Storia della Serbia alla frontiera con la Romania

Dicembre 11, 2019 Always Ithaka No comments exist
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Fa freddo, un profondo e gelido freddo. Il nostro fiato si condensa in piccole nuvolette candide davanti alle punte dei nostri nasi. Stiamo parlando balbettando, le braccia avvolte attorno al busto per riscaldarci.

“Altro da dichiarare?”

Non indossiamo nemmeno le giacche e, con un moto di rimpianto lancio uno sguardo all’abitacolo dell’auto, dove il mio woolrich siede scomposto sul sedile passeggero. Sono scesa al volo, quasi senza pensare, convinta che, una volta risposto alle domande che il doganiere mi stava ponendo dall’apertura del bagagliaio, sarei subitamente rientrata in macchina, al caldo. Invece sembra che i doganieri abbiamo interpretato il mio gesto come un invito a fare altre domande.

“Da dove arrivate?”

“Dalla Slovenia, siamo passati per la Croa..:” ma il doganiere più loquace interrompe Save con un gesto della mano, accigliandosi, mentre la luce fredda del giorno riverbera sulla piccola fede d’oro, altrimenti invisibile sulla manona da gigante.

“Ah, Slovenia! Ex Yugoslavia! Lo sapevate che una volta era Yugoslavia?”

Facciamo un cenno di assenso profondo. “Lo sapevate? Bene, bene.” sembra quasi soddisfatto, le sopracciglia rilassate ora nuovamente orientate verso i bagagli in cui teme di trovare droga a pacchi.

Certo che lo sappiamo, penso io, quasi intimorita dall’orgoglio nelle sue parole. Un orgoglio nazionalista, tramandato di generazione in generazione sin dal folle dominio di Milosevic. Con la mente rivango le pagine dei libri in cui ho letto e studiato la guerra in Ex Yugoslavia, poi ripenso alle manifestazioni antigovernative in cui, come al solito, ci siamo imbucati per vedere, per capire, il lato meno raccontato di questo paese spesso dimenticato. Rivedo le facce, le divise militari, i berretti neri. I volti di quelli che, ai margini, controllavano i manifestanti come fossero direttori d’orchestra senza bacchette. Stavano in piedi, altissimi, ai lati dell’assembramento, lanciando sguardi torvi ed esaltati che ne deformavano i tratti inquietanti.

manifestazione Belgrado
Manifestazione Antigovernativa a Belgrado

Immagini che si mescolano ai grigiori di questo paese, alle casette tutte uguali dalla forma stilizzata, ai cani randagi che sbandavano un po’ ovunque, alla cameriera della sala da tè così ostinatamente orgogliosa da essere scorbutica, ai mendicanti in strada. Le case senza finestre, abbandonate, accanto ad altre dalle cui porte sgorgavano famiglie intere, come piccoli fiumi di carne nelle nebbie del mattino.

La Serbia, il paese delle guerre degli anni 90 che, ancora oggi, nutre un profondo e sentito sentimento nazionalista, il rimpianto per la gloria con cui il paese condusse, allo sfacelo in realtà, ciò che restava della Yugoslavia di Tito.

Tomba di Tito
Tomba del dittatore Tito

Cominciò proprio dalla Slovenia, nel 1991, con una dichiarazione d’indipendenza, seguita a ruota da Croazia e Macedonia. La Croazia, però, non era un terreno che Milosevic era disposto a perdere. La Croazia, di contro, non era meno determinata ad essere indipendente. Così è cominciata, ma, purtroppo, come tutto in quel secolo breve, le cose sono andate anche peggio. La principale vittima della mobilitazione militare fu la popolazione civile, oggetto di uccisioni e rappresaglie a matrice etnica. Negli anni prima che nascessi, bizzarro come sempre tutto si relativizzi in ottica biografica, fu coniato il termine pulizia etnica per indicare le persecuzioni e le violenze compiute da una popolazione contro un’altra con l’obiettivo di scacciarla da un territorio.

La Yugoslavia, come lo stesso Milosevic affermò, era una federazione di più nazioni e, in essa, vivevano più etnie sparse qua e là senza badare troppo ai confini tra stati. Questa dispersione fu la loro rovina, da una lato o dall’altro, vennero presi di mira, trucidati, uccisi, devastati. Per ottenere territori, per vincere un’idea avversa, per non cedere mai terreno.



Nel 1992, le guerre raggiunsero un nuovo apice quando la Bosnia, patria di musulmani,croati cattolici e serbi ortodossi, dichiarò la propria indipendenza. La Serbia si scatenò duramente, al punto che a Srebrenica circa 8000 bosgnacchi, bosniaci musulmani, vennero trucidati dalle milizie Serbe.

Il 1995 fu l’anno della fine, la NATO lanciò una serie di bombardamenti sulla Bosnia, la Croazia riuscì ad espellere circa 200mila serbi dalle zone contese ed, infine, la Serbia firmò la pace a Dayton, negli USA.

Cosa era rimasto della Yugoslavia era presto detto, due soli stati, Serbia e Montenegro,uniti in una federazione piccola in cui le tensioni interne incrinavano sempre più gli apparenti equilibri su cui Milosevic e il suo stato maggiore camminavano in punta di piedi.

Esiste una regione in Serbia, una regione autonoma abitata principalmente dalla popolazione albanese che nel 1998 esacerbò la propria sete d’indipendenza, il Kosovo. Inutile dire che la Serbia si scatenò in tutta la sua furia su questa ennesima secessione, al punto che la NATO si sentì intitolata dall’ingerenza umanitaria ad intervenire di nuovo, lanciando una fitta serie di bombardamenti a tappeto che portarono nel giugno di quello stesso anno al ritiro delle truppe serbe.

Per un istante ancora, mentre il doganiere scruta tra le pieghe degli abiti nella valigia di Save,vago con la mente. I miei pensieri di fermano ad una battuta, letta su una guida per turisti responsabili scritta da Serbi sulla Serbia. Un conduttore televisivo serbo, Zoran Kesic, nel parlare dei nomi che ha avuto il suo paese, faceva riferimento all’ultimo cambiamento avvenuto, nel 2006, quando il Montenegro dichiarò, anch’esso, la propria indipendenza rendendo la Serbia ciò che è oggi. La battuta girava attorno ai cambiamenti di nome e si rivolgeva al Kosovo, nella sua interezza: “…e fu l’ultima volta che qualcuno secedette dal mio paese. Sì, voi dal Kosovo, mi avete sentito, ho detto l’ultima volta! Siamo a corto di nomi.

“Questa è tua?”  il doganiere sta indicando la mia valigia. Faccio cenno di sì e lo guardo mentre apre le cerniere e ne estrae i vestiti. Annusano il mio pigiama. Poi mi perquisisce lo zainetto, gli elenco i nomi dei medicinali che contiene, per fare prima.

Frugando con delicatezza, trova una busta di tè darjeeling. La apre e annusa profondamente l’aroma. Chiude gli occhi con aria sognante, quasi non fossimo ad una confine di stato, quasi non avesse avuto, fino un momento fa, le mani infilate nella biancheria mia e di Save. Fa cenno al collega, terribilmente taciturno, di annusare anche lui. Gli dice qualcosa in Serbo, compresa la parola Hash. L’uomo taciturno afferra la busta argentata con la mano e mi accorgo che ha le dita ricoperte di scuro pelo. Ecco, ora mi sembra di più un orso. Grugnisce e riconsegna la busta al collega che, curioso questa volta, continua ad annusarla.

“Black tea?” chiede

“Darjeeling.” spiega Save.

“Molto buono.” dice annuendo. “Dove l’avete comprato?

“In Slovenia, ad essere sinceri”. dico. Lui mi guarda. Durante quest’ora ho capito che è un uomo gentile con un lavoro duro. Eppure, alla parola Slovenia mi fissa per un instante, quasi volesse passarmi da parte a parte il cranio per essere sicuro che lo sappia.

Si. penso. Lo so che era Yugoslavia.

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