Kiss the Devil, la primavera sanguina a Parigi

Novembre 13, 2016 Always Ithaka


13 Novembre 2016 / by Always Ithaka

Martina Miccichè

eiffel-particolare

2015
Gennaio, Edimburgo.
Eravamo in camera, ed era sera. Infagottati sotto le coperte guardavamo i programmi post capodanno con Russel Brand. Le pubblicità, un flash tg. Due righe rosse hanno iniziato a scorrere in sovrimpressione annunciando “Terrorist attack”,”Paris”, “12 dead” che poi sarebbero arrivati ad una conta definitiva di 17.
Il giorno dopo avremmo avuto il volo di rientro. Lo sgomento iniziale e la paura viaggiavano in strade a senso unico mescendosi a panico e tentativi di razionalizzazione che non trovavano ragioni di trionfo. Parlavamo, discutevamo. Di cosa significasse, se fosse solo l’inizio o una casualità. Inutile dire che l’ipotesi più plausibile fosse la prima.
Ad Agosto, nelle brune terre aride dell’Iraq, al-Baghdadi si era eretto a nuova guida del vero Islam autoproclamandosi califfo del nuovo e sedicente Stato Islamico. Quali sarebbero state le conseguenze non era cosa da poco prevederlo. “Sono in un deserto di niente”, questa era la scusa dei più, l’assioma dietro cui l’occidente finse di non patire una fitta di preoccupazione, relegando l’immagine del califfato alla cortina fumosa della loro povertà, vedendo quel nuovo e nero mostro come una piccola armata di lancieri e polvere. Nell’arco di una settimana dal suo primo discorso come califfo, al-Baghdadi ha ordinato l’infibulazione coatta di ogni donna presente nei territori del suo califfato.
Ed eccoci lì, qualche mese dopo a leggere di come i vignettisti di un giornale, che personalmente non mi piace, erano stati ridotti al cupo silenzio della strage. Di come in un paese ,civile, in cui la libertà di parola è un diritto, un gruppo di estremisti glielo avesse strappato.
L’opinione pubblica europea si mostrò solidale. #jesuischarlie. Il periodico sbancò alle vendite, facebook pullulava di gente invasata dalla bellezza della satira di Charlie. Tutti esperti del vignettismo francese. Alterando il significato del sentimento empatico che l’Europa doveva , e dovrebbe tutt’ora, provare.
L’8 gennaio salimmo sull’aereo per tornare a casa. Per la prima volta in vita mia ebbi paura di volare.

Aprile
Non si sa come nè perchè mi ritrovai a pianificare un viaggio per Parigi. In mezz’ora acquistammo biglietti easyjet, 40 euro a testa, ordinammo dei costosissimi biglietti di ingresso a Disneyland Paris e prenotammo un alberghetto a Menilmontant.
Dopo una settimana l’istinto e un afflato di diffidenza mi portarono su TripAdvisor dove scoprii che l’albergo era impestato di muffe nere e lenzuola sporche. Una telefonata a Booking.com e la situazione si risolse con un rimborso semi completo. Solitamente prenotiamo se e solo se è prevista un’opzione cancellazione gratuita, in quel caso però ci era sembrato quasi un obbligo prenotare una stanza al prezzo di 70 euro, per tre giorni a Parigi in primavera. Trasgredire uno dei nostri dogmi di viaggio non sembrava un cattiva idea, anzi. Errore. Risolto l’inghippo nulla ci separava dalla partenza, se non una manciata di giorni.
Detto,fatto,volo.
Per molti Parigi è amore a prima vista, per me non lo è mai stato. Era la terza volta che vi mettevo piede. Mi è sempre piaciuta ma non l’ho mia amata.
La nostra sistemazione era appena fuori Parigi e per raggiungerla ci dovevamo affidare all’intricata rete di servizi pubblici di cui Parigi è la principessa d’Europa, battuta solo da Londra, non a caso, la Regina. Per me non è cosa da poco andare in metropolitana, schiacciarmi addosso a persone che non conosco e che, per mia incredibile fortuna, puzzano il 40% delle volte. La verità e che mi sento come un piccolo roditore in un labirinto. Un criceto sparato su una scatola di latta che sicuramente morirà. Così, sono salita sul mezzo, mi sono seduta e ho fatto quello che mi riesce meglio quando ho paura di qualcosa. Assumere la più ebete delle espressioni allegre, che con il tempo e l’aumentare dello stress si trasforma in un ghigno nevrotico che tende a spaventare chiunque abbia la sfortuna di incrociare il mio sguardo. Il fatto che le persone s’innervosiscano di conseguenza non fa che alimentare la mia paura. E via discorrendo, un bel circolo vizioso da cui la mia mascella esce stremata a furia di digrignare i denti.
La prima fermata è stata Notre Dame. Ho imbracciato la macchina fotografica iniziando a girare, spesso su me stessa, per trovare l’angolazione migliore per fotografare Gargoyle e rilievi di sorta. Mentre il mio occhio, prolungato dall’ottica, si voltava o spostava di qualche grado più a destra o sinistra, è stato cattturato da macchie mimetiche. Guardando meglio osservai diversi uomini in divisa mimetica armati di FAMAS G1, Gendarmerie National. Ordinaria amministrazione, in certi luoghi, nulla di nuovo. Eppure non potei più fare a meno di notarli e, quando camminavo in strade sfornite della loro presenza, di cercarli. Sembrerà strano ma per quanto ben fornita di RER, metropolitana, autobus e chi più ne ha più metta, Parigi si può girare benissimo a piedi. I brevi tratti in metro erano così diluiti da lunghe passeggiate che ci hanno condotto attraverso le meraviglie della città.

Parigi passa sempre in fretta. È una città che si vive e si consuma velocemente. Eppure, questa volta, un peso ha reso i miei passi un po’ più lenti, un po’ più calcolati. La consapevolezza che la lunga scia rossa del Jihad solitario avesse incrociato la sua storia con quella di Parigi. Del disagio da cui era stata fomentata. Dalle Banlieu,nulla più che semplici comuni extraurbani ma che ora sono impregnati di una diversa accezione,uno stereotipo. Banlieusard, un insulto quasi. La criminalità, le armi, la ghettizzazione, il Jihad che si dica nasca lì ma poi è dentro Parigi. I musulmani che ormai paiono demoni scuri, privati di qualunque accezione umana. Come fossero tutti uno solo e uno solo tutti. Stigma. Odio. Bianco. Nero.
Un’alta percentuale di musulmani si muove e vive in Francia, il secondo paese europeo per presenza di relativa di popolazione di fede Islamica, il 7,5. Un flusso di culture pulsa nelle vene di Parigi corroborato da un altrettanto imponente pullulìo di pregiudizio.
Il Niquab¹, identificato come una dichiarazione di guerra. Una sfida.
E Parigi sanguina.
L’aereo atterra, sospiro. Sono a casa e penso a Parigi, che per molto non vedrò. Penso all’Europa che dovrebbe iniziare a prendersi sul serio. Alla beceraggine di certi razzismi. Verso chi non crede in Allah e verso chi ci crede.

Novembre.
Eravamo al lago, guardavamo la tv a tempo perso. Un tg straordinario interrompe la programmazione. Il Bataclan è sotto assedio. Vittime. Poliziotti. E ISIS, ISIS, ISIS. Ovunque.
Mentre i giorni passano e il mondo si scatena, rimango a pensare. Demodè di questi tempi.
Troppa confusione su Jihad, Daesh, Integralismo, Fanatismo, Islamismo, Musulmano,Arabo, Islam. Le persone, abilmente istruite dai rappresentanti di partito o, peggio, dalla stampa, che dovrebbe costituire il baluardo della legittimità informativa, non si curano nemmeno più di usare il giusto termine, operare distinzioni. Arabo è un sinonimo di Musulmano che è sinonimo di Jihadista. Dimentichi che non è l’Arabia Saudita l’unico paese musulmano del medio oriente. Che non esiste solo il medio oriente. Che il Pakistan è uno stato confessionale Islamico, e confina con l’india. Che il Bangladesh esiste. Persino che l’Indonesia sia il più grande stato musulmano al mondo, che fa parte dell’Organizzazione per la Conferenza Islamica con quanto ne consegue.
L’Islam non è una religione semplice, come non lo sono Cristianesimo ed Ebraismo, per limitarci alle religioni del libro. Per inciso, nate tutte e tre in medio oriente. Il problema con l’Islam non è un problema con la religione in sè. Nulla dovrebbe impedire ad uomo di amare un dio, abbracciare un culto, vivere un senso morale. Libertè, egalitè, fraternitè. Il problema con l’Islam nasce qui, all’incrocio di culture. Come si inserisce produttivamente in una società basata sul diritto, e la legge da cui trae origine, un insieme di individui la cui devozione vira verso una religione non secolarizzata?
Inculturazione. Che non significa strappar loro i veli e mettergli in mano un crocifisso. Significa insegnare loro che legge e libertà nel diritto sono valori primi e più importanti , principi di accettazione e modello di convivenza assoluto. Perchè dividere quando si può unire, segregare quando si può accogliere, perchè sanguinare quando si potrebbe vivere.
La Francia è il paese più visitato al mondo, 84,7 milioni di persone l’anno,al computo del 2014; (surclassando l’insieme degli U.S.A , 51 stati, fermi a 69,7 milione). Come possa essere così impreparato e vulnerabile, rimane un mistero. Come sia possibile che accogliendo un numero così elevato di immigrati, non solo dall’africa subsahariana ma anche da paesi europei tra cui primeggiano Inghilterra, Portogallo, Italia, Spagna, ed extraeuropei come Laos, Cambogia e Vietnam, possa essere così sistematicamente incapace di socializzare questa mole di individui alla nuova cultura in cui si inseriscono.
Mi viene chiesto spesso perchè mi attacchi così tanto alle parole, alle definizioni. Dico che i Jihadisti del Bataclan e Charlie erano prima di tutto terroristi e poi musulmani. Che i musulmani possano essere, e sono, brave persone. Chiamo il califfato Daesh perchè Isis significa Stato Islamico di Siria ed Iraq e mi rifiuto di riconoscere l’attributo stato ad un conglomerato di terrorismo che occupa illegittimamente un territorio, tenendo in ostaggio la popolazione. Dico che Burqua e velo sono due cose diverse.
Lo faccio perchè le parole contano. E il modo in cui le si usa anche di più. Un’invocazione a dio è divenuta un grido di morte nel tempo di sparare un colpo.
Le parole contano eccome.

2016
Oggi Mosul sta venendo liberata. Oggi la gente teme molto meno Daesh. Oggi , scrivo questo per ricordare chi è morto con il solo crimine di essere nato libero. Chi è morto in vacanza o nel suo paese. Chi ha avuto paura di morire. Chi ancora oggi ha timore per sè ed i propri cari.
Oggi,per ricordare ogni giorno per cosa valga la pena di impegnarsi. Per cosa valga la pena di parlare.

“le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste.” Raymond Carver


[1] Nota al testo: sono contraria al Niquab, ritengo che  in primis violi il diritto all’identità e alla libera espressione, in secundis  mina l’obbligo di riconoscibilità per cui un cittadino debba essere identificabile ai fini della sicurezza sua e altrui, in tertiis che sia una violenza di genere, poichè discrimina e impedisce alle donne di inserirsi nella vita culturale e sociale culturale, creando una cesura tra loro e la società che deve lottare per un’eguaglianza sostanziale ed effettiva. Il Niquab un’espressione integralista di un’ideologia patriarcale che deumanizza la donna, privandola della sua stessa immagine, relegandola ad una sfera familiare in cui essa fa parte delle proprietà.

Sono favorevole al velo se e quando è una libera scelta, senza imposizioni, sottili o coatte che siano. Il Niquab non è un attentato all’occidente ma alla donna e al valore equalitarista che la vuole una persona e non un misero genere