Le Donne di conforto in Corea del Sud : il regime Giapponese di schiavitù sessuale

Marzo 14, 2020 Always Ithaka No comments exist
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Ci sono realtà crude che bisogna affrontare quando si viaggia per essere certi di non essere solo passati da un luogo, ma di averlo vissuto. Le comfort womendonne di conforto, dal giapponese 慰安婦, sono una di queste realtà dolorose e difficili. Senza averne incontrato la storia il nostro sarebbe stato solo un viaggio a metà.

Ogni Mercoledì a Seoul si tiene una protesta davanti all’ambasciata Giapponese. I manifestanti circondano la statua della pace, una statua bronzea a grandezza naturale raffigurante una bambina Coreana che fissa immobile l’ambasciata. I manifestanti chiedono il riconoscimento del sistema di schiavitù sessuale instaurato in Corea del Sud durante l’occupazione Giapponese. Chiedono ufficialità, risarcimenti, scuse e ammissione di colpa. Giustizia, per le oltre 400.000 donne coreane e non rese schiave sessuali di guerra, rapite, rinchiuse e sistematicamente sottoposte a violenza sessuale, fisica e psicologica da parte dei soldati Giapponesi, in Corea e nel Sud Est Asiatico.

statua della pace Seoul

Mentre eravamo a Seoul abbiamo atteso il mercoledì desiderosi di prendere parte e dare il nostro contributo fisico a questa rivendicazione. Quando si tratta di diritti umani, non esistono confini, nemmeno linguistici che non si possano superare. Prendere parte alla manifestazione è stato davvero intenso, abbiamo provato una gamma di emozioni difficili da spiegare che ci hanno portato a divenire un tutt’uno con la folla, non solo per i normali meccanismi di euforia collettiva, ma anche per la profonda gratitudine con cui siamo stati accolti. Il racconto completo di questa giornata lo trovate in questo articolo scritto per FortementeIn.

Protesta del mercoledì a Seoul

Oggi mi ricordo il caffè offertoci da ragazzi di un’associazione, l’abbraccio di una signora e la piccola spilla che ci ha donato come ringraziamento. Quella spilla ora troneggia in primo piano nella nostra libreria, ogni volta che ci passo accanto mi fermo e ripenso.

Caffè Seoul wednesday demonstration

Ripenso alla manifestazione e al museo. Per trovarlo abbiamo fatto più di un saliscendi per le colline periferiche di Seoul. Stanchi e sudati, in quel forno a cielo aperto che è la capitale della Corea del Sud, infine abbiamo trovato il museo War and Women’s Human Rights. Abbiamo seguito qualche murales e costeggiato un muro grigio, per poi entrare in una villetta.

Dentro il museo sono vietate le foto e i video, perciò mettiamo via subito la macchina fotografica. Alla reception troviamo una signora ed una ragazza, felicissime di vederci. Ci consegnano l’audio guida e ci indicano il percorso.

Installazioni artistiche e testimonianze si alternano a partire dal cortile dove voci registrate invitano il visitatore a muoversi seguendo i volti evanescenti scolpiti nel muro. I visi delle vittime che raccontano si mescolano ai documenti, alle foto delle comfort station, ai diari dei soldati conservati accanto alle planimetrie dei bordelli.

La storia è sempre la stessa, in tutte le testimonianze. Le ragazze, molto spesso bambine, venivano abbindolate con promesse di lavoro, quando non direttamente rapite, e condotte in zone lontane. Qui venivano accolte nelle cosiddette “stazioni di conforto”, nulla più che dei bordelli ingentiliti dal nome. Una schiavitù nascosta dietro una finzione di servizio volontario. La vite delle ragazze seguivano una routine costante in cui un nutrito numero di soldati in coda all’ingresso si susseguiva nel violentarle, ogni giorno, tutto il giorno. Alla violenza sessuale si sommava il trauma psicologico della costanza, dell’assenza di speranza, quello fisico delle percosse e dei maltrattamenti, quello emotivo e biologico delle malattie e delle gravidanze. Una vita di tortura, per cui nessuno ha scontato una giusta pena.

Museo diritti umani Seoul

Guardo le teche, leggo le parole dei soldati. Scopro le azioni intraprese dalle sopravvissute che hanno dovuto tacere fino al 1991. Prima di quell’anno, nel 1965 erano stati inviati piccoli indennizzi, qualche scusa, ma nulla che rendesse giustizia alla portata degli eventi, una schiavitù sessuale su scala internazionale perpetrata su normativa governativa.

Osserviamo le foto delle donne intente a lottare, a darsi conforto, a rivendicare la loro memoria e ci commuoviamo. La forza che emana da questi volti, dalle parole che usano con coraggio e forza, non ha eguali. La storia delle sopravvissute non ha pari al mondo.

Uscendo guardiamo il cielo e pensiamo alla sezione del piano terra, quella in cui sono esposte foto delle donne che oggi subiscono lo stesso trattamento e non sono protette da nulla perché si trovano in luoghi interessati dai conflitti.

Sono sempre le donne a pagare il prezzo maggiore, nella loro carne. Stuprate, picchiate, uccise, contagiate, ingravidate, abbandonate, seviziate, abusate persino nella loro infanzia.

Viaggiare senza visitare questi musei è molto più bello, è vero. In questi luoghi si soffre, si ricorda e si lotta. Viaggiare per i tramonti e le belle cose è molto più semplice, è vero. Non siamo masochisti, ma sappiamo che anche noi dobbiamo fare la nostra parte e scegliere di conoscere davvero i luoghi che visitiamo ci permette di fare qualcosa. Di lottare affinché questo mondo migliori. Di scoprire che la bellezza della forza e del’orgoglio di chi lotta per sé stesso è la più potente al mondo.

Quindi sì, viaggiare così può far male, ma è l’unico modo per viaggiare davvero e non essere solo spettatori passivi del mondo.

Sto guardando la spilla, proprio ora. Tra pochi giorni sarà un mercoledì e la indosserò, perché non passi giorno senza che la memoria venga portata con orgoglio, senza che le lotte delle donne del mondo vengano supportate e ricordate.

War and Women’s Human Rights Museo, Seoul

Orari: 11:00-18:00 dal Martedì al Sabato

Prezzo: adulti/teenager/bambini ₩3000/2000/1000  [₩3000= €2,22]

Visita altamente consigliata

Libri consigliati per approfondire il tema delle schiave sessuali coreane:

Le Malerbe“,Keum Suk Gendry-Kim

Figlie del Mare”;Mary Lynn Bracht

figlie del mare

 

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