Lituania , indipendenza e fede proibita

26 Settembre 2018 / by Always Ithaka

Martina Miccichè

Quest’estate abbiamo macinato circa 6500 km, senza contare le piccole deviazioni, le fughe e i giri a vuoto alla ricerca di un raro posteggio. Spostarsi in Europa con questi ritmi implica una grande, grandissima voglia di esplorare, di scoprire realtà spesso meravigliose ed altre ancora più straordinarie. Ed è proprio quello che è accaduto durante il nostro breve, brevissimo, passaggio in Lituania. Le repubbliche Baltiche sono destinazioni turistiche in via di sviluppo e perciò non sono ancora state affette dalla piaga del turismo di massa. Dopo aver scoperto la fatata bellezza di Tallin e il pregio del prezioso fascino di Riga ci siamo messi in auto alla volta della Polonia. Ma come passare dalla Lituania senza nemmeno fare una fermata? Uno stop, anche se di breve durata, può regalare molto, soprattutto in un paese come questo.

 

collina croci

 

Eccoci quindi diretti ad una delle mete di pellegrinaggio più suggestive d’Europa. La strada corre veloce, con paesaggi bassi disegnati da colline incapaci di superare i 300 metri di altezza. Sono le foreste, però, ciò che più sorprende di questo paese, enormi e selvagge ospitano ancora bisonti e orsi liberi in memoria di quel paesaggio grandioso che ricopriva l’Europa prima di disboscamenti, urbanizzazione e guerre. Trascorriamo così una buona porzione del nostro viaggio, osservando quelle porzioni di alberi nella speranza di cogliere qualcosa, un movimento, un fruscio, che ci spinga ad accostare e a tirare fuori la macchina fotografica. Ma non accade nulla, la natura non ha certo bisogno di richiamarci a lei, quasi come sapesse che una volta avvicinati ne deruberemmo la libertà. Perciò continuiamo a viaggiare, tesi dal tempo che scorre lento e dalla distanza dalla nostra meta che sembra non accorciarsi mai. Percorriamo una strada sterrata per un buon tratto, temendo di perdere l’avantreno e di dover chiedere aiuto a una delle poche fattorie che puntellano il paesaggio. Di lontano si comincia a delineare il profilo della nostra meta, la Collina delle Croci. In controluce appare come una collina puntuta e irregolare, deformata dall’affastellamento di circa quattrocentomila croci, conficcate nel terreno l’una sul’altra. La osservo divenire un’immagine sempre più nitida. Giungiamo al posteggio e scendiamo. Camminiamo per circa 100 metri e arriviamo dinanzi alla collina. Il primo impatto è grottesco. Osservare una quantità così immensa di croci,ammassate, inchiodate l’una sull’altra scatena brividi profondi. Seguo un sentiero, separandomi dagli altri. Un piccolo tratturo scavato dai passanti mi guida in un tunnel di croci. La maggior parte sono in legno chiaro, con intarsi semplici o completamente lisce. Qualcuna si erge con fierezza in legno massiccio, scuro, lavorato finemente e levigato dalle intemperie. Sulle croci di grandi dimensioni mi fissano infiniti rosari e più piccoli crocifissi appesi con nodi di fil di ferro, adagiati ai bracci o fermate con chiodi nel legno morbido.

Cammino, e giungo sino ad un pino che, presa dalle croci, non avevo notato. Offre ombra e sotto il suo poderoso corredo di rami crea una sorta di grotta di aghi profumosi che accolgono altre croci. I rosari dondolano dai rami, il vento li carezza e li fa tintinnare. Le persone camminano piano quando giungono qui, osservano, qualcuno prega e molti altri piantano croci. Mi impongo di osservarli con discrezione mentre si chinano e conficcano l’enorme chiodo nella terra. C’è una tenerezza inaspettata nel gesto e la terra lo accoglie senza opporre resistenza, quasi comprendesse l’importanza di quel rito. Ma forse ha memoria anche lei, forse ricorda le prime timide croci piantate, appena 130 nel 1900. Forse ricorda l’impeto delle ruspe, l’odore del fuoco e il bruciore sulla sua erba quando i sovietici bruciarono la collina, per tre volte. Più di tutto però, ricorderà la forza dei lituani tornati a ripiantare croce su croce dopo ogni incendio, dopo ogni abbattimento, impregnando quel luogo spirituale del loro implacabile spirito nazionale. Questa collina, ora che la guarda bene, non riflette pienamente quell’angoscia che ho percepito. Quella è un’emozione che appartiene ad un forestiero. Per un lituano è un urlo alla propria libertà. Un ricordo di quanto sia costata quell’indipendenza faticosamente raggiunta appena 28 anni fa, figlia di ribellioni, di deportazioni nei gulag siberiani, di violenza ed imposizione, delle gesta dei Fratelli della Foresta che riunivano l’animo indipendentista e reazionario delle tre repubbliche baltiche. In queste croci c’è devozione a dio, senz’altro, ma soprattutto amore per la propria identità e desiderio di indipendenza.

Save mi raggiunge e saliamo sulla cima della collina. A volte basta davvero poco per scoprire un paese.

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a presto,

Martina

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