Esplorando il quartier generale sotterraneo della marina Giapponese a Okinawa

31 Ottobre, 2019 Always Ithaka No comments exist



Prendiamo il bus numero 11, ci sediamo su due sedili appaiati per stare vicini. Dopo 50 minuti siamo arrivati alla fermata. Per raggiungere l’ex quartier generale della marina giapponese ad Okinawa dobbiamo praticamente scalare una collina. Alla base troviamo santuari in cemento, con piccoli idoli annichiliti dalle forme dure e quadrate del materiale. Saliamo rampe di scale infinite e osserviamo il panorama. Una città, un hotel che copre il mare in tumulto, grigio per il tifone. Sentiamo solo il vento scorrere ad ondate. Parole. Ci porta parole. Le capiamo. Le capiamo perchè a pronunciarle è una famiglia americana in visita alla base.

Memoriale

Sulla sommità della collina un grosso memoriale in cemento accoglie i visitatori. Nella pietra, sono incisi i kanji e gli hiragana di una poesia dell’ammiraglio Minoru Ota, ufficiale del quartier generale. Prima di suicidarsi con altri sei ufficiali, l’ammiraglio inviò un messaggio dal titolo “Così hanno resistito gli abitanti di Okinawa” al Vice ammiraglio della marina per testimoniare le azioni dei civili durante la guerra.

Ingresso

L’ingresso è una stanza a vetri ovale, grigia come tutto il cemento che le sta attorno. Dentro troviamo pannelli pieni di foto, un televisore che trasmette a loop e degli origami. Le foto ritraggono abitanti di Okinawa ed americani. I soldati americani sono stati fotografati mentre aiutano le persone. Una bambina offre il piede maciullato ai controlli di un ufficiale medico. Un gruppo di uomini giapponesi guarda nell’obiettivo della macchina con sguardo di onice mentre vengono fotografati, chi a petto nudo chi in yukata, dietro al filo spinato dentro cui sono rinchiusi. La tv ha l’audio accesso, una musica da vecchio film di guerra, angosciosa e ripetitiva, mostra a ciclo continuo una nave che solca le acque. Tutte queste immagini mescolate circondano la scala di accesso a museo e reception.

OKINAWA

Museo

Il biglietto costa 440 yen a persona. Paghiamo in fretta, solo contanti. Poi entriamo nel piccolo museo di cui consigliano la visita prima di accedere al quartier generale. C’è una scuola in visita. Studenti Giapponesi del liceo, che in ordine, ridono e scherzano con il professore. Una hostess li accompagna nella visita. Il museo è davvero piccolo. Una linea del tempo con i fatti della guerra, uniformi da soldato, picconi e lance simili a baionette.

okinawa

150.000

Una delle pareti elenca i numeri di guerra. 150000 le vittime civili di Okinawa. Circa un quarto della popolazione spazzata via. Con lei tutto ciò che si trovava sull’isola. Ogni edificio, ogni tempio, ogni castello, raso al suolo dai bombardamenti a tappeto. La perdita umana si è sommata ad una perdita culturale insanabile, qualcosa che ha scavato un vuoto emotivo e psicologico in questa terra così profondamente legata alla tradizione. Un trauma che non conosce fine.



20 metri

Ci avviamo verso il bunker. Ci accoglie una sala circolare, dalle nicchie nelle lisce pareti, dei piccoli Buddha guardano il centro della sala. Poi vediamo la discesa. Un lungo tunnel angusto, con scale ripide, luci tremule nell’umidità che si riflettono sul corrimano che corre a zig zag verso il fondo. Scendiamo, seguiti solo dall’eco dei nostri passi. Arriviamo alla fine della scala e un cartello ci segnala che siamo 20 metri sotto terra.

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Frecce rosse

Seguiamo il percorso consigliato. Una sala di pianificazione introduce un cunicolo che scende ulteriormente. Una stanza con le pareti butterate. La targhetta bianca riporta “segni della granata esplosa da un soldato nell’atto di suicidarsi”. Guardo i buchi nelle pareti. Grezzi e granulosi, circolari e scuri. Ricoprono una parete e la prima porzione di quelle che le stanno vicino. Le frecce rosse ci spingono a proseguire.

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Nicchie

Il bunker di per sé è piuttosto piccolo, costituito da cunicoli angusti dal soffitto ovale e piccole stanze che paiono più nicchie di fortuna. Un’infermeria, una stanza in cui i soldati si ammassavano gli uni sugli altri duranti i bombardamenti arrivando a dormire in piedi, due spazi dedicati ai generatori, una stanza per i segnali. La sala più grossa ospita un tavolo in legno massello con un vaso al centro. Quella e la piccola ansa che allarga il passaggio per accedervi erano gli alloggi degli ufficiali.

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Pareti

Le pareti sono liquide, gorgoglianti. Le seguiamo sentendo l’acqua scorrere nel canale di scolo, probabilmente scavato per evitare che il bunker si allagasse. Acqua che gocciola, acquerugiola che gorgoglia, acqua che scivola. Vediamo un piccone grande quanto il mio busto e quello di Save messi assieme, spalle comprese. Con quegli attrezzi hanno scavato il rifugio. Giungiamo alla fine, verso l’uscita dal bunker in cui i soldati hanno tentato l’ultima resistenza. Riconosco, nell’illustrazione, il bastone con il coltello legato in cima che ho visto al piano di sopra, nel museo. Con quegli attrezzi in legno e ferro hanno tentanto l’ultima battaglia.

Risalire

La vecchia uscita fa parte dell’esposizione, per uscire dal rifugio bisogna tornare indietro, sui propri gocciolanti passi. La rampa risale veloce, proiettandoci con un rapido pendio nella luce della superficie. Riemergiamo accanto ad un negozio di souvenir, delle macchinette rettangolari piene di bibite e una zona riposo. Sfogliamo i libri del negozio e ci sediamo sull’unica panchina per bambini a sorseggiare una bibita fredda. Freddissima. La bibita americana per eccellenza. Coca cola. Ci guardiamo, un po’ stupiti di averla scelta tra tutte le altre.

Il prezzo

Guardiamo la città dalla collina, seduti su una panchina ai cui lati due enormi shisa in stile anime ci osservano. Ci facciamo sempre delle domande dopo aver visto qualcosa. Parliamo, parliamo. Parliamo sempre un sacco. Oggi ci chiediamo se sia questo il prezzo da pagare per aver perso una guerra. Foto del nemico ingentilito prima di accedere ai luoghi in cui hanno pulsato gli ultimi battiti dei caduti. Una città rasa al suolo e ricostruita con un parco divertimenti a tema per sollazzare i soldati americani stanziati su Okinawa.



L’importanza di sapere

Vedere certi musei di certo non fa l’effetto di una vacanza. Al contrario è una cosa che stanca profondamente e sfibra l’animo. Non ritempra, non distrae, concentra. Ed è probabilmente per questo che sono così importanti, finché ci sono loro, fino a che le loro mura cariche di storia resistono abbiamo una chance di non dimenticare. Di non lasciare che lo scorrere del tempo ci riconduca dove siamo stati.

Parco giochi

Riprendiamo la via del rientro e scorgiamo un parco giochi. Scivoli lunghi dieci, quindici metri che tagliano la collina, arrampicamenti impressionanti, bambini giapponesi che si spingono sulle lamelle rutilanti che permettono lo scorrimento sugli scivoli così smisuratamente lunghi. Un gruppo di anziani gioca accanto al parco, su panchine in pietra. Guardiamo i bambini giocare e guardiamo la strada del rientro. I bambini ridono forte. Un ultimo sguardo alla collina che ci sovrasta ed andiamo via. Seguendo il filo dei pensieri, della storia e della vita che, nonostante tutto, va sempre avanti.

“Così la gente di Okinawa ha combattuto la guerra”

 

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Buon Viaggio

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