Museo dei residuati bellici Ho Chi Minh, il vero volto della guerra

Ottobre 28, 2019 Always Ithaka No comments exist
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Il Museo dei Residuati Bellici di Ho Chi Minh è una tappa obbligatoria durante un viaggio in Vietnam. Non ho molta voglia di girarci intorno, sarò diretta. Visitare un paese, una città, senza cercare di informarsi,anche minimamente, sulla sua storia significa viaggiare a metà. Certo, si collezioneranno comunque belle fotografie e bei ricordi ma, di fatto, non si acquisirà una reale conoscenza del luogo. Un museo come questo potrebbe stonare all’interno di una vacanza, me ne rendo conto,ma ci sono cose che vanno viste, realtà che vanno osservate e comprese. Anche per avere solo una prospettiva del modo in cui un determinato paese veda sè stesso. Perciò eccovi uno stralcio del mio diario di viaggio, compilato in piedi in mezzo alle sale del museo, per imprimere su carta le emozioni che questo museo ci ha imposto. Vi avverto, non è una lettura leggera.

Mattina

Fa caldo. Questa città è maledettamente calda. Per fortuna la nostra prima tappa sarà il museo dei residuati bellici, perciò dovremmo riuscire ad evitare il sole per un bel po’. Sono meschina a pensarlo? Forse sì. Ma con questo caldo soffocante non credo di essere nel pieno delle mie facoltà. Mi sembra davvero che il mio cervello sia stretto in una morsa, prosciugato dei suoi succhi da questo caldo secco da fornace. Nella mia testa,un arrosto. Camminare è un’impresa e Save,francamente, comincia a preoccuparmi. Suda talmente tanto che sembra abbia cambiato abiti in un abbinamento più scuro ed attillato.

Ingresso

All’ingresso del museo mandiamo nel panico gli agenti di guardia. Gesticolano indicando il microfono sulla Canon quasi fosse sul punto di esplodere. Uno di loro, il più giovane, si avvicina e mi posa una mano sulla spalla con fermezza. Mi guida sospingendomi verso un abnorme cartello che, non so come, nè io nè Save avevamo notato. Leggiamo gli infiniti divieti. Tra cui, spicca, il divieto di registrare video senza previa autorizzazione. Presto detto, smonto il microfono e lo consegno a Save. Infine, con ampi gesti eccessivamente teatrali, sposto la leva di accensione della macchina per far notare loro l’atto di spegnimento. Rilassano le spalle, come rispondessero ad un comando coordinato. Chissà che stress dover domare la sete di fotografie di noi occidentali.

Cortile

Il cortile è ampio è, per assurdo, è gremito di persone intente a fotografarsi di fronte ai tank e ai bombardieri. Una coppia vietnamita ci chiede di far loro una foto, accettiamo. Ci piacciono queste gentilezze da viaggio. Sarà ingenuo, ma quando facciamo foto ad estranei ci piace pensare che osservando quella foto si ricorderanno, seppur in maniera vaga, di quei due ragazzi bassini con la grossa macchina fotografica che gliel’hanno scattata. Gli aerei sono imponenti, soprattutto considerando gli alloggi per bombe e munizioni. Sembrano grossi insetti, a ben pensarci. Colossali insetti in grado di radere al suolo villaggi interi con la semplice apertura delle loro pance cariche di bombe, quasi fossero un grumo di uova.

guerra vietnam

Prigione

Giriamo attorno agli aerei, e ci infiliamo in una porticina nel muro. Di colpo siamo catapultati in una sezione della prigione. La prima stanza accessibile è quella delle esecuzioni. Ci metto un po’ a capire cosa sia quell’abnorme trabiccolo in legno scanalato e scheggiato. Una maledetta ghigliottina. Leggendo le didascalie sembra quasi ovvio, cosa potevano portare i coloni se non i loro eccentrici mezzi di esecuzione? La visione di quella lama triangolare, affilata ed oliata, retta da una corda scorrevole mi colpisce come una frustata sui reni. Cerco la mano di Save, disperatamente.

guerra vietnam

Cella

La riproduzione di una delle celle mostra un manichino scheletrico seduto. Accanto, una scala in cemento permette di salire ed avere una panoramica della cella dall’alto. Lunghe sbarre in metallo permettevano di osservare e vessare i prigionieri dall’alto. Un dipinto sul muro adiacente mostra la proporzione delle celle. Enormi file di grate chiuse sul capo dei reclusi. Mi immagino per un istante il soldato di guardia muoversi su e giù per il corridoio, controllando di quando in quando cosa avvenisse sotto di lui. Immagino il suono dei tacchi sul cemento. Le eco secche del suo marciare marziale. I gemiti dei prigionieri appena allontanati dalla camera delle torture. Cosa avrà provato questo mio immaginario secondino nel sentire il silenzio rotto da singulti? Fastidio, probabile. Rimorso, senza ombra di dubbio. Rimango qui un poco, a scribacchiare mentre nelle mie orecchie rimbomba la marcia della sentinella.



Pipistrelli

Un fruscio mi smuove i capelli. Poi un altro, questa volta mi fa svolazzare lievemente la maglia. Lo sento appena e solo perchè ho la schiena sudata. Mi volto e guardo in alto. Mentre piroetto su me stessa quasi cado di sotto. Recupero l’equilibrio con malagrazia, affascinata. Un piccolo stormo di pipistrelli vive nelle alte volte della prigione. Mi guardano a testa in giù, con quei musi porcini, gli occhi umidi e i piccoli petti dal pelo arruffato. Mi storco per guardarli, a testa in giù, per quanto la mia elasticità me lo consente. Anche Save fa lo stesso. Piano piano li vediamo camminare, andando a tentoni con gli artigli adunchi delle ali per saggiare il terreno. Ogni tanto un piccola nuvoletta di pochi esemplari si alza in volo, spostandosi dal lato opposto.

pipistrello

Interno

L’ingresso ci refrigera all’instante. La prima sala, ammetto, ci lascia abbastanza indifferenti. Ospita una mostra temporanea su una famiglia americana la cui figlia ha ereditato la macchina fotografica del nonno, sopravvissuta alla guerra del Vietnam in forma di lascito. La ragazza l’ha utilizzata come unico apparecchio fotografico per anni fino a che, non ha sentito che la macchina volesse essere riportata in Vietnam, dove il nonno aveva trovato la morte. Seguono foto di viaggio della ragazza americana in Vietnam.

Piani superiori

Salendo le scale mi rendo conto di essere un po’ scombussolata dal caldo. Ci fermiamo nella sala delle macchinette automatiche e compriamo dell’acqua. Il primo sorso è così freddo e agoniato che posso sentire il liquido sgorgarmi dentro, una fresca cascata che si getta nel mio stomaco. Ci dirigiamo verso le sale, una in particolare ci attira subito. La sezione dedicata ai fotografi di guerra. Le fotografie sono terribili, non sanno nascondere nulla. Probabilmente è ciò che le rende così magnifiche, ciò che conferisce loro quell’ autorità per cui tutti, prima o poi, ci troviamo ad ammirarne una. Queste foto però, sono atroci nella loro bellezza.

Una foto

Scorriamo come fossimo su una catena di montaggio. Ad ogni passo laterale una nuova foto. Le didascalie sono crude ed empatiche. Un reporter ha fermato un soldato prima che compisse un’esecuzione. La foto ritrae il soldato e i condannati di fronte a lui, il fucile alto. Dopo aver scattato la foto il reporter si è voltato e dietro di lui si è aperto il suono sordo e duro degli spari, poi solo il tonfo dei corpi esanimi caduti al suolo. Guardo questa foto per un po’. Immagino la sensazione di sentire quel suono. Immagino di chiedere un secondo, per documentare. Un istante di vita in più e poi di voltarmi e sentire la terra accogliere duramente quei corpi morti.



Macchina fotografica

Giungiamo ad una nicchia in cui si susseguono le ultime foto di un reporter americano, scattate tutte nelle sue ultime ore di vita. L’ultima foto prima del buio. Una teca di vetro interrompe la sequenza di nicchie. Una Nikon F appartenuta al fotoreporter Don McCullin. Osserviamo bene il corpo macchina dopo aver letto la descrizione. Si vede, distintamente. Il punto in cui il proiettile è entrato e si è fermato, salvandogli la vita, è più che evidente.

Saigon Horror picture Show

Le fotografie cominciano a sommarsi nella mia mente, lo so. Ad ogni nuova immagine mi trovo più vulnerabile, più vicina a quei sentimenti che sto cercando di schiacciare sul fondo del mio essere. Sento la rabbia e il disgusto. La paura nera come una macchia di petrolio che si fa strada, risalendo le mie vene, ingolfandomi le vi respiratorie, stringendomi i capillari, strizzandomi il cuore per fargli fare qualche battito in più. La sento premere sui miei dotti lacrimali, vogliosa di sgorgare come un fiume nero. Foto di corpi devastati dalle mine antiuomo e dal Napalm. Un brandello di carne informe che un attimo prima di essere maciullato aveva avuto una forma,un viso, una struttura definita. Teschi lucidati e legati a formare una bellicosa polena sulle barche con cui gli americani risalivano il Mekong. La foto di un gruppo di fuggiaschi assassinati, ammucchiati l’uno sull’altro. Una donna spicca, al centro della foto, il viso all’indietro e le gambe piene di sangue, stuprata a morte. Un padre ed un bambino riversi nella polvere inumidita delle strade prossime alla giungla.

soldado americano

Una luce

Una foto mi frantuma dall’interno. Non pensavo di poter provare nulla di simile, non dopo Tuol Sleng. La foto ritrae un bambino, molto piccolo, totalmente ricurvo sulla sorellina, ancora più piccola. La protegge dall’arrivo dei soldati con il suo microscopico corpo. Non sarà più alto di un metro e così accovacciato con quella cosina tra le braccia sembra avere un volume infinitesimale. Un senso così crudo della vita, una consapevolezza così adulta e piena di abnegazione che non dovrebbe esistere in un bambino. Un gesto limpido. Si sono salvati. L’unica storia a lieto fine in questa parata di orrori. Sono morte 300.000 di persone. Ma loro due no. Non posso non ammetterlo. Ho pianto, nella spalla di Save ed in silenzio.

Agent Orange

Cambiamo sala. Mentre spingiamo la grossa porta in vetro cerchiamo di prepararci mentalmente. Un cartello gargantuesco ci accoglie e spiega gli svariati tipi di diossine impiegate come arma dall’esercito americano. 15 anni di guerra. 15 anni in cui gli Stati Uniti hanno testato tutto ciò che ritenevano meritasse l’impiego bellico sulla popolazione vietnamita. L’impatto delle armi chimiche è stato più che distruttivo,ma soprattutto pervasivo. Guardiamo le foto degli effetti immediati accostate a quelle degli effetti che si sono protratti nel tempo. Di generazione in generazione.



1997

In una foto, osserviamo il volto pieno e bello di un grosso bambino. Un bambino qualunque, se non fosse per la deformità che lo ha privato delle gambe. Sotto il ventre spuntano i piedini paffuti da neonato. Leggo che è nato nel 1997. Lo stesso anno in cui è nato mio fratello. Lui era biondo e bellissimo e non riesco ad inquadrarli come coetanei. Non riesco a non pensarli entrambi ma non riesco a connetterli, quasi appartenessero a due secoli diversi.

Una guerra che non muore

La guerra del Vietnam non è finita nel 1975, è continuata nelle vite di tutti coloro che sono venuti in seguito. In Vietnam come in America. I reduci non sono tornati a casa “solo” con la sindrome da stress post traumatico. Si sono portati dietro il contatto con gli agenti tossici, visibili nei loro figli e nei figli dei loro figli. La guerra è nelle loro case, nelle strade di Ho Chi Minh in cui i bambini deformi sono messi in strada per raccattare denaro con l’elemosina. L’obiettivo degli americani non era esattamente questo, ma indurre la sterilità dei vietnamiti era una delle ragioni che li spinse a usare le armi chimiche.

carro armato

Uscita

Stiamo girando da ore, con il nostro carosello emotivo più o meno imbrigliato nelle rime degli occhi. Finiamo la visita e decidiamo di uscire. La grossa porta oltre la sala d’ingresso è immersa nella luce accecante dell’estate ad Ho Chi Minh. Vedo l’aria vibrare sull’asfalto. Spingiamo i grossi portoni ed usciamo. Inspiriamo una grossa boccata di aria bollente. Ed è un sollievo. Dopo tutto questo, il caldo osceno e abbacinante è un sollievo.

Per concludere

Questi sono stralci di memoria molto personali e soggettivi. Questa visita ci ha distrutto e dato tantissimo. Perchè nessuna guerra va dimenticata, nemmeno in nome di una vacanza. Bisogna sbatterci il muso contro, solo così, forse, smetteremo di dimenticarci dei conflitti in corso e di quello che significano.

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