Perchè amo la Cambogia anche se mi ha spezzato il cuore

Luglio 13, 2019 Always Ithaka No comments exist



Questo post avrà una pessima indicizzazione, lo so. A volte, però, penso sia più importante raccontarsi e vedere sulla pagina bianca chi si è realmente, senza pensare per forza all’utile. Questo post mi serve per tirare le fila, per trasmettervi quello che la Cambogia è stata per me. Una dolorosa e struggente meraviglia.

Confine

Il giorno in cui abbiamo attraversato il confine tra Thailandia e Cambogia spero di ricordarlo per tutta la vita. Il pullman avanzava sulla carreggiata circondato dal paesaggio Thailandese. Ad un tratta, ben prima della frontiera, qualcosa è cambiato. L’erba semplicemente è diventata più verde, i fili più lunghi e setosi, scintillanti di gocce d’acqua. Dopo la frontiera la terra ha subito anch’essa una metamorfosi, si è tinta di rosso. Un terra di siena pieno. Ed è una cosa sublime pensare che i suoi colori più significativi siano quasi una eco di lei, rossa come il sangue, verde come la speranza.

Un viso Khmer

Smontando dall’autobus abbiamo cercato con lo sguardo il remork-bike inviatoci dall’albergo. L’abbiamo scorso per caso, mentre con gesti gentili muoveva il cartello con il nostro nome. Il suo viso è il secondo ricordo che questa Cambogia mi ha lasciato. Una bocca piena, aperta in un sorriso timido ma accogliente. Gli occhi, neri come grotte, dai lati affilati in angoli acuti ma straordinariamente grandi, tondi. Zigomi alti, una voce decisa ma giovane, come lui. Tiein.

Il tragitto

Nessuna accoglienza sarebbe potuta essere più vera. Abbiamo viaggiato lentamente, sballottati dalle ruote sul terreno dissestato. Villaggi, impreziositi dal bestiame al pascolo. L’orario di uscita della scuola di un villaggio. Le divise in ordine. Bambini alla guida di motorini, sconvolti dalla nostra presenza, felici anche solo di salutarci.

La natura più viva

Poi rammento gli animali. Gli insetti di dimensioni immense che intarsiavano in complicati disegni il camminamento fino alla nostra capanna. Il gigantesco ragno che ha agguantato la farfalla che mi volava accanto, proprio sopra la mia testa. La cena nel ristorante, circondati da insetti volanti dalle larghe ali divise a coppie di due per lato che si muovevano lentamente per una sola mezz’ora,dalle 20.00 alle 20.30. Le rane pomodoro e i rospi grassi che gracidando, saltavano rotondi per acchiappare gli sfarfallanti insetti, il tutto nella luce arancione che si rifletteva sul legno scuro. E ancora i cani randagi accolti dalle famiglie, i geki che abitavano nel bambù della nostra sistemazione e squittivano i loro allegri pigolii ad orari impensabili.

L’orrore più oscuro

E poi la morte. Il genocidio. Il volto spaventoso della realtà della dittatura di Pol Pot e degli Khmer Rouge che, come un guanto ha afferrato la Cambogia spremendone i succhi vitali, fino al midollo. Fino all’ultima goccia di sangue innocente. La visita alla scuola convertita a prigione è stata un’esperienza profondamente devastante. Mi rendo conto che nemmeno i miei traumi personali, quelli che mi porto sotto e sulla pelle, siano mai riusciti a sconvolgermi al punto da domandarmi come non potessi perdere il senno di fronte a tutto ciò. Le brande, le barre per incatenare le gambe. Le foto di corpi squassati dalle torture, ma ancora, inspiegabilmente, vivi. Affamati di vita. Se volete saperne di più, questo link vi rimanda al racconto integrale della nostra visita.

pol pot

Venite con me

Una sera siamo stati attirati all’esterno da una forte musica. Tiein parlava con un uomo di un villaggio accanto. L’uno accanto al remor-bike l’altro sulla sella del motorino. Guardandoci ha allargato gli occhi, come per inghiottirci tutti interi. Prima che gli chiedessimo qualunque cosa ha cominciato a spiegarci che i suoni probabilmente provenivano da una festa o da una celebrazione funebre. Prima che potessimo capire ci ha guardato fissi, con un sorriso incredulo. “Volete andare a vedere?” ci ha domandato.

Tutto quel che c’è

Il remor-bike seguiva la musica, assordante. Come facesse a capirne la provenienza ci è parso un mistero. Eppure è riuscito a trovarne la fonte. Si è addentrato con tutto l’ingombro del mezzo in mezzo alle casette a palafitta di un villaggio. Enormi casse ammassate le une sulle altre pompavano musica mentre bambini di diverse età ballavano. Smontando di sella ci ha fatto cenno di scendere. Nemmeno il tempo di salutare e siamo stati fatti accomodare e tutto il villaggio ha cominciato a servirci cibo khmer e fiumi di birra. A Save hanno perfino offerto il vino cambogiano, un distillato versato direttamente da taniche conservate nel suolo. All’odore, benzina. I bambini sono corsi a prendere qualcosa in casa per poi donarcelo, i loro biscotti.

Cao Keku

Tiein ha cominciato a bere, bere forte. A parlare di come il sorriso Cambogiano nasconda il dolore, il folle dolore che dilania loro il petto. Guardava i bambini ballare e chiedeva che futuro potessero avere. Che cosa potesse fare lui. Nel mentre il signore che aveva allestito la festa ci ha mostrato le foto della figlia per cui si teneva la celebrazione. Deceduta cento giorni prima. Non parla inglese, Tiein traduce un po’. Facciamo gesti che mostrino la nostra empatia. Lui sorride, zoppicando. Ci ringrazia, come se avessimo fatto qualcosa. Non vorrebbe che andassimo via.

Il padre della Ragazza

Odi et amo

La Cambogia mi ha spezzato il cuore mille volte. Ogni volta che qualcosa di bello si è verificato, un ragno enorme è corso ad impigliarlo nella rete. Dopo Angkor e la bellezza senza paragoni delle rovine, il dolore di Tiein. Dopo la poesia della cena immersi in un’atmosfera da Miyazaki, il sorriso amaro di un padre che celebra il dolore di aver perduto una figlia. Dopo i biscotti, una bimba sporca di terra che mi abbraccia e cerca in tutti i modi di farmi ridere con i suoi occhietti strabici. Dopo la meditazione, la S-21. Dopo il sole, il monsone. 

Eppure, forse t’amo di più per questo

La verità più sincera che posso raccontare è proprio questa. Una gemma riluce maggiormente in un campo di fango che in una gioielleria. I sorrisi Khmer e la loro sincerità sono più densi di qualunque altra cosa, fatti di una materia che impegna mente e cuore. Save ed io siamo concordi, affranti ma persi, nella meravigliosa bellezza della Cambogia. Al confine con il Vietnam ci siamo promessi più volte di tornare. Abbiamo percorso la distanza tra le due frontiere a piedi. Guardandoci sempre alle spalle e dicendoci l’un l’altro, ma anche a lei, che saremmo tornati. Certi saluti, sono solo arrivederci.

 

 

 

 

 

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