonte perchè quando e se dovesse accadere significa che si trova seduto su una barca di fortuna, che veleggia nello stretto della Florida, perso in un nulla saporito di blu. Un blocco spaziale che non riguarda solo la conoscenza, ma anche il tempo. La Cubanità, non invecchia, non cresce e non si muove. L’isolamento impedisce loro di lasciare l’isola fisicamente, estendendosi, però, anche a livelli più spirituali. Cuba cambia e si evolve su un punto, annullando il principio stesso di asse temporale. Un vertice statico, in cui l’archè, il principio ordinatore, è la Rivoluzione. Alfa e Omega, creatrice di ogni cosa, e distruttrice di tutto il resto. Essa è potenza ma al contempo limite, un ossimoro che ha disegnato un confine di trionfo da cui la mente cubana cerca di non uscire. Il presente di Cuba si svolge in un lasso di tempo passato, incastrato tra il 1953 e il 1956. Tutto è stato, è e sarà in funzione di quei tre anni di ribellione, di patriottismo, di sangue e e ideali urlati nella giungla. La Rivoluzione a Cuba non è storia, è carne. Istituzione e madre biologica di tutte le cose. Un’entità senza confini in cui ogni cubano può ricamare ambizioni, aspettative e sogni. Tutti, tranne uno, un desiderio diffuso ma che non può essere chiamato per nome, un sussurro che si fa grido all’orecchio di chi sa ascoltare.

Ammirano la tecnologia, gli abiti e la conoscenza di lingue che non siano Russo e Spagnolo

Il possesso. La cubanità tanto amata da Castro, oggi si tinge della brama di cose, proprietà, denaro, beni. Un cicaleccìo,fatto di afflati di emancipazione e curiosità. Un brusìo sommesso che diventa voce proprio nella confidenza con il turista, quando chiedono, grandi e piccini, di mostrare l’I-phone o il Samsung e di farglielo tenere in mano. Un tesoro prezioso, che gli illumina lo sguardo che vaga tra le pagine del telefono cupamente consapevole che, fuori dall’Isola, l’archibugio sia in grado connettersi ad Internet, senza limiti o controlli, e che, tra poco tempo, quando per loro sarà ancora un modello all’avanguardia, diverrà obsoleto, sarà gettato e sostituito con un modello, che, al prezzo di lancio, varrà come un monolocale a Cuba. Ammirano la tecnologia, gli abiti e la conoscenza di lingue che non siano Russo e Spagnolo, le lingue dei compagni. Poi però, la magia s’interrompe. Svanisce. La vulnerabilità viene colta e si richiudono a riccio, magari raccontando aneddoti su improbabili miracoli medici che hanno salvato la vita di un turista, che risvegliatosi dall’assurdo trauma si alza in un epifania di estatica consapevolezza, organizzando subito il suo trasferimento sull’isola della sanità gratuita e infallibile, delle scuole statali ed efficienti e del potere popolare. Cuba si protegge. Ha conosciuto un unico successo e lo ha abbracciato come assoluto, fonte di speme e legittimazione di potere. E non può permettere a nulla o a nessuno di intaccarne la splendida corazza, che al microscopio si rivela una sottile campana di cristallo resa infrangibile dalla devozione degli stessi cubani. Cuba non parla male di sé e detesta chi lo fa, specialmente se è un suo figlio. Il lamento è irrispettoso, il lato fallimentare della realtà è superfluo. Organismo efficiente, si occupa di attaccare ella stessa le sue parti quando, colte da furore patologico e, certamente, istigato dall’esterno capitalista, protestano, si lamentano o, peggio che mai, si ribellano. Le fedeli cellule si occupano di vegliare sulle sorelle cancerogene, di identificarle chiamando gli anticorpi preposti alla loro deportazione o, se null’altro può essere fatto, demolizione. Il seme del malcontento popolare non può sbocciare a Cuba. Paradossale, considerando che è stato proprio il medesimo spirito a ribaltare il regime di Fulgenzio Batista. Geniale, se si riflette sul fatto che Castro abbia saputo sia istigare e  sia contenere la medesima forza, plasmandola a suon di patriottismo e reclusioni.

L’unico vero senso di giustizia in Cuba è Cuba stessa

Il popolo di Castro. Il popolo Cubano. Che si racconta coincidano sempre e comunque. Che l’uno ami l’altro come un figlio suo. Che l’uno sarebbe morto per l’altro che,ora, cerca di sdebitarsi in ogni modo. Il paradiso del popolo, spesso lo definiscono, persino gli occidentali. Il 100% della popolazione sa far di conto, leggere e scrivere e la medesima percentuale può rivolgersi al servizio sanitario gratuito come e quando vuole. La perla dei Caraibi riluce dello scintillìo di tali eccellenze, o presunte tali, mascherando sotto la sabbia avorio il suo lato oscuro, quello del controllo dell’informazione, del divieto di lasciare il paese, delle detenzioni dei prigionieri di coscienza, detenuti per questioni religiose e politiche. Un insieme di carcerati che, fino al ’79 annoverava anche gli omosessuali, disprezzati pubblicamente da Castro e definiti come indegni di rappresentare l’ideale rivoluzionario, un incubo in grado di infettare la sua idea di Cubanità. Il paradiso del suo popolo che, a conti fatti, non corrisponde con il popolo nella sua interezza. Non c’è una Cuba personale per quei prigionieri nè per chi è semplicemente affamato e curioso di conoscere qualcosa al di là di quel muro di idee. La “loro” Cuba non esiste, per loro non c’è la Madre Rivoluzione e Padre Fidel. Ma questo è, in quel mondo senza rotazione, una vita onnipresente ma accuratamente sommersa. E questo perchè la Rivoluzione, il Regime e Castro fanno leva sul lato più focoso della Cubanità, l’orgoglio. Fieri come pochi altri al mondo, i Cubani difendono quel centimetro di luce che filtra dalle feritoie impolverate e sudice della Rivoluzione, ispessite dalla povertà ed irrobustite dalla pressione del totalitarismo di più lungo corso al mondo. Quel centimetro che, spesso, è la fierezza di vivere in un paese che fornisce una casa a tutti, la convinzione di essere l’unico popolo libero al mondo, la credenza che al di fuori il mondo sia meschino e senza quegli scrupoli che il loro defunto padre, il loro Lider, sicuramente si faceva. L’orgoglio, la vera arma di Cuba, quella che ottunde e nasconde, che anche davanti alla realtà dei fatti mente senza pudore, convinto di agire nel giusto. Perchè l’unico vero senso di giustizia in Cuba è Cuba stessa. Il dovere supremo, salvarla da Batista prima, dagli Usa poi, dal consumismo in seguito e,oggi, dalla verità.

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