Turismo responsabile : sostenibilità sociale tra diritti umani ed etnocentrismo

Maggio 1, 2020 Always Ithaka No comments exist
6 Condivisioni


La sostenibilità sociale è uno dei tre capisaldi della sostenibilità, e per osmosi del turismo sostenibile e responsabile. La sostenibilità sociale tratta in particolar modo di equità e accesso a risorse e diritti umani, nella speranza di sanare la sperequazione sempre più netta di standard di vita nel mondo. Come riuscire però a far coesistere l’attenzione ai diritti umani e la diversità locale, e quindi evitare interpretazioni e giudizi etnocentrici?  Non è certo un dilemma semplice.

I diritti umani

I diritti umani, ovvero quelli destinati a tutti gli esseri umani, si sono affacciati sulla scena internazionale nel secondo dopoguerra, nel momento esatto in cui gli orrori perpetrati da nazisti e fascisti hanno cominciato a venire alla luce. L’idea di creare un asset di diritti che tutelasse le persone, unico requisito per godere dei diritti umani, fu carezzata già durante il conflitto. Tant’è che Roosvelt nel 1942 si pronunciò a favore di tre grandi ideali necessari a tutelare popoli e persone tra cui inserì proprio i diritti umani. Nel 1944 a Dumbarton Oaks si riunirono Usa, Urrs, Uk, e Cina per delineare i caratteri fondamentali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Da qui cominciò il processo di elaborazione delle varie istanze presentate dagli stati, in cui emersero il blocco occidentale, quello costituito dall’America Latina e il blocco socialista.

I quattro pilastri della dichiarazione 

Renè Samuel Cassin, giurista, diplomatico e magistrato francese che ricoprì la carica di Presidente della Corte Europea dei diritti dell’uomo, riassunse in tre matrici sostanziali i diversi afflati ideologici che convivono nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. In primo luogo una matrice giusnaturalista, per la dignità, l’eguaglianza e la libertà sono garantiti per nascita ad ogni uomo. Segue poi la matrice statualistica fortemente voluta dagli stati socialisti per cui è necessario riconoscere il contesto statale in cui si svolge la vita dell’uomo ed, infine, una matrice nazionalistica risultante da desiderio degli stati di conservare la loro sovranità.

La dichiarazione, piccoli problemi di universalità

La Dichiarazione universale dei diritti umani venne proclamata il 10 dicembre 1948. Il carattere universale della dichiarazione aveva come obiettivo quello di far ricadere sotto la protezione della stessa ogni singolo individuo a prescindere dalla provenienza, dalla religione,dal sesso o dall’etnia. Eppure, questo cappelli universalista si è subito scontrato con una critica potente e da non sottovalutare che ci ricondurrà, gradualmente, al mondo dei viaggi responsabili.

Soggetto neutro, sì, ma meglio se bianco, uomo e benestante

I diritti enunciati sono stati elaborati in uno specifico contesto da specifiche persone e nondimeno sono goduti dalle medesime categorie nel medesimo contesto, seppur declinato 71 anni, 41 mesi e 21 giorni dopo. I creatori, nonché unici usufruitori reali dei diritti enunciati della Dichiarazione sono gli uomini, benestanti, bianchi che vivono o sono nati nei Paesi altamente Sviluppati. Già essere una donna benestante in un Paese Sviluppato significa vivere con la coscienza che l’art. 3 della Dichiarazione dei Diritti Umani, inerente alla sicurezza della propria persona, non abbia valore nei suoi confronti. Arriviamo a quella che in letteratura è definita le “trimurti della discriminazione” immaginando il caso di una donna di colore ed immigrata che certamente gode di ancora meno tutele. Pensiamo poi quante discriminazioni e lesioni subirebbe se fosse anche omosessuale e musulmana. L’elenco dei gradi di separazione è piuttosto lungo, ma serve a rendere l’idea di come quell’universalismo non sia realmente esistente.

Terremoto Nepal

Relativismo culturale

I Diritti Umani dovranno evolvere ancora e ancora, in modo da trovare una perfetta commistione con le culture con cui entrano in contatto senza snaturarle o esserne snaturati. Allo stesso modo anche il viaggiatore attento ai diritti umani deve essere in grado di lottare perché essi siano garantiti senza per questo affrettarsi a giudicare una cultura.

Etnocentrismo

L’etnocentrismo è, secondo la definizione coniata da G.W. Sumner,  quella “tendenza a giudicare i membri, la struttura, la cultura e la storia di gruppi diversi dal proprio, con riferimento ai valori, alle norme e ai costumi ai quali si è stati educati” con annessa supervalutazione della propria e svalutazione della seconda. Approcciarsi ad una cultura in maniera etnocentrica significa, quindi, misurarla secondo i propri canoni culturali, senza dunque considerare in maniera oggettiva contesto e circostanze che hanno contribuito a strutturarla.

Thailandia

La prima volta che andammo in Thailandia ricordo che spesso ci toccava fingere di non essere italiani. Probabilmente la cosa vi farà ridere, o peggio indignare, ma avevamo le nostre buone ragioni. Soprattutto quando a Phuket, durante il nostro disperato tentativo di registrare un documentario sui “santuari facciata” incappammo in un gruppo di italiani vomitato da un furgoncino dell’Hilton. Pioveva a dirotto, perciò ci ritrovammo a condividere gli spazi al chiuso a vicinanze eccessive. Il gruppo in questione forte del fatto che, secondo loro, i Thailandesi non capissero una parola di italiano, non faceva che lamentarsi di quanto la Thailandia fosse sporca, di quanto il cibo non fosse buono e di come gli servisse certamente un po’ di gestione straniera per sollevare un paese così culturalmente misero. Dopo le dettagliate descrizioni sulla pochezza del cibo locale ricordo che partì una filippica sulla notevole superiorità del nostro paese, in quanto a cultura, cucina e gestione.

“Perchè vuoi mettere una chiesa qualsiasi con quella schifezza di Wat coso, lì, ma che è?”

elefante

Tanti tipi di etnocentrismo

Questo è un esempio di etnocentrismo della peggior specie, becero e misero quanto l’occhio di chi ha pronunciato quelle parole. Ne esistono però di tipi più infidi, da quali è difficile rimanere immuni, soprattutto quando si hanno a cuore ambiente, dignità umana e sviluppo sostenibile. Osservare le povertà di un paese è un parte importante del viaggio, bisogna immergersi nella realtà locale per dire aver vissuto e compreso un paese, senza fango sulle scarpe e sbucciature sui gomiti si avrà fatto solo una bella vacanza. Eppure i rischi legati all’etnocentrismo e all’indulgenza, sono dietro l’angolo anche in questo caso.

La trappola del White Savior e l’Unicorno che sbocca arcobaleni.

Il rischio costante è quello di finire con il ricercare solo la povertà e i lati scabrosi di un luogo solo per portare a casa storie di vita vissuta e fotografie da white savior, spesso splendide, ma che non fanno altro che sfruttare la povertà per ottenere qualche like, magari una menzione come fotografo, ma nulla per chi è stato fotografato. Esiste anche il rischio di finire ad apprezzare in maniera leziosa e del tutto demente qualsiasi aspetto della povertà, riconoscendo in essa valori supremi da acquisire che poi si risolvono in una totale assenza di azione reale per la salvaguardia della popolazione locale.

I safari umani

La lesione ai diritti umani nell’industria turistica è davvero complessa. Un classico esempio ne sono i safari umani, in cui i turisti vengono accolti in comunità etniche particolari. Un esempio classico sono le famose gite per vedere le “donne giraffa” in Thailandia. Previo pagamento di una quota si può trascorrere il tempo fotografando e acquistando manufatti prodotti al momento dalle “donne giraffa”. Ebbene la realtà è che queste donne fanno parte dell’Etnia Kayan, tenuta in regime di semischiavitàù dalla Thailandia da che hanno dovuto abbandonare la Birmania per sfuggire ad una mattanza etnica. I Kayan non sono autorizzati ad avere documenti, nè ad allontanarsi dalla Thailandia, a meno che non rinuncino agli anelli ornamentali che portano al collo, per loro un fondamentale segno di appartenenza culturale.

Lesioni su lesioni, ma anche indignazione

Esistono infiniti modi in cui vedrete ledere i diritti delle persone viaggiando. Questo perché esistono delle realtà talmente disagiate da non poter essere nascoste. Vedrete cose che vi faranno gelare il sangue, lo sentirete raffreddarsi nelle vene e creparsi al minimo movimento. Non per questo però, dovrete cedere al vostro io eroico, perché spesso potrebbe avere reazioni pericolose per gli stessi diritti che vorreste proteggere. L’indignazione è uno strumento prezioso, fondamentale, nella lotta contro le violazioni dei diritti umani, ma non lasciate che sfumi in un giudizio assoluto. La verità è che è fin troppo semplice osservare una cultura diversa e considerarla arretrata.

Cosa ostacola i diritti umani

In molti paesi i diritti umani non sono garantiti a causa di molte variabili. In alcune zone del mondo i governi puntano a raggiungere certi gradi di sviluppo, proprio perché credono che ad esso conseguirà il benessere necessario per offrire una tutela dignitosa alla propria popolazione. Altri governi adducono questa scusa per non curarsi di introdurre nel bilancio statale spese di welfare e garantirsi così dei guadagni più alti. Esiste poi un grosso ostacolo dato dall’assetto culturale che plasma le varie regioni del mondo. In Africa, ad esempio, esiste una concezione collettiva della società, per cui l’individuo esiste in quanto parte di un gruppo e perciò in un contesto così il diritto individuale pensato in Occidente, è complesso, se non impossibile, da articolare. In Asia le parcellizzazioni religiose e i conseguenti ordini sociali rendono difficile pensare di sposare una Convezione che possa sovvertirli. In America Latina il problema si declina fino alle popolazioni indigene, che devono rimanere libere di scegliere in che modo entrare in contatto con le altre società, in quanto destinatarie del diritto di autodeterminazione, e al contempo essere protette dagli interessi voraci di chi ne distrugge l’ambiente per far spazio all’industria agroalimentare.

Che fare?

Questa domanda molto Leninista, mi fa sempre sorridere. Che fare? Tanto, tantissimo. Non sarò mai esausta di dire che il turismo ha un potere immenso. Il modo in cui viaggiamo determina una domanda cui i paesi in cui andremo cercheranno esaudire costruendo un’offerta di conseguenza. Il turismo responsabile è la chiave di volta. Smettere di avvallare pratiche de-umanizzanti è un primo passo fondamentale. Bisogna anche acquisire coscienza e consapevolezza, abbandonando l’assioma per cui in vacanza non ci si deve preoccupare né pensare, o peggio, per cui se non lede a noi ed è intrattenimento allora è accettabile. Informarsi, leggere, approfondire la cultura del paese che si visiterà è essenziale per capire usi e costumi, per evitare di offenderli inconsapevolmente e per non rischiare di prendere parte, nemmeno accidentalmente, a qualunque forma di lesione dei diritti delle persone.

Cambiare il mondo

Informazione e consapevolezza vi permetteranno di arrivare preparati e consci, ma potete fare anche di più. Includete dei vostri itinerari la visita ad associazioni locali che si occupano di aiutare specifiche fasce di popolazione. Non dovrete per forza offrirvi come volontari, qualora il tempo non lo consentisse. Esistono svariate attività a fini umanitari che vi permetteranno di dare un contributo reale e tangibile. Un esempio calzante è lo splendido Daughters of Cambodia, un cafè gestito da ragazze emancipatesi dalla schiavitù sessuale nel cuore di Phnom Pehn. Qui trovate il racconto della nostra visita.

Perciò indignatevi, protestate, proteggete e agite, ma fatelo da persone informate e consapevoli. Abbandonare la visione etnocentrica non è cruciale solo per la cultura ospite, ma anche per l’esperienza come viaggiatori, poiché è l’unico meccanismo che consente di comprendere una cultura. Il che non implica amarla, sia chiaro. I diritti umani dovrebbero proteggere tutti, ovunque e comunque. La nostra azione è ciò che può dar valore a questi istituti magnifici. Cambiare il mondo non è difficile, bisogna solo impegnarsi a farlo.

 

Letture consigliate:

Cassese, I Diritti Umani Oggi

Nicoletti, Lo Zoo delle Donne Giraffa

Sassen, Espulsioni

{"slides_column":"3","slides_scroll":"1","dots":"true","arrows":"true","autoplay":"false","autoplay_interval":"2000","speed":"300","rtl":"false","infinite":"true","blogdesign":"design-1"}

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *