La capitale delle Maldive: Malè

20 Gennaio, 2020 Always Ithaka No comments exist

Malè è una città più unica che rara, è una capitale, ma anche un’isola. Una delle tante, circa 1192, isole coralline che compongono il meraviglioso stato insulare della Repubblica delle Maldive. Malè è insolita e non solo per la sua straordinaria e ridotta dimensione di appena 9.27 km quadrati, ma anche per l‘assurdamente elevata densità di popolazione. Malè è una città di paradossi e assurdi, di compromessi impossibili e di situazioni precarie.

Per raggiungerla abbiamo semplicemente seguito un cartello, il che pare di per sè assurdo essendo le Maldive una grossa catena di piccole isole, Malaitivu come la definirono i primi Tamil che vi si  insediarono. Separate dal mare, quando non dall’Oceano indiano, le isole maldiviane sono uno degli ultimi posti al mondo in cui ci si aspetterebbe di seguire delle indicazioni stradali, o di percorrere un ponte. Invece, eccoci qui, su Hulumalè diretti vero il luogo indicato dal cartello “ferry to Malè”, coscienti che dall’altra parte dell’isola aeroporto una lunga fila di taxi costeggia il litorale pronta a caricare i turisti desiderosi di raggiungere la capitale via terra.



Atterrando avevamo avuto uno scorcio sul gigantesco Ponte dell’Amicizia, un bel po’ interessata, donato dalla Cina alle Maldive. La Cina è un pieno sviluppo del suo “One Belt One Road”, un piano di infrastrutture con cui punta a ripristinare ed ampliare l’antica via della seta, sia via mare che via terra. Si tratta sostanzialmente del più grande incubo dell’economia statunitense, un collegamento diretto che unisce la Cina all’asia centrale, al Sud Est asiatico, al Medio Oriente e all’Europa. Per un’operazione su larga scala come questa non bastano i miliardi necessari alla costruzione, ma servono donazioni, favori,amicizia. I taxi che sfrecciano sul gigantesco ponte le cui fondamenta sono state gettate in mare aperto, in barba ad ogni remora sui danni ambientali, sono uno dei tanti frutti sbocciati dall’altruismo della Cina.

Il biglietto per il traghetto costa appena un dollaro, nemmeno il tempo di fotografarlo e il capitano ci prende sottobraccio per spingerci sul ponte della nave. Siamo gli unici turisti in mezzo ad un piccolo gruppo di maldiviani. Sale persino una band di ragazzi dai capelli lunghi legati dietro la nuca. L’odore della benzina pervade l’aria mentre la barca si mette in moto, ma appena un istante dopo l’odore del mare riempie l’aria con il suo profumo salato e fresco. La barca ondeggia e accosta al molo. In dieci minuti appena, costeggiando il grande e grigio ponte, siamo attraccati a Malè. Sappiamo già cosa vorremmo vedere, mercati e vita locale, come al solito.

Malè Traghetto Maldive

Costeggiamo il porticciolo, da un lato il mare azzurro, come mai potrebbe essere dell’acqua portuale, e dall’altro la città, con quei rumori così urbani che quasi mi sembrano fasulli collegandoli al luogo in cui siamo. Le Maldive sono suono di mare e ruvidezza della sabbia, sembra volermi ricordare il mio cervello. Non c’è spazio per i negozi in franchising, per le urla, per i clacson. Quei motorini cavalcati da intere famiglie senza casco non ci dovrebbero essere. Eppure, sono qui, a portata d’orecchio. A destra lo sciacquio delle onde contro gli scafi, a sinistra i suoni dell’asfalto.

Il camminamento è costeggiato da palme. Noto della plastica e qualche piccolo rifiuto sparpagliati qua e là. Nell’aiuola di una delle alte palme, tra la danza baluginante delle ombre del fogliame al suolo vedo un gatto morto. Il pelo arancione, il corpo mortalmente immobile, gli occhi rossi iniettati di sangue. Ho un sussulto. Quella morte così reale e violenta mi accompagna fino alla fine del marciapiede.



Malè è davvero piccola, basta una mezza giornata per girarla tutta. In una manciata di minuti raggiungiamo il mercato locale, costruito direttamente su un molo e attorniato da barche. L’ingresso è totalmente oscuro, s’intravedono giusto sagome ancora più scure muoversi in sottofondo. Pianto lo sguardo in quella voragine per definire qualche sagoma, ma non riesco. Save mi guida in questa bocca nera, le fauci di un grosso organismo vivente ed oscuro.

Sbatto le ciglia, mi stropiccio gli occhi, infine ce la faccio, le mie pupille si dilatano quanto basta. Una cornucopia di banchetti e persone si dipana di fronte a noi. Le persone si muovono, si scansano, salutano, mercanteggiano e acquistano. Un mare pacato di carne, nella semioscurità. Caschi di banane giganti pendono dai ganci al soffitto, cesti di frutta disposta a piramide, gli agrumi mi fanno venire sete da quanto sono grossi e succosi. Scattiamo qualche foto, domandando un permesso che non ci viene mai negato. I Maldiviani sono infinitamente gentili, questo lo sapevamo già.Tremiamo al pensiero di quello che il turismo di massa potrebbe fare loro.

Dopo la frutta usciamo da una delle aperture laterali, osservando qualche banchetto di spezie, ma senza fermarci. Rientriamo da un’altro ingresso, come se fossimo un ago intento a cucire entrando ed uscendo dal tessuto vivo di questo mercato chiuso. Veniamo assaliti dall’odore penetrante del Dhivehi, il tonno essiccato,  e dal ronzio scoppiettante delle mosche euforiche. I banchi sono coperti da quintali di filettini di tonno essiccato o affumicato. Un signore saluta Save e ci offre una porzione da assaggiare. Ringraziamo dal profondo e non lesiniamo in complimenti. In queste circostanze accetto alimenti di origine animale. L’odore è la prima cosa che sento, un aroma vagamente affumicato, leggero. Una trancia selezionata dell’olezzo che impregna la corsia. Poi sento il sale e il sapore di mare, così forte mescolato al sapore della carne di tonno.

Malè Tonno Essicato

Siamo di nuovo fuori, questa volta rapiti dall’andirivieni dei maldiviani che si affaccendano a scaricare la merce, consegnarla e ripartire. Caschi di frutta, ceste di pesce, confezioni chiuse. Uomini anziani che sollevano pesi saltando a piedi nudi tra la barca e la battigia. Senza quasi accorgercene arriviamo alla fine del moletto. Il mercato de pesce è proprio dall’altro lato della strada. Attraversiamo mentre i motorini ci schivano e le camionette ci lasciano passare.

Mercato Pesce Malè

Il tonno è ovunque. Sui banchi in cui viene sfilettato, in grosse ceste appena acquistate da qualche ristoratore o albergatore, per terra in qualche caso e  nelle vasche piastrellate dove viene esposto per l’acquisto. Il pavimento è umido di acqua di mare e liquami di pesce, ma non c’è alcun fetore nell’aria. Al centro del mercato, circondato da un dedalo di bilance metalliche, sorge una scrivania dietro la quale una manciata di ragazzi gestisce un registratore di cassa talmente vecchio da ricordarmi quello dell’unica drogheria che abbia mai avuto la fortuna di vedere, quando avevo appena 5 o 6 anni.

Mercato Pesce Maldive

Ci rimettiamo in strada, camminiamo per un poco, poi svoltiamo a destra. Camminiamo fino al Museo Nazionale, ma non possiamo entrare, non per altri cinque minuti. Ci sediamo nel parco di fronte, osservando i maldiviani succedersi a turni sul un grosso Undholi in legno. Si godono questi piccoli spazi d’ombra, cosa che ricorda curiosamente i giapponesi.

Una volta entrati paghiamo il biglietto a prezzo maggiorato per turisti, lasciamo gli zaini negli armadietti e non paghiamo il “permesso per scattare fotografie”.

La collezione è terribilmente piccola, costituita principalmente da oggetti appartenuti ai sultani, palanchini dall’aria più che confortevole, svariati Corano in fogge insolite e reperti marini. Il pezzo forte della collezione è proprio lo scheletro di un rarissimo cetaceo mai avvistato ma pervenuto solo in forma di scheletro, la balena Longman’s Beaked.



Usciamo nel caldo secco e duro del mezzogiorno. Il sole ci inonda di raggi gialli e bollenti. Pranziamo al SeaGull cafè, più perchè siamo accaldati che per fame. Non è molto tipico, anzi è troppo turistico, ma , quantomeno, riesco a ricavarmi un piatto vegano.

Dopo il pranzo, ci limitiamo ad attraversare la strada per vedere la Nuova Moschea dalla cupola d’oro. Si può entrare solo in orari specifici, lontani dalle funzioni di modo che i non credenti non incrocino i fedeli nel pieno delle cerimonie. Mi devo coprire il capo, ma prima ancora che lo possa pensare un signore a cui manca un dente ogni tre, si avvicina con l’intento palese di farci da guida. Mi sistema il velo e ci accompagna. Diamo una scorsa in giro e poi entriamo nella sala centrale, in piena costruzione. Le pareti sono decorate da pannelli in legno in cui sono stati intagliati a mano fini florilegi . Le altre decorazioni consistono in raffinate calligrafie del nome di Allah, nonchè di una pagina del Corano. L’arte islamica è elaborata sviluppando archittettura, calligrafia, pittura e ceramica con assoluta e mandatoria assenza di figure umani, per cui rientra nelle arti religiose aniconiche.



Dopo un’infinità di complimenti sulla mia bellezza velata e il consiglio spassionato di usare il velo nella mia vita di tutti i giorni, il simpatico maldiviano calvo ci abbandona. Passeggiamo nuovamente in direzione del porto,il sole ci sta stremando e l’acqua che ondeggia sembra così invitante che sono certa che a furia di guardarla potrei tuffarmici.

Panning Maldive

Osserviamo la costruzione della nuova moschea blu e riprendiamo la via del mare sul traghettino. Allontanandoci veniamo accompagnati da un gruppo di delfini. Ci alziamo in piedi per guardarli, prima che quello sprazzo di natura viva svanisca tra le onde. I Maldiviani ci osservano quasi divertiti, mentre ciondoliamo protesi verso gli animali che, dopo qualche tuffo svaniscono sotto le volte del grande ponte della Cina.

Siamo di nuovo ad Hulumalè, l’isola aeroporto nonchè futura casa di tutti quei maldiviani che, una volta persa completamente la loro isola a causa dell’innalzamento del livello del mare, dovranno essere riallocati.

Malè è davvero assurda, più ci penso e più me ne convinco. Qualche minuto fa ero affaccendata a scattare foto nel suo trambusto ed ora sono già su un’altra isoletta. Ripenso ai libri in Thaana che abbiamo sbirciato in una libreria poche ore prima. Simili a quaderni, con copertine dalla qualità grafica grottesca e quasi tutti a tema fantasy. Penso ai turisti incrociati, in visita alla città o solo di passaggio prima di giungere a più grandi resort. Se chiudo gli occhi vedo ancora le ombre ondeggianti dei veli delle ragazze che guidavano i motorini, quasi come a Dhigurah, ma cento di più. Risento il sapore del pesce e patisco la lontananza così prossima del mare. Nelle orecchie il rumore leggero dei piedi scalzi sull’asfalto rovente, appesantiti appena dal carico di frutta sulle spalle.

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Guida:

Lonely planet maldive

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