Il muro di Berlino, la storia che ritorna

Agosto 21, 2018 Always Ithaka No comments exist

21 Agosto 2018 / by Always Ithaka

Martina Miccichè

Postdamer platz è un tributo al futuro, palazzi di vetro, forme acuminate e semplici che disegnano lo skyline di Berlino, attraversate da una pista ciclabile, inframmezzate da bar, fotografate da turisti con il viso inevitabilmente rivolto al cielo, connessioni. Flussi di persone da ogni dove, che si muovono veloci, pazientando spazientite ai semafori, incrociando sguardi sconosciuti.

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Al suolo, però, corre un monumento bidimensionale, la traccia del muro di Berlino. Ci giriamo attorno, ci camminiamo sopra, saltiamo da un lato all’altro, facciamo foto in posa, rubiamo scatti agli altri. Noi, un pronome personale che delimita un insieme ben preciso, noi, quelli del post 1989. Guardo questo noi, seguendo il perimetro di questo ricordo.  Mi siedo, e misuro le dimensioni del muro in questo punto, ci sto seduta dentro, nel mondo di quasi trent’anni fa sarei stata seduta sopra un muro alto più di due metri e, probabilmente, mi avrebbero sparato alla testa. Dove ora mi seggo, correva un’esigua porzione dell’immenso muro di 156,4 km che divideva l’est dall’ovest, la minaccia marxista-leninista da un lato, l’intimidazione consumista dall’altro. Ci vollero 28 anni per abbatterlo ma bastò una singola, quella del 13 agosto 1962, per sigillare il perimetro. 10000 persone, svariate tonnellate di cemento e filo spinato segnarono la prima versione del muro, il simbolo di quella cortina di ferro che Churchill stesso annunciò essere calata sul continente. Jalta aveva altri piani, una divisione in zona della Germania, una congruente partizione di Berlino in settori per allontanare il demone nazista, per democratizzare, demilitarizzare e decartellizzare.



 

Nell’ingenua Jalta non si previde però l’inevitabile conseguenza dovuta alla marcata differenza tra l’idea del libero mercato di “democratizzazione” dell’Ovest  rispetto quella dell’Est del comunismo, per non parlare dell’interpretazione, di cui il muro ha rivelato la fallacia, del concetto di demilitarizzazione. Pensare poi che tra i due sistemi economici opposti ci sarebbe potuta essere congruenza sul miglior metodo per passare da un’economia di cartelli monopolisti ad una di libero mercato sembra perfino troppo ottimistico. Ma a Jalta, nel 1945, dopo aver liberato i campi di concentramento ed eliminato il regime nazista, le priorità davano da pensare che il passato avrebbe unito. Berlino si trasformò, da città mutilata dall’orrore a terreno di scontro delle ideologie del novecento, quel che non era chiaro a Kennedy e Krushchev con quel “guerra o muro” era che non si trattava di una partita da vincere ma di un mondo da costruire. “E quindi non resta che il muro” annunciò Nikita krushchev, il traffico fu interrotto, la città divisa, il filo spinato srotolato. Calò un velo di depressione e grigiore, quello che è solito

 

Willy Brandt, scrisse al presidente Kennedy, “Berlino merita più che parole”

 

avvolgere il cuore degli uomini quando gli eventi che hanno luogo sono talmente grotteschi da impedire a rabbia e speranza di germogliare, lasciando solo una vena di ineluttabilità pesante ed opprimente.  La divisione fu oltremodo brutale, i confini correvano addirittura tra i piani di un medesimo palazzo costringendo gli inquilini a tentare il tutto per tutto saltando ai piani inferiori dalle finestre, le stesse che vennero murate a poche settimane dall’erezione del muro onde evitare altre fughe da Bernauer strasse. Il sindaco di Berlino ovest, Willy Brandt, scrisse al presidente Kennedy, “Berlino merita più che parole”. Kennedy lo invitò a pazientare. Brandt poteva pazientare forse, ma Berlino est no. Cominciarono le prime fughe.

Conrad Schumann, il primo disertore dell’est,  confessò di aver deciso per la fuga  dopo aver visto negare il passaggio verso Berlino ovest ad una bambina in visita alla nonna, fu proprio la vista dei suoi genitori a pochi metri da lei consapevoli di non poterla riavere con loro a spingerlo a compiere quel balzo nel 1961. Lui fu uno dei pochi a fuggire con successo, uno dei 574 disertori, uno fra i 5075 che riuscirono a superare il confine armato.

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Mentre i Tank dell’esercito sovietico e americano si fronteggiavano l’un l’altro al checkpoint Charlie con il rischio di scatenare un conflitto armato e nucleare, gli abitanti di Berlino est tessevano segrete trame per sfuggire al regime. I tentativi si rivelarono non solo fallaci ma fatali. La licenza di uccidere chiunque tentasse di attraversare il confine non tardò ad arrivare. La speranza di libertà si tinse presto del sapore metallico del sangue. 1961, Dieter Wahlfart fu colpito da un proiettile mentre tentava la fuga, agonizzante fu lasciato morire nella Dead Zone, per citare lo Spiegel “chiunque sarà colpito da un’arma da fuoco non potrà essere soccorso dall’ovest. Morirà dissanguato, come Dieter Wahlfart, nella dead zone tra l’est e l’ovest.”.

L’assenza di soccorso causerà la morte anche di Peter Fechter, nel 1962. Le foto, l’orrore di quella morte porteranno all’apposizione di un ambulanza degli alleati.

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Cominciano gli attacchi bomba e le fughe per tunnel, come l’epico Senior Citizen’s tunnel da cui degli ottuagenari fuggirono in tutta calma camminando nel loro tunnel alto un metro e settanta.

 

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Il reticolo fognario divenne un metodo di fuga inflazionato ma efficace, fino alla muratura dei condotti. Piano piano le fughe dovettero diminuire, le soffiate e gli appostamenti spinsero gli aspiranti fuggitivi a ricorrere a metodi sempre più fantasiosi e rischiosi. Una coppia riuscì a sfondare le barriere per mezzo di un bulldozer, un gruppo di ragazzi giovanissimi raggiunse l’ovest nascosti in una bobina industriale, una ragazza di 20 anni fu catturata mentre inseguiva la libertà rannicchiata nel ventre di una mucca finta, la mucca di Ilio, nel 1969.

 

Presidiato da guardie che avevano l’ordine di sparare a vista

 

Mentre le fughe si affinavano il Muro subiva un processo di sofisticazione che vide sostituirsi ben quattro generazioni di muri, la cui ultima vantava piloni in cemento prefabbricati appositamente con la sommità arrotondata per impedire qualunque appiglio. Il perimetro venne elettrificato, allarmi silenziosi furono installati, binari per far correre i cani incatenati vennero collocati nelle zone pedonali adiacenti il muro, lo Stalin’s lawn, un reticolo chiodato, fu adagiato al suolo preceduto da piloni anti tank. Presidiato da guardie che avevano l’ordine di sparare a vista armati di Kalashnikov AK-47 in grado di colpire bersagli fino a 400 metri, il muro cominciò ad assumere i connotati di un leviatano inviolabile. Nel periodo natalizio a cavallo tra il ’63 e il ’64 agli abitanti di Berlino ovest fu permesso di attraversare il confine per visitare i parenti nella Berlino est, 12 milioni di visite furono registrate in soli 18 giorni. 12 milioni di permessi, per altrettante, se non di più, famiglie separate, recise da una barriera di cemento. Nei ’70 la crisi dei missili, le minacce e gli ultimatum si moltiplicano, circa 1000 fughe su 2000 vengono intercettate, la cortina di ferro sembra impenetrabile.




Ma poi fu varata la perestroika, Gorbachev fu pregato dal suo buon amico Regan di tirare giù il muro, in un discorso sotto la porta di Brandeburgo. Gorbachev concesse sempre più libertà agli stati del patto di Varsavia e le maglie della rete non tardarono ad allentarsi. L’ungheria cominciò a rimuovere il filo spinato, tagliando simbolicamente la cortina di ferro, Budapest si trasformò un campo per rifugiati, principalmente coppie giovani determinate a raggiungere l’ovest. Il secondo buco nella cortina fu aperto dalla Cecoslovacchia. Anche l’ordine di sparare a vista fu revocato, al punto che l’uccisione del ventenne Chris Gueffroy nel 1989, giunta a seguito dell’ annullamento della licenza di uccidere, fu l’ultima uccisione di un fuggiasco.  Il discorso di Schabowski avvenne pochi mesi dopo nel novembre, il suo annuncio della concessione permanete del diritto di transito fu riverberata dai media come una conferma della fine dell’era del muro. Una folla immensa si riversò  da ambo i lati dell’impenetrabile bianca barriera.  Edwin Gorlitz comunicò. “We’re opening the floodgates, now”. Aprirono tutto. E il muro venne abbattuto, smantellato, rubato, conservato, maledetto.

 

Un monito inascoltato da tutti quelli che oggi stanno scioccamente erigendo un muro che prima o poi, tireremo giù.

 

Ed ora ci siedo sopra. Devo alzarmi, c’è una libreria più avanti e so di voler cercare un libro. Seguo ancora un po’ il suo profilo, zigzagando. Salto e sono a Berlino Est, salto di nuovo e sono ad Ovest. Est, Ovest. Est, Ovest. In realtà sempre Berlino, come sarebbe dovuto essere sin da principio. C’è un frase scritta da qualche parte sulla East Side Gallery, “everything that goes up, goes down”. La storia ammicca, ciclica. Le barriere vengono erette e poi crollano sotto il peso dell’umanità. Un’umanità che non si può dividere, che non ha senso dividere. Oltrepasso il memoriale, cambio di nuovo lato. Leggo le incisioni in memoria di quel muro che non c’è più a monito, un monito inascoltato da tutti quelli che oggi stanno scioccamente erigendo un muro che prima o poi, tireremo giù.

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