Dopo il Coronavirus: che tutto non torni come prima

Aprile 27, 2020 Always Ithaka No comments exist
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La speranza che vibra dietro i vetri delle finestre degli Italiani è che tutto torni come prima. Si spera che uscire di casa torni ad essere la normalità, che sfiorare una persona tra gli scaffali del supermercato non generi la paura di essere stati in qualche modo contaminati, che sia confermata la fine della quarantena il 4 maggio liberandoci dalla clausura. Si spera nei pranzi della domenica tutti accalcati attorno ad un tavolo, un po’ stretti e un po’ impacciati nel muoversi. Si spera nelle gite fuori porta, nella cena all you can eat, nel non dare più nulla per scontato e nel poter riprendere a fare shopping in Corso Buenos Aires. Le speranze più politicizzate e attente parlano di un’estate italiana, in cui far fiorire il turismo nel nostro bel paese, anche in risposta ai trattamenti ricevuti in questi mesi dagli altri. Quali onte e quali altri, non è dato saperlo. La colpa è sempre lì, “gli altri” e la soluzione è sempre facile “noi”.

Spero che queste speranze siano tradite. Non esco di casa da due mesi e il 4 maggio non uscirò. Perché quando avremo di nuovo libertà di movimento sarà bene usarla con parsimonia. Il 4 maggio non è una data incisa sulla lapide del Coronavirus, ed è bene capire questo concetto. Il Coronavirus è ancora vivo e rimarrà con noi per un tempo relativamente lungo. L’insegnamento che dobbiamo trarre da questa quarantena non è quello di apprezzare le piccolezze della vita per costruirci un altro castello di carta da cui osservare le colline in fiore, un’architettura pensata per non far cadere lo sguardo su ciò che accade alle pendici del castello, quelle di cui si sa l’esistenza, ma che, in fondo, non sono poi così importanti. Non di fronte alla bellezza delle piccole cose, dei prati in fiore, delle risate dei bambini che giocano a palla, delle rondini in volo sopra Milano, dei canali di Venezia limpidi come vetro.

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Fa quasi male pensare che tutto quello che abbiamo assimilato in questi quasi due mesi di reclusione è che ci mancano i nostri piccoli dorati privilegi e che non li daremo più per scontati. Fa male perché ciò che avremmo dovuto imparare è che dobbiamo guardare il mondo e le sue realtà dritti negli occhi, spaventandoci e piangendo per iniziare a cambiare davvero.

Il virus non aiuta in questo. Per quanto sia stato definito un virus democratico non attacca tutti allo stesso modo, o meglio, non ha modo di attaccare tutti allo stesso metodo. Il virus in sé non fa grandi differenze, quando trova un organismo comincia le sue quotidiane procedure di replicazione, si annida, sistema l’ambiente come più lo aggrada e poi comincia a divorarlo, tessuto dopo tessuto, bronchioli dopo bronchi. Si rincantuccia per bene e poi si espande, assorbe tutto ciò che lo può mantenere in vita, vita dell’ospite compresa. Il virus è un idiota, per saziare sé stesso uccide il suo ambiente e muore. Vi ricorda qualcuno?

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Eppure il coronavirus colpisce alcuni più di altri. Anziani, persone affette da patologie complesse o immunodepresse, ma non solo. Sono altri i fattori che permettono a questo virus di diffondersi in maniera capillare. Povertà, indigenze, diseguaglianza. Non sono componenti biologicamente determinate, ma hanno un grosso peso sulla salute delle persone. Potrebbe non suonare convincente, perciò vi invito ad andare a sbirciare la vostra cartella dei vaccini. Scorrete la lista e già che ci siete appuntatevi i richiami da fare. Ebbene fermatevi a Morbillo. Siamo tutti vaccinati contro il Morbillo, a mala pena abbiamo un’idea di come sia fatto, eccezion fatta per le papule rosse. In Congo però si contavano 6000 morti a causa del Morbillo a Marzo. Si stanno somministrando vaccini su larga scala, ma non è abbastanza. Ho 27 anni e nella vita non ho mai dovuto temere il Morbillo. In Congo, Morbillo suona come una sentenza di morte.

Se ancora vi sembra che la povertà sia una cosa brutta, ma che la salute sia la più importante e che le due non siano strettamente collegate, lasciate che vi porti negli Stati Uniti. Oggi viaggeremo per le vie del mondo in groppa ai virus, vi avviso. Gli Stati Uniti sono finalmente di fronte al mondo a viso scoperto. Nudi, con il ventre molle e flaccido esposto sono aggrediti dal virus in maniera così pervasiva da non poter giocare al solito nascondino dei problemi sociali.

Negli Stati Uniti ogni anni muoiono 40.000 persone per overdose. Le droghe diffuse sono le più svariate, si comincia dalle solite demonizzate come eroina e crack, si passa a quelle socialmente accettabili come cocaina e Molly e si arriva all’armadietto dei medicinali dove le pillole per mantenere sotto controllo la post-partum sono adagiate accanto al Ritalin di Dean, 5 anni e un DHD grande quanto il fastidio di genitori ed insegnanti nel dovergli stare dietro, e all’Adderall  di Sheila, la figlia maggiore che si deve riempire di anfetamine per stare al passo con la società ultracompetitiva e maschilista che le richiede ottime prestazioni universitarie in cambio di un  lavoro per cui sarà sempre troppo qualificata. Papà Dylan pippa la sera con gli amici e mamma Evelyn manda giù lo xanax con un bicchiere di vino. Nel frattempo, nei quartieri poveri a Kendrick è sfuggita di mano la pipetta per crack di Amani prima che arrivasse a Vance. La pipetta è frantumata e Vance sbraita, incazzato, urlando parole che Amani e Kendrick capiscono appena. I denti di Vance disegnano un oblio oscuro nella sua bocca, neri e marci, rovinati dal Crack. Dylan ha appena fatto lo sbiancamento dentale.

Vedete dove stiamo arrivando? Nel grande e corroso cuore pulsante degli Usa, che pompa sangue deossigenato, ma non ammette debolezze. Meglio abolire l’Obama Care che pagare un micropercentile di tasse in più,tanto la sanità gratuita a Dylan ed Evelyn non serve, loro pagano l’assicurazione e Kendrick e Vance l’anno scorso gli hanno svaligiato la casa, quindi meglio così.

Ebbene oggi gli Usa registrano contagi da Record e finalmente il mondo sta conoscendo la realtà sul sogno americano. Una bugia grassa e rubiconda come lo scellerato eletto presidente solo perché emblema vivente del sogno americano. I poveri muoiono, gli immigrati muoiono, gli ispanici e gli afromericani muoiono, i ceti più bassi muoiono e qualche ricco di Beverly Hills si ammala. Forse morirà anche lui, ma forse no. Quel che è certo è che riceverà immediatamente le migliori cure che il denaro possa comprare. Perché negli Usa la vera verità non è quella per cui ogni sogno si avvera per chi ha il coraggio di perseguirlo, ma che i sogni si avverano a spese degli altri.

L’immagine non è delle migliori, considerando che il tutto è condito dalla retorica schizofrenica di un presidente assolutamente incapace e con un serio bisogno di una dose di tranquillanti. Ciò che però sconforta è che anche il resto del mondo è così, in maniera diversa, con gradi di separazione diversi, ma comunque grottescamente simile.

La nostra Europa è un gioeillo. Stati sociali, un parlamento sovranazionale, progetti di rinverdimento legislativo e di diventare i leader nella transizione al verde. L’Unione Europea è un bijoux, per quanto imperfetta e, soprattutto, minacciata da leader populisti che non sanno nemmeno la differenza tra una Repubblica Presidenziale e una Parlamentare. Se il modello Europa diventasse globale e si estendesse al mondo, se convertissimo le nostre economie decarbonizzandole, redistribuendo ricchezza e creando una solida governance globale, il mondo ne uscirebbe migliorato. Il problema, però, è che non è quello che sta accadendo.

In Europa si godono i vizi costruiti sulle spalle della gente e ci si indigna quando l’evidenza empirica ci mostra che l’esclusione sociale porta dolore e danno. Lo shopping, ad esempio, è considerato un hobby. Sui social si perde il conto del numero di profili che propongono abbinamenti e accostamenti all’urlo muto dell’hastag “outfitoftheday” (#ootd). In fondo alle didascalie o sulla foto si trovano anche i tag dei negozi in cui sono stati effettuati gli acquisti. Lasciamo da parte le influencer di successo con Balenciaga e concentriamoci sul mondo dei mini influencer, anche quelli molto mini, da meno di 300 follower, che ormai sono un’unità di misura standard nel mondo per quanto assolutamente irreale. Se non mi credete andate a controllare quanti follower ha Angela Finocchiaro, un’attrice affermata e di talento. Spoiler: ne ha meno di molti travel blogger con blog senza visite e carriere alternative.

Rimanendo sui mini numeri, nei tag delle foto troverete H&M, Shein, Zara, Primark e via così. Maxi produzioni dislocate e mini prezzi in grado di garantire varietà e frequenza di acquisto. Si potrebbe fare shopping ogni settimana con 50 euro e nutrire la nostra sete di outfit variando continuamente abbigliamento. Il costo per l’acquirente è di 20 euro per ogni gonna a portafoglio a cui vanno sommati la sigaretta da fumare passeggiando tra un negozio e l’altro, circa 0,26 centesimi per una Camel Light, e la pausa McDonald, 4 euro per l’Happy Meal o 5.90 per un McMenu Medio. Il costo reale però non è realmente quantificabile, soprattutto perché lontano dalle stime calcolabili in termini economici.

La gonna portafoglio è realizzata in Poliestere e Poliuretano, derivati della Plastica. La plastica si crea del petrolio, mediante processi di raffinazione. La prima voce sotto cui cominciare a segnare delle tacche costo è l’ambiente: Fratturazione, estrazione e trasporto, cui unire svariati gradi di lavorazione con qualche trasporto tra le varie industrie fino alla costruzione della fibra tessile, da spedire nelle fabbriche tessili. Qui principia la produzione su larga scala, resa possibile dall’impiego di un esercito di manodopera, statisticamente concentrata su donne e minori. Il lavoro in quest’industria paga poco, ma è l’unico a cui si può aspirare quanto si nasce in condizioni di povertà estrema senza accesso all’istruzione di base. La gonnella a portafoglio è stata prodotta da analfabeti sfruttati, che spesso si ritrovano a vivere nello stesso luogo in cui lavorano. In India si reclutano i Dalit, li si costringe a condizioni prive di qualunque intento igienico. Si lavora 7 giorni su 7, con una media di 14-17 ore al giorno, per un salario di $60. Il 70% dei prodotti tessili che si consumano in Europa proviene dall’Asia, da un impiego riconosciuto come schiavismo tessile. Segniamo i punti costo in merito a tutela dei lavoratori, dignità della vita e diritti umani. Sommiamo ora il trasporto, la distribuzione ed infine, il costo di quelli che hanno scelto di recarsi a fare shopping in auto e non con i mezzi. Non si tratta di un risultato numerico, ma posso darvi la cifra con cui leggere il totale: insostenibile.

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L’Europa vive in quel castello di carta, dimenticandosi, quando occorre, delle fondamenta su cui mantiene  panem et circenses. L’Unione Europea è il progetto che ci potrebbe portare fuori dalle mura, insegnarci il valore della tutela del territorio, tutto e non solo quello che fa piacere vedere in vacanza, magari abbinandolo a vestiti coordinati perché sennò la foto non è abbastanza bella.

In questo momento Europa, Usa e tutti gli altri sono spaventanti. La paura è che la crisi economica non sia facilmente recuperabile, che i posti di lavoro perduti siano troppi e che si debba debellare il virus il prima possible, produrre il vaccino in fretta per riprendere a produrre, consumare, produrre di più e consumare il doppio. Il virus però interdice tutti i tempi economici, è lento ed invasivo, si trasmette facilmente ed è aiutato da chi è troppo egoista per rimanere in casa o da chi davvero non capisce il significato del temine “asintomatico“.

Perciò si rimane in casa, si uscicchia in segreto e si aspetta la fatidica apertura per una serata sushi. Cosa ci sia di sbagliato nel rivolere la normalità, la tranquillità della vita pre-Covid-19, si potrebbe domandare. Lo sbaglio, clamoroso, è quello di pensare che la vita di prima sia auspicabile. Certamente lo è per chi ha come massimo problema quello di volere il secondo bagno in una casa condivisa con il compagno, per un po’ di privacy e comodità. Lo è per chi non può raggiungere la seconda casa, per chi ha un paio di adolescenti in casa che stanno dando di matto. Lo è per il percentile più ricco del mondo, una parte irrisoria di persona se computate sul totale di esseri umani in vita.

La cosa buffa e sorprendente è che le diseguaglianze sociali esistono anche qui, in questa Italia un po’ ammaccata. Ci sono le case popolari, le periferie, i figli che non finiscono il liceo, il precariato anche per chi laureato, la giornata lavorativa infinita per uno stipendio misero ed un unico breadwinner in casa. C’è l’evasione fiscale, il nostro più grande problema come paese, ma che non cerchiamo di combattere perché è meglio non pensarci e prendersela con problemi più semplici da risolvere, soprattutto se non sono problemi reali.

Nel mondo pre-Covid-19 eravamo condannati alla strage climatica, che ogni anno miete circa 150.000 vittime. Queste sono stime, perché la conta reale dei morti non è semplice da calcolare. Il mondo pre-Covid-19 è quello delle persone nei paesi ricchi che hanno scoperto l’entità dei rifiuti plastici quando sono saltati gli accordi con i governi dei paesi del Sud del mondo per lo scarico di rifiuti sul loro territorio. Il mondo del Covid-19 è quello in cui si stava attenti a scegliere uno spazzolino in bambù, ma poi si acquistavano quattro flaconi della Pantene perché in offerta al supermercato.

Il mondo pre-Covid 19 è lo stesso degli spostamenti interni compiuti in aereo anziché in treno, dei viaggi organizzati con agenzie occidentali in paesi poveri, della bistecca il martedì e dell’hamburger fisso il sabato sperando in un po’ di sole per la grigliata di pasquetta. Il mondo per Covid-19 era un mondo in cui gli animali venivano sterminati in massa a gruppi di 70 miliardi di esemplari l’anno e con una domanda di carne sempre in crescita. Il mondo pre-pandemia è quello in cui nessuno dice che l’allevamento intensivo sia una barbarie di brutalità e violenza che produce il 14.5 % delle emissioni ci carbonio. Una fetta enorme occupata da un solo mercato, quello della carne e dei prodotti caseari in un mondo in cui tutti si scandalizzano se in Cina esistono persone che abbattono un animale prima di mangiarlo. La differenza che dobbiamo superare è proprio questa, smettere di convincerci che solo perché non vediamo qualcosa questa non esista. Con questa consapevolezza dobbiamo guardare in faccia la realtà e,finalmente, costruire una società migliore.

Il primo passo sarebbe quello di sostenere le iniziative, attualmente paralizzate dall’emergenza pandemica, di tutela ambientale. L’Europa si stava ergendo a leader, auspicando di ridurre brutalmente le emissioni e reinterpretando trattati in essere in ottica più verde per tutelare gli ecosistemi. Una volta preparato il materiale, bisognerebbe passare all’azione, riducendo le emissioni, aiutandosi a vicenda e vincendo la dipendenza da consumo.

Decarbonizzare l’economia globale è essenziale per garantire la sopravvivenza del pianeta. Le pratiche estrattive, l’acquisto dei bacini idrici per privatizzare l’acqua, l’industria petrolifera andrebbero gradualmente abbandonati in favore di energia verde. Le tecnologie esistono, sono solo volutamente inutilizzate. Il mondo dovrebbe svoltare e scegliere la tutela ambientale prima del profitto.

Le pratiche di deforestazione andrebbero bandite e punite e per far ciò è necessario rinforzare l’apparato del diritto internazionale. Gli Stati dovrebbero finalmente riconoscerne il potere, dandogli l’autorità e la legittimità che gli mancano. Per questo i populisti sposano ideologie nazionaliste nonostante siano anacronistiche ed illogiche, non sottomettendo la loro autorità non devono riconoscere entità sovraordinate e, dunque, non sono tenuti a rispondere a nessuno della gravità dei loro atti finalizzati a far lievitare piccoli indici che giustifichino le loro follie.

Per combattere l’inquinamento e la diseguaglianza non basteranno più trattati sulla gestione dei rifiuti, ma sarà necessario e cruciale abbandonare l’allevamento intensivo. Gli animali dovranno essere titolari di diritti in quanto esseri viventi parte di un ecosistema, perché solo garantendo loro le tutele derivate dagli status generati dal diritto, l’uomo smetterà di credere di avere il diritto di depredare le risorse in quanto essere privilegiato. L’abolizione dell’industria della carne e dei derivati animali, ivi compresi prodotti caseari, ridurrà drasticamente le emissioni.

Dovremo occuparci anche dei mari, smettendo di depredare la fauna marina minacciando l’ecosistema dell’intero globo, e imparando a gestire realmente i rifiuti smettendo, quindi, di limitarci a nasconderli o a colorare la plastica di verde.

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Infine dovremo iniziare a vedere oltre noi stessi e pensare alle disuguaglianze per appianarle. Le donne sono la categoria umana più discriminata e minacciata al mondo insieme ai bambini. Nei paesi che si considerano sviluppati esistono ancora differenze salariali, società patriarcali e imperniate sull’imposizione di ruoli di genere in cui prospera la cultura dello stupro e della sottomissione.  Nei paesi non sviluppati la storia è la medesima, aggravata dalla povertà, dalle malattie, dall’analfabetismo e dalla rigidità dei sistemi sociali.

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I pesi sviluppati hanno una responsabilità nei confronti del resto del mondo e sarebbe ideale che pensassero ad una Tobin Tax, una tassa redistributiva in grado di aiutare le economie meno forti e i paesi più poveri. In Italia il suono di un altra tassa stride, è comprensibile. Se però abbattessimo finalmente l’evasione fiscale, smettendo di essere il terzo paese al mondo per economia sommersa, avremmo più denaro personale, più servizi e meno tasse. La Tobin Tax non ci peserebbe, anzi, probabilmente avendo avuto per tutta la storia recente un’elevata imposizione fiscale, saremmo i più puntuali nel rispettarla. Evasori permettendo, ovviamente.

Anche i viaggi dovranno cambiare. Si dovrà viaggiare meno e più a lungo, in maniera sostenibile. Per noi viaggiare così è normale e non è difficile come si pensa, anzi. Sarà un cambiamento importante e lungo, da ottenere con una seria educazione alla sostenibilità che non riguarda solo un aspetto. Società, economia e ambiente andranno tutelate per un turismo ed una società più etica. Il turismo è un mercato da 8 miliardi di dollari, se modificasse i suoi meccanismi orientandosi verso la sostenibilità avrebbe il potere di cambiare il mondo.

Sperare che il mondo torni come era prima equivale a ripristinare una sentenza di morte prevista dopo qualche decade di carcere. L’aggravante è che una speranza del genere condannerà anche chi non ha ancora diritto di scegliere, privandolo di risorse, benessere e dignità della vita. Dobbiamo nutrire speranze diverse, più grandi e sinceramente bellissime. Altrimenti saremo come il virus, una specie di idioti che avanza verso la morte nella speranza di traslare per tempo su un altro organismo, Marte, con una sola differenza sostanziale. Noi siamo coscienti di quello che facciamo, Cogito ergo sum, vediamo, sentiamo, capiamo e osserviamo. Quando scegliamo di non agire lo facciamo consapevolmente, coscientemente. Questo è ciò che ci qualifica. Perciò saremmo idioti e colpevoli, fino in fondo.

Cambiare oggi, che siamo in quarantena, è semplice e salverà il domani. Perciò il 4 maggio o quando sarà, torniamo nel mondo migliorati nutrendo la speranza più importante, costruire una società globale equa, particolareggiata e sostenibile.

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