Nobel per la Pace 2018, abbattendo la cultura dello stupro

Ottobre 5, 2018 Always Ithaka No comments exist

5 Ottobre 2018 / by Always Ithaka

Martina Miccichè

Lo so, non è un post sui viaggi. Ciò nondimeno è un post che sono fiera e felice di poter scrivere. Oggi è stato dato l’annuncio che il Nobel per la Pace è stato attribuito a Denis Mukwge, ginecologo congolese, e a Nadia Murad, Yazida irachena catturata nel 2016 e venduta come schiava sessuale da Desh, per il loro lavoro contro lo stupro come arma di guerra. Per capire questo premio nobel è necessario capire come lo stupro venga utilizzato come arma in guerra e nel quotidiano.

Nel termine stupro rientrano quegli atti che comportano una qualche forma di violenza sessuale. Sia uomini che donne possono essere stuprati e in ogni caso si tratta di una violenza. La storia dello stupro è vecchia quanto il concetto di proprietà ed è brutalmente legata ad esso. Le donne vengono considerate, spesso e troppo volentieri, una proprietà dell’uomo, che sia esso il padre, il fratello, il marito o il patriarca della famiglia. Questa mentalità non è lontana dalla nostra vita quotidiana, basti pensare al rito del matrimonio in cui il capo famiglia consegna la sposa al marito. Un passaggio di proprietà in forma istituzionale. Se siete ancora scettici, vi basterebbe richiamare nella memoria tutte le volte che avete sentito dire “stuprano le nostre donne”; una frase sempre attuale in questi giorni. In quel nostre, aggettivo possessivo plurale, vi è tutto il senso della proprietà. Se ricordate anche come proseguono certi sproloqui, converrete con me nel pensare che, più che un discorso empatico, si tratti di una riflessione sull’onta che la violenza subita dalla persona porti sulla famiglia. Onore, decoro e rispetto. Ne consegue anche una certa stereotipizzazione della vittima che produce un’immagine oscura di una persona “rovinata” e al contempo colpevole.Eh ma indossava la mainigonna…“,  “Ma cosa ci faceva da sola a quell’ora?“, “Però è lei che è andata via con lui/loro…“, “Eh ma se dai confidenza è quello che succede.“, “No, mia figlia non uscirà di casa fino al matrimonio.“. Questa è la prospettiva maschile dello stupro, cui bisogna sommare le pressioni machiste cui gli uomini sono sottoposti. L’idealtipo del vero uomo è un individuo forte, un lavoratore, un uomo che non teme rivali, che risolve le sue questioni da solo, a cui nessuno osa andare contro e a cui nessuna donna sa, o può, dire di no. Grottesco e misogino.

 

Ma non pensate che le donne ne escano indenni.Quante volte avete sentito una ragazza, donna, anziana sostenere che le donne stuprate da Weinstein “avrebbero potuto dire di no è l’hanno fatto per fare carriera.” o, peggio ancora, sminuire le persone che hanno accusato uno dei loro cari adducendo spiegazioni che minano non solo la credibilità della vittima ma il suo stesso ruolo, da vittima ad adescatrice il passo e breve. E se vogliamo essere onesti, quante volte avete sentito una ragazza insinuare che “a lei certe cose non capitano perchè lei non dà confidenza o non si mette in situazioni potenzialmente pericolose” accusando direttamente di aver commesso un qualche errore tutte le vittime di stupro?! Beh, io l’ho sentito tante, troppe volte. E può essere frutto di paura  come di disprezzo ma senz’altro è un ordine di pensiero figlio di una mentalità maschilista e patriarcale che attribuisce alle donne un ruolo marginale, subordinato e strumentale.

 


LE VIOLENZE SULLE DONNE OCCUPANO UNO SPAZIO CRUCIALE NEGLI ATTI DI GUERRA, AD ESSE VIENE ATTRIBUITA UNA FUNZIONE SIMBOLICA


 

Questo è lo stupro nella nostra realtà quotidiana, in tempo di guerra, lo stupro, diviene sistematico. Da un lato è un premio, un incentivo, uno sfogo per le truppe e dall’altro è uno strumento per colpire indirettamente il nemico.

Le violenze sulle donne occupano uno spazio cruciale negli atti di guerra. Ad esse viene attribuita una funzione simbolica che le rende mezzo, de-umanizzando le donne ancora una volta,  per colpire fisicamente e culturalmente l’altra fazione. L’onore sociale e familiare di una comunità viene misurato sulla pelle della donne che la abitano. Esse vengono, di fatto, considerate come oggetti nella costruzione dell’onore maschile. Ciò viene estremizzato non solo attraverso la stigmatizzazione della comunità nei periodi di quiete, ma nell’idea secondo cui la “women sexuality symbolizes the man-hood”[1]. Sono una rappresentazione di potere, un simbolo di virilità maschile, il testimonio vivente di chi e come comanda. In questo quadro la violenza sessuale ai danni di una donna di una data comunità, etnia o religione diviene un’attestazione di potere, un’attacco diretto alla detta comunità, etnia o religione. La dissacrazione e l’abuso del corpo della figlia, della sorella, della madre, della moglie, della vedova genera vergogna e disonore non solo su di lei, ma sull’intero gruppo sociale. Tant’è che si pensa a loro solo in termini del rapporto che hanno con un uomo, non come donne, che vengono stuprate, ferite, torturate e private della possibilità di sentirsi esseri umani poichè ritenute strumento di piacere e/o offesa.

Ecco perchè questo Nobel è così importante. Rappresenta la possibilità di una presa di coscienza globale. Un premio per suggerire all’umanità di fermarsi e capire cosa sia lo stupro, in guerra e nella vita di tutti i giorni. Un premio per portarci a riflettere se anche noi, nella nostra vita, in quelle parole che crediamo essere innocenti, stiamo portando avanti quel modello misogino che innesca violenza e sofferenza. Lo stupro viene spesso considerato un problema minoritario, relativo alle donne, e le donne che cercano di portare avanti la lotta all’eguaglianza vengono stigmatizzate,derise. E’ tempo di cambiare e questo Nobel ce lo dimostra.

Vi lascio con il link per acquistare il libro di Nadia Murad , il bellissimo discorso di Chimamanda Ngozi Adichie, una lettera della medesima autrice da leggere anche se non siete in attesa di una figlia e anche se avete un figlio maschio. Tutte le immagini contenute in questo post sono di drawingsofdogs, vi consiglio di seguire il suo profilo e acquistare le sue stampe perchè riesce a dire con poche e semplici parole quello che spesso non riusciamo ad esprimere.

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A presto,

Martina

 

 

[1] Ritu Menon, Kamla Bhasin: “Borders and Bundaries, women in India’s Partition.”, Rutgers University press, 1998.

 

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