S-21 il museo del Genocidio di Phnom Pehn

Luglio 11, 2019 Always Ithaka No comments exist

Non ho lo stomaco debole. Mi reputo una persona difficile da impressionare, da sconvolgere. L’ho sempre pensato fino ad oggi, fino a quando dopo essere uscita dal Museo del Genocidio di Tuol Sleng mi sono resa conto di essere sotto shock.

L’arrivo

Siamo arrivati al museo come si arriva a qualsiasi altro punto di interesse. Tranquilli,con un tuk tuk prenotato con Grab. Non mi era parso affatto anormale. Ad Auschwitz, Shasenhausen e Dachau ci siamo sempre andati in macchina. Adesso, con il senno di poi mi sembra assurda la leggerezza con cui sono scivolata sul predellino del tuk tuk. La disinvoltura con cui ho coperto il microfono esterno della reflex per proteggerlo dall’acqua nebulizzata per rinfrescare i turisti. La serenità con cui ho ripreso il prezzario del museo per il vlog che avevo in mente di girarvi. Non credo esista un modo per arrivare preparati, completamente. Però quel mio incedere tranquillo ora mi sembra appartenere ad un’altra persona.

 

pol pot

 

No photo

Una volta entrati abbiamo notato il cartello no photo accanto ad una delle camere. Siamo entrati, abbiamo osservato il letto in metallo con i blocchi per legarvi i prigionieri e la foto di un corpo sofferente e ritorto appesa al muro. In bianco e nero. Siamo entrati nella stanza successiva. Qui non c’erano divieti e ho ripreso la branda metallica dai bordi sfondati. A Save è venuto il dubbio che il divieto fosse esteso a tutto il complesso. Così sono uscita nella luce cruda di mezzogiorno per domandare ai custodi se potessi fare foto. Solo dall’esterno, mi hanno risposto. Con un sorriso educato e compito.

Le camerate

Questo luogo era una suola superiore, riconvertita dal regime a campo di prigionia e tortura. Circa 20.000 persone sono passate da queste stanze e solo 7 sono sopravvissute.  Le stanze erano organizzate in base alla funzione. Le prime, quelle con i letti erano le camere di tortura. Al piano superiore, nella foto adesa alla parete si nota la branda di un soldato accanto a quella del prigioniero incatenato. Qualcosa non va. Il macellaio accanto al macellato. Mi stranisco, non è da me. La foto mi fa impressione. Saliamo un piano ancora. Le camerate più grandi, quelle con numeri in fila ordinata ad elencare i posti in cui i prigionieri venivano incatenati con i piedi rivolti verso il centro, l’uno accanto all’altro. Sul pavimento. Dalle trenta alle quaranta persone.

Le prigioni

Il palazzo adiacente è preceduto da una didascalia. Un palo da ginnastica della scuola era stato reinventato a strumento di tortura. Le mani dei prigionieri venivano loro legate dietro la schiena e poi venivano sollevati fino a che non perdevano i sensi. Una volta svenuti, venivano lasciati scivolare fino a che il loro viso non era totalmente immerso in acqua putrida, la medesima con cui i soldati concimavano. Entriamo nell’edificio, interamente ricoperto di filo spinato. Le prime celle sono ricavate con piccoli ammassi di mattoni e cemento, cubicoli. Le altre stanze sono tutte collegate, tramite buchi nel muro delle aule  aperti per facilitare il passaggio. La seconda è anch’essa divisa in celle, di legno questa volta. E così via per tutti i tre piani dell’edificio. Le ultime due sale raccolgono foto dei prigionieri, testimonianze di quei pochi che l’hanno fatta e una teca immensa  colma di teschi e costole.

Le foto

Guardo le foto, come se ingurgitando nella memoria quelle immagini potessi cambiare qualcosa. Ci sono dei bambini, delle ragazze, dei ragazzi, degli adulti. Un viso mi blocca. Identico a quello del guidatore di tuktuk che l’altra sera ci ha portato nel suo villaggio su a Siem Reap. Gli stessi occhi larghi con gli angoli affilatissimi. Gli zigomi alti e la bocca gentile. Guardo un viso poco lontano. Un ragazzo bellissimo, dallo sguardo pieno di forza. Gli occhi scuri, incatenati in quello della macchina fotografica, freddo. Guardo la mia. Appesa al collo mentre mi trattengo dal fare foto nelle stanze. MI rendo conto che continuo a sganciare la chiusura dell’obiettivo. Forse è un modo per filtrare, per allontanare di una lente tutto questo disagio.

Teschi

Arrivano i teschi e i quadri. Scoprirò solo la sera che a dipingerli è stato uno dei pochi sopravvissuti, uno scelto dal regime per fare il ritrattista di Pol Pot. Un nome ripescato dalla lista di quelli da uccidere per il suo talento. Ricordo di aver pensato che molte cose erano anatomicamente incorrette. L’ho pensato passando accanto agli strumenti di tortura, alle catene ancora legate al pavimento. Alle macchie scure, causate dai liquami dei corpi dei prigionieri, indelebili su quel pavimento scolastico.

Il sopravvissuto

Usciamo, diamo uno sguardo in giro. La gente è silenziosa qui. Bisbigliano se sono in gruppo, ma principalmente ascoltano assorti l’audioguida. Qualche ragazzo scatta qualche foto di nascosto con il cellulare. Camminiamo nel cortile,passando accanto al memoriale. Un signore mi dice qualcosa da un banchetto e rifiuto con quel meccanico “no, thank you” che normalmente usiamo per rifiutare offerte, tuk tuk, la qualunque. Poi rifletto su quello che mi ha detto. Torniamo indietro e guardo bene. Quel ragazzo siede accanto ad un uomo anziano, mezzo appisolato. Vende delle foto di un giovane accostate a quelle del vecchio. La biografia di un sopravvissuto. Quel signore anziano che appena sente la voce di un gruppo di ragazzi cinesi si ridesta e sorride, parlando con loro.

Fuori

Fuori fa caldissimo. Nelle stanze del museo c’erano pale a ventilare l’ambiente. Dovremmo andare verso il mercato russo ma lì davanti ci rendiamo conto che non ne abbiamo voglia. Vogliamo rientrare. Prenotiamo Grab usando il wifi di uno Starbucks. Una volta in zona ci compriamo la cena e andiamo in hotel, per rinfrescarci in piscina. Quando saliamo, dopo la doccia, comincio a sentirmi male. Sento un’ansia cupa, una sorta di incredula confusione che mi ottunde. Mi spaventa, non sono abituata a sentirmi così.

Crudo

Il museo era crudo, durissimo nel mostrare tutto senza veli. Senza edulcorare nulla. Ed è questo il suo pregio, per quanto mi abbia distrutta. La storia segreta e dimenticata della Cambogia, in questo modo, non può essere negata. I viaggiatori che vi entrano non sono più gli stessi quando escono. Mi domando se sia giusto lasciare in vista tutto, in quella maniera così emotivamente sconvolgente. Ho letto un bellissimo articolo di TimeTravelTurtle,che vi linko qui, per  trovare un parere affine. Per capire se ciò che sto sentendo sia normale. Anche lui usa le mie stesse parole, ha avuto i miei stessi dubbi sulle foto, ha provato la mia stessa confusione. Non sono solo io. Anche Save è strano, mangia in silenzio. Non riusciamo a guardare la televisione. Forse ci servirà del tempo per assimilare e rielaborare.

Domani

Domani dovremmo andare a vedere i Killing Fields. I Campi in cui i bambini soldato uccidevano a badilate o coltellate i deportati. I campi in cui i cadaveri deformati dalle torture e dalla brutalità delle uccisioni venivano ammassati in fosse comuni da cui ancora emergono  delle ossa. Io non sono una persona impressionabile ma mi chiedo come farò ad andarci senza perdere la ragione o il sonno. Come si fa? Che domanda idiota direte voi. Lo so. Ma ora che ci penso è a domanda che mi sono posta in ogni campo di concentramento in cui sia mai stata. Ricordo che a Shasenhausen il silenzio rotto solo dal secco sfogliare degli alberi mi aveva fatto venire voglia di piangere. E pensavo, come si fa? Come si fa a non fermarsi? A dimenticare? A guardare il mondo com’era prima?

Piove

Fuori piove. Pioggia monsonica su Phnom Penh. Come si lava una ferita così profonda? Così presente che adombra ancora il sorriso dei Cambogiani. Una macchia nera, indelebile sui pavimenti di una scuola. Un ricordo buio, così tetro che tiene ancora a lutto una nazione che vorrebbe andare avanti. Fuori piove e dentro di me mi sento come se quelle gocce mi stessero piangendo addosso. Vorrei piangere, da quando sono uscita. Ma non riesco. Perchè non mi sembra giusto. Voglio ricordare i visi delle persone, non le catene. Uno sguardo fiero e bellissimo accanto ad occhi più gentili e amichevoli. Voglio essere memoria, non commiserazione. 

Se decideste di compiere un viaggio in Cambogia, visitate questo museo. Preparatevi ai suoi aspetti più traumatici, ma visitatelo. Perchè solo con la conoscenza possiamo evitare che la storia si ripeta. Qui ed ovunque.

Triste e sconfortante come anni prima di questa visita avevamo già trovato gli stessi  orrori e le stesse sensazioni provate qui dall’altra parte del mondo, in Germania a 30 km da Berlino durante la nostra visita al campo di Sachsenhausen

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