Sachsenhausen, il campo di concentramento di Berlino

Settembre 11, 2018 Always Ithaka No comments exist

11 Settembre 2018 / by Always Ithaka

Martina Miccichè

Nota: questo post è un racconto di viaggio molto personale, che racconta nel dettaglio una visita al campo di Sachsenhausen, pertanto ne consigliamo la lettura con l’avviso che potrebbe urtare le persone più sensibili.

35 chilometri a Nord si Berlino, 30 minuti macchina, 40 di autobus. Questo è la distanza spazio temporale tra la fiorente capitale tedesca e il campo di concentramento di Sachsenhausen. Ma non si tratta solo di una distanza spaziale o temporale ma di un vero e proprio salto in una dimensione parallela. La Berlino dell’integrazione, dei diritti degli omosessuali, dell’UE, dei ristoranti etnici e dell’accoglienza sparisce appena 35 km a Nord, in una cittadina di nome Oranienburg dove il passato tace e si mostra nel silenzio opprimente del suo orrore.

 

campo concentramento

 

E’ mattina, sono le sette circa. Ci alziamo, prepariamo la macchina fotografica e usciamo. Non facciamo colazione, non mettiamo musica in auto. Non per qualche nobile sentimento, semplicemente non ci pensiamo. Arriviamo piuttosto in fretta, posteggiamo e ci avviamo verso il campo. Percorriamo un viale alberato, assolato ed impreziosito dal rumore delle foglie. L’ingresso si staglia a noi, ampio, immenso, in potenza in grado di ospitare svariati camion. Decidiamo di entrare prima nel museo e ci avviamo con la ghiaia che scricchiola bianca sotto le nostre adidas. Il museo è molto ordinato, pulitissimo. L’esposizione procede per gradi, mostrando qualche ricordo dei prigionieri ed enormi porzioni del pavè su cui erano costretti a lavorare.

Tra i resti e i ricordi trovo un album di fiabe scritte e disegnate a mano da uno dei detenuti del campo realizzato per la moglie. Seguono foto e manifesti con slogan di propaganda. Vaghiamo, con poche altre persone attorno. Negli sguardi che incrociamo leggiamo lo stesso attonito spaesamento che sappiamo di aver dipinto in viso, ci scambiamo cenni del capo impercettibili cercando nelle espressioni altrui i mezzi per elaborare la bruta crudeltà della barbarie nazista, ma non ce ne sono.

 

 

Ci avviamo, dunque. Varchiamo l’ingresso spostando lievemente il cancello di ferro, la scritta identica a quella di Auschwitz, Arbeit macht frei . Fa venire rabbia osservare le lettere di ferro battuto, saldate con blanda precisione, affastellate l’una accanto l’altra. le osservo a lungo, il profilo nero contro il cielo azzurro.

 


PROGETTATE PER SEGUIRE PROGETTI DI SCELLERATA EFFICIENZA


 

Le baracche sono disposte in maniera ordinata, in sequenze progettate per seguire progetti di scellerata efficienza. La maggior parte sono state abbattute, lasciando solo la traccia al suolo. Una sagoma per un ricordo di morte di massa. Gli interni sono angusti,i soffitti bassi. Un’orrenda vernice verde spento ricopre i muri che si sfogliano a tratti esponendo l’intonaco grigio, come fossero malati, impestati in eaternum da ciò che hanno rinchiuso. Il pavimento è coperto da una passerella di vetro rialzata, ci guida negli spazi, dalle cucine all’infermeria. Leggiamo le didascalie, osserviamo le foto. Due in particolare mi impediscono fisicamente di muovermi per svariati minuti. Due guardie del campo. Un ragazzo sulla tarda ventina ritratto in piedi, grasso, con le ginocchia tendenti l’una all’altra, mi fissa con i suoi occhi scuri come i capelli. Guardo le guance burrose,ombreggiate da quello che doveva essere un rossore da cuperose. Le immagino tremare mentre la grossa bocca molle sbraita qualcosa nel cortile appena fuori dalla finestra alle mie spalle. E poi ancora, il ritratto accanto. Un’uomo orribile. Il viso lungo, cavallino, che tende ad acuirsi grottescamente verso il mento acuminato. Le orecchie a sventola ma puntute, i capelli chiari impregnati di grasso per mantenerli in ordine. Guarda in camera, dritto nell’occhio dell’obiettivo.


LA PAURA SEMBRA NON CONOSCERE DIMENSIONI DI SPAZIO O DI TEMPO


Mi sento sporca, fisicamente abbruttita da quello sguardo che sembra ricambiare il mio. Le occhiaie incavate e la forma tonda delle palpebre quasi senza ciglia mi fanno desiderare di uscire, in fretta, per non osservarne più il sorriso tirato delle lunghe labbra pallide. Ma non riesco a smettere di guardarlo. Una ragazza entra nella stanza, si avvicina e comincia ad osservarli anche lei. Indossa un braccialetto d’argento, con la stella di David. Lo noto perchè sottolinea con l’indice della mano destra i nomi quando li legge. Mi si avvicina ancora un po’. Non ci muoviamo. Restiamo vicine, forse anche a lei sembrano meno minacciosi se ci accostiamo l’una all’altra, forse anche lei ha meno paura a dar loro le spalle con qualcuno accanto. Forse. Save mi raggiunge ed usciamo, tutti e tre. Ci guardiamo distrattamente alle spalle scendendo dalla rampa che conduce all’esterno della baracca. La paura sembra non conoscere dimensioni di spazio o di tempo, appesta l’aria e trapassa la pelle, occlude le gole. Ed erano solo fotografie. Osserviamo poi l’ampiezza del campo a forma di diamante disegnato dagli architetti delle SS  come esempio della potenza nazista. Il silenzio è sempre assoluto. Seguiamo per un po’ il profilo del muro, prima di entrare nell’area accanto a quella delle baracche. Qui erano ubicati i forni e la camera a gas aggiunta nel 1943. Per caso scorgiamo di nuovo la ragazza di prima, in gruppo questa volta. Cammina ascoltando la guida, accanto ad uomo molto alto che immagino essere il padre. Passiamo loro accanto a capo chino. Ci faccio caso perchè lei abbassa lievemente la testa per farmi un cenno.Quasi mi solleva lo spirito, quasi, perchè certe ombre passate sono difficili da dimenticare, anche per un secondo.

 

 

Save ed io ci spostiamo nel cortile, passeggiamo sotto le grandi querce le cui foglie frustrate dal vento proiettano ombre velocissime al suolo, quasi a farlo brillare, come fosse percorso da acqua. Non posso non immaginare una piena immensa, di acqua luminosa che scorre potente e veloce cancellando tutto, me, noi, le baracche,la ragazza con il braccialetto. Immagino la massa d’acqua riposare e poi evaporare al sole. Lasciando terra umida e vaghe tracce dove si ergevano i muri del campo. Il nulla. Eppure non potrebbe cancellare quelle 30000 persone che hanno trovato la morte in questo campo, aperto per contenere devianti sociali, un’eufemismo perbenista per definire dissidenti politici, rom, sinti, omosessuali,Testimoni di Geova, intellettuali ed ebrei. Non potrebbe cancellare l’esecuzione del commando dell’operazione Mosketoon, ordita dai Norvegesi. Non potrebbe cancellare le iniezioni di droghe o virus in gruppi di ragazzi compresi tra i 13 e i 20 anni per osservarne gli effetti sul corpo. Non potrebbe cancellare le percosse, le torture, i pianti, le urla, il suono delle ossa che si spezzano per la malnutrizione. Le preghiere dette con gli occhi ad un cielo lontanissimo. I pianti senza lacrime. Il braccialetto d’argento.

 

 

Usciamo dal campo, ci rendiamo conto solo ora di avere il fiato un po’ corto. Come se all’interno di quel diamante avessimo respirato un po’ meno, come se avessimo timore di quell’aria. Ci teniamo per mano, forse per paura di essere rapiti dalla furiosa corrente che fuori dalle mura della ragione vuole dimenticare, cancellare il passato e riproporlo nel futuro. Ma noi ci teniamo per mano, rientrando a Berlino che ha appena celebrato il pride, il diritto di amarsi. Berlino che ricorda, Berlino che vuole un mondo migliore anche in onore di chi per la follia di pochi ha perso la vita tra i confini della sua nazione.

“E so un’altra cosa- che l’Europa del futuro non potrà esistere senza commemorare tutti coloro, a prescindere della loro nazionalità, che sono stati uccisi a quel tempo con assoluto disprezzo e odio, che sono stati torturati sino alla morte, affamati, gassati, inceneriti ed impiccati.”

Andrzej Szczypiorski

 

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