La fine degli oceani : dalle isole di plastica alle oasi di plastica subacquee

Febbraio 15, 2021 Always Ithaka No comments exist
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La fine degli oceani sembra prossima, più vicina di quanto possiamo immaginare. La plastica e più in generale i rifiuti stanno soffocando le più grandi estensioni di acqua del nostro pianeta, l’unico attualmente in grado di ospitare la vita proprio grazie alla presenza dell’acqua. Dalle garbage patch, le isole di plastica, alle oasi di plastica subacquee i nostri oceani sono minacciati in maniera sempre più irreversibile e solo un cambiamento sociale drastico e diffuso potrà cambiare le cose.

Isole di plastica: Garbage patches

Le isole di plastica sono uno degli argomenti più ricercati in termini di inquinamento, più di cambiamento climatico secondo i dati raccolti da google trend in Italia. Le garbage patch, isole di spazzatura, sono enormi agglomerati di rifiuti formatisi in concomitanza con i gyres, i punti di incontro delle grandi correnti oceaniche. Il pattume che finisce negli oceani segue il flusso delle correnti, galleggiando per anni e unendosi ad altri rifiuti iniziando così formare piccole isole che vanno ad accumularsi nelle immense isole di plastica. Secondo le rilevazioni, che variano in maniera drastica a causa dell’instabilità della superficie oceanica, le dimensioni di queste isole di plastica si aggira tra i 700.000 km2 e i 15.000.000 km2, ovvero in un range compreso tra le dimensioni del Texas e quelle della Russia.

Isola di plastica oceano pacifico

Microplastiche e Nanoplastiche

Nel marzo 2018 The Ocean Clean up ha condotto rilevazioni specifiche con un aereo equipaggiato con un sistema di misurazione a laser ad alta precisione (LiDAR) determinando un’estensione ancora maggiore pari a circa 1,6 milioni di km con una densità compresa un range tra i 10 e i 100 kg per chilometro quadrato. La gravità della situazione è data anche dal fatto che la maggior parte dei frammenti presenti aveva una dimensione inferiore ai 0,5 cm, cosa che rende le isole di plastica meno visibili nella loro massa reale e più capillari per estensione. La presenza di Microplastiche e Nanoplastiche è dovuta alla frammentazione e degradazione dei materiali dispersi nell’Oceano, nonché ai processi di usura che deteriorano le fibre plastiche e le immettono nel sistema idrico in dimensioni già ridotte.

microplastiche

Discariche subacquee: oasi di plastica

Mentre sulla superficie degli oceani si formano isole di spazzatura visibili dalla Stazione Spaziale Internazionale, sul fondo dei mari si accumulano rifiuti visibili solo mediante esplorazione sottomarina. L’ipotesi dell’esistenza di queste isole subacque è stata confermata da uno studio condotto di recente dai dottori Song Xikun, della Xiaomen University, e Peng Xiatong, della Chinese Academy of Scences, che hanno guidato una spedizione sul fondo del Mare Cinese per raccogliere campioni e verificare se in queste oasi di plastica erano presenti forme di vita. La vita negli abissi è piuttosto ardua, gli organismi e la fauna in grado di sopravvivere alle complessità delle profondità marine sono pochi e ben attrezzati. Esistono poi le oasi, dei veri e propri agglomerati di vita, rese possibili dalla presenza delle carcasse di grossi cetacei, inabissatisi e in avanzato stadio di decomposizione, all’interno e intorno alle quali prospera la vita subacquea. Funzionano come dei condomini autonomi, offrendo riparo, nutrimento e un alloggio comodo per la riproduzione. Sui fondali dei mari, oggi, esistono delle oasi artificiali, formatesi per l’accumulo di rifiuti, delle vere  e proprie discariche, nelle quali gli scienziati cinesi hanno scoperto ben 1400 forme di vita appartenenti a 49 specie, di cui alcune in stadio riproduttivo.

Fondale oceanico

Acque morte

La plastica non è l’oasi ideale, ma quella occasionale da cui hanno potuto tirare vantaggio organismi altamente adattabili. Gli altri organismi, invece, sono destinati a perire per effetto di questo inquinamento massiccio e diffuso. I rifiuti sulla superficie soffocano letteralmente l’acqua privandola di ossigeno e inondandola di sostanze tossiche a lento rilascio per effetto della degradazione dei materiali. L’assenza di ossigeno causa la proliferazione di alcune alghe infestanti che assorbono quanto rimasto nelle acque e causano zone morte, le acque morte, in cui la fauna muore. La morte diffusa genera carcasse la cui decomposizione non fa che alimentare il processo di impoverimento della qualità dell’acqua. Sul fondo del mare, invece la plastica si accumula, degradandosi, ad un ritmo più lento, ed inquinando altrettanto.

oceani

Pesca, plastica ed inquinamento

L’inquinamento, la presenza di rifiuti e la pesca stanno impoverendo i mari ad una velocità drammatica che ha ormai ampiamente superato la capacità di recupero degli oceani, sempre più caldi, il cui l’equilibrio è ormai al limite della compromissione. I grossi predatori stanno svanendo a causa della pesca che ne uccide troppi esemplari e ne decima il cibo, i pochi rimasti stanno iniziando a migrare a causa dell’aumento della temperatura. Gli squali bianchi, i più grossi predatori dell’Oceano, stanno iniziando a migrare verso nord in cerca di acque più fredde, abbandonando i precedenti habitat. I coralli sbiancati, la morte delle barriere coralline, la decimazione delle popolazioni di tonno per soddisfare la domanda sempre crescente di sushi, i rifiuti plastici e non, l’inquinamento da combustibili fossili e agenti chimici stanno raggiungendo il punto di non ritorno a velocità crescente. La fine degli oceani sembra essere sempre più prossima e solo una radicale, coesa e completa inversione di rotta potrà preservare l’ambiente che più di tutti garantisce la vita su questo nostro pianeta.

tokyo

 

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