From Florida to Lousiana: #1 Miami, la città che s’innova aggrappandosi al passato

Novembre 8, 2016 Always Ithaka

8 Novembre 2016 / by Always Ithaka

Martina Miccichè

img_0016La Florida è considerata lo stato dall’anima torbida, quello delle passioni e dei segreti. Un’accezione che pare collimare con la sua conformazione palustre, colma di segreti e misteri celati a pelo d’acqua.
Miami, The Magic City, ne è la sfolgorante rappresentazione. Una città dai lati sorprendenti e dagli angoli terribilmente prevedibili. Alcuni stereotipi le calzano cuciti su misura con un’aderenza e una precisione che lascia sbigottiti. Conduce la sua esistenza consapevole di ciò, immersa in un’atmosfera decadente, tra parcheggi invasi da colonne di pullman che rigurgitano orde di anziani e insegne di fast food ad ogni incrocio. Collins Avenue, il fulcro di Miami Beach, risplende in sbiaditi colori pastello accesi dalle insegne al neon, elementi art decò che ornano alberghi e palazzi. Sotto i portici, enormi cocktail e pranzi costosi a base di sandwich cubani o all’aragosta

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vengono serviti a prezzi esosi con annesse mance ancora più esose con vista sulla bianca spiaggia punteggiata di ombrelloni blu marino. Questo il lato scintillante, opacizzato appena dall’odore acre dei cassonetti della spazzatura. Il resto della city, corre sull’enorme colata di cemento, entra ed esce dai grattacieli, tracotanza immensa, si riversa nel lento traffico dai semafori interminabili e parcheggia a spina di pesce difronte case a schiera a un piano, con il giardino sul retro. Piccoli rettangoli abitati da famiglie per bene, che cercano di credere disperatamente al sogno americano che a ben guardare s’infrange pochi isolati più in la, nei quartieri bui, dove le case in lamiera s’addossano l’una all’altra come fossero troppo fragili per sorreggersi da sole, la fotografia architettonica di chi vi abita. Una Miami sconsigliata dove stare attenti e non passeggiare la notte. Ricoperta di graffiti, tag di aspiranti rapper. Magari gli stessi che per guadagnare qualche bucks si iscrivono a incontri clandestini, combattuti nei cortili delle case, sperando in un qualcosa di lontano e scintillante, spesso scacciato via dal pugno del più forte. Una città che fa del rumore la sua nota più vivace, di giorno un’esplosione di clacson, voci allegre e musica, di notte una melodia di sirene e miagolii di gatti che dominano nelle strade dei quartieri.

Una Miami che dal 1919 ad oggi ha saputo inventarsi come dark harbour della Florida, la città del contrabbando. È stata prima culla generosa dello smercio di alcol dall’entrata in vigore del 18° emendamento sino alla sua abolizione, poi centro di smistamento del narcotraffico proveniente dal sud america, e infine, per non venire meno alla sua natura eclettica, si è inventata patria del riciclaggio del denaro sporco tramite il mercato immobiliare. Mercato nero e predisposizione al lusso hanno portato la city a vendere prodotti di nicchia, di valore e qualità, come i sigari cubani, arrotolati a mano con il miglior tabacco al mondo. I sigari non erano l’unica cosa a sbarcare sulle coste della Florida dalla più grande isola dei Caraibi. Dal 1960 l’effluvio di cubani che lasciava la Isla per inseguire il sogno americano si è stanziato a Miami, formando lo splendido quartiere di

Little Havana, con il tempo divenuto il punto di riferimento per gli esuli proveniente da tutto il centro america. La vita nella pequena Habana si concentra in Calle Ocho, la strada centrale dove negozi, ristoranti e monumenti cercano di ricreare un’atmosfera lontana 366km.
Inevitabile passeggiare per la calle con un, buono ma costoso, mojito,img_0074

fermandosi ad assaggiare piatti di Vaca frita e platanos, per poi riprendere e imbattersi in monumenti patriottici guidati dalle walk of fame che orma il marciapiede con i nomi di attori e artisti cubani famosi. Ogni due o tre vetrine s’incontra un negozio di sigari, venduti cubani ma made in U.S.A, con tanto di señor Jefe accomodato fuori dal negozio, cappello bianco, sigaro in bocca e rayban pronto per i selfie dei turisti.img_0084-ridotta Dire se tutto questo è un’esercizio di abile inganni per attrarre sempre più turisti o per vera nostalgia e desiderio lo lascio decidere al vostro cinismo. Un tocco di Havana autentica, però, si trova nel Maximo Gomez Park, dove sotto lo sguardo dello splendido murales raffigurante il summit to the Americas del 1993, anziani si sfidano a interminabili duelli di scacchi e accese partite a domino. La concentrazione impera, il clangore delle tessere del domino spegne i suoni del traffico e le voci degli anziani si mescolano alle volute di fumo che intorbidiscono l’aria. Uscire dal quartiere e rientrare nell’altra Miami pare uno shock.

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L’immagine di una Miami sfolgorante e piena di delizie sfuma al primo impatto, quando la strada dall’aeroporto pone l’accento sul degrado urbano e sulla vita di strada, ormai più densamente abitata di molti quartieri. Anche lo stadio dei Miami Heat, per inciso noi eravamo per Charlotte, regala scene al limite del grottesco, con cheerleader intente a fare da cubiste a un dj durante la durata di tutta la partita, un pubblico indifferente che si anima solo quando piccoli paracaduti fanno piovere dal cielo omaggi per gli spettatori e segue la partita solo grazie alle musiche bitonali che annunciano quando la squadra ospite attacca e quando difende. Charlotte ha perso.
Eppure, esistono tratti in cui il bagliore di una gloria andata rivive. Assecondando il fuso e andando in spiaggia presto, troppo presto, cercando di non volgere lo sguardo ai grattacieli che salutano il mare, si potrà godere di una sabbia fina e pulita, del passaggio dei pellicani che planano per pescare a pelo d’acqua sorretti dalle correnti atlantiche,della danza delle Caravelle Portoghesi che si arenano sulla riva.img_0043-ridottoL’acqua è fresca ma non gelida, attraversata da pesci e squali che cercano di ignorare i pochi bagnanti del mattino. Qualche joggers lascia solchi nella sabbia. Qualche cane entra ed esce dall’acqua riportando palline o frisbee. Le torrette dei bagnini art decò in colori pop si stagliano contro il cielo azzurro e limpido, facendo garrire al vento le bandierine di avvertimento. Quella viola, che indica che l’attività delle creature marine è potenzialmente pericolosa, ci ha accompagnato per tutta la permanenza.

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Dopo qualche ora, la spiaggia diventa irriconoscibile, musica ispanica si diffonde, tappi di birra giacciono al suolo, bambini corrono e si tuffano, i bagnini girano in quad per riprendere i comportamenti dei bagnanti, enormi involti di cibo vedono la luce attirando gabbiani famelici.
Non è semplice stare al passo con i cambiamenti di questa città, così ancorata al suo passato e, al contempo, così camaleontica. Una città americana dove il 70,2% della popolazione parla Spagnolo come lingua principale, in cui il cristianesimo è la religione più diffusa ma la comunità ebraica è quella che si nota di più, il Sandwich cubano è il più richiesto, il turismo impenna e la comunità dei senzatetto cresce ancor di più.
Il nuovo motto della città “It’s so Miami!” ben rappresenta il connubio tra stereotipo e cambiamento, tra tradizione e adattamento. Solo vedendola, ringraziando in spagnolo una commessa mentre si acquista un telo mare con il dollaro di George Washington pronti a dirigersi verso la spiaggia con dei panini nello zaino,si può comprendere e affermare “oh, it’s so Miami!”.

QUICK TIPS

cibo2El Exquisito Restaurant, 1510 SW 8th St, Miami, FL 33135-5219

 

 

“Miami Babylon” di Gerald Posnerbagaglio