Viaggio in Nepal 1: Kathmandu

Maggio 15, 2020 Always Ithaka No comments exist
1 Condivisioni


Kathmandu, la capitale del Nepal, è esattamente come il suono del suo nome, complessa e piena di odori d’oriente. In strada il caos regna sovrano, i motorini seguono traiettorie confuse affastellati gli uni sugli altri mentre le auto ingorgano ogni angolo libero della carreggiata suonando i clacson. Seguiamo gli altri pedoni compiendo continui sali e scendi dai gradini dei negozi, unico luogo semisicuro per chi cammina. Impariamo subito a muoverci a questo ritmo deciso e irregolare, saltellando su e giù, come fossimo nepalesi.

Il traffico è nero, il particolato è talmente spesso da essere visibile, quasi le auto rigurgitassero petrolio dai tubi di scappamento. Qualcuno indossa saggiamente una mascherina. La città è davvero un ingorgo di mezzi a motore e suoni, la cacofonia è assoluta. Le macerie ci sorprendono ad ogni angolo, palazzi crollati, tubi rotti che perdono acqua, bambini che saltellano tra i mattoni e le pozze d’acqua fangosa mentre si affrettano per raggiungere la scuola. Le divise color pastello sembrano nuvole chiare che fluttuano nella polvere che, piano piano, si adagia tra le pieghe ben stirate di gonne e calzoni.

Per ulteriori informazioni sul Nepal cliccate qui

Esistono però degli spazi di silenzio, piccoli e solidi in cui il nostro sguardo cerca costantemente rifugio. I templi sono ovunque, magnifici e giganti alcuni, microscopici e appena visibili altri. Camminando in fila indiana seguiamo il ritmo dei nepalesi che, con una cadenza imprecisa, rallentano la camminata per segnarsi viso e petto o accendere una delle candele al burro lasciate sugli altari. Non devono nemmeno fermarsi, sanno esattamente dove sono e non ne mancano neanche uno. Nemmeno i più piccoli, alti appena 50 cm con idoli semplici e stilizzati.

tempio kathmandu

A questi luoghi si sommano le isole intoccabili che formano le mucche. Gli animali riposano nei luoghi più impensabili, occludendo vie strette e bloccandone il traffico, nel mezzo di incroci enormi ed inattraversabili o di fronte ai negozi. Non esiste luogo in cui le mucche sacre non sostino. Rimangono in uno stato di candida tranquillità formando intorno a sè stesse delle voragini di quiete.

Kathmandu è l’insieme imperfetto di caos e pace, il luogo in cui la purezza del silenzio si accosta a scenari di doloroso rumore.

Gli odori seguono la stessa logica. Mefitici miasmi di carcasse trasportate dai rivoli d’acqua che scorrono ai lati delle strade, s’inaspriscono con il fetore di cibo rancido e smog. Al contempo l’odore di stallatico alleggerisce la sensazione di claustrofobia e sfuma nei profumi delle collane di fiori appena intrecciate, negli incensi che levano piccole volute di fumo verso il cielo plumbeo e negli aromi del cibo appena cotto. Il morbido odore del lasooni naan, il pane all’aglio. Gli aromi stufati lentamente dei cibi speziati che ingravidano l’aria di profumi.

I primi giorni non sono facili. La mente non è abituata  a questi contrasti assoluti e non riesce ad assimilarne il piacere, la perfetta imperfezione. Siamo nervosi, spaventati dalle scosse che ogni tanto ci scuotono da sotto le piante dei piedi, affamati in orari sbagliati e spiazzati dalla distruzione.

Macerie terremoto in nepal

Questo è il clima interiore con cui ci avviciniamo alla Durbar, la piazza principale. I fedeli si avvicendano attorno ai vari templi, pregando in silenzio. Un signore comincia a seguirci pregandoci di dargli qualcosa, ci farà da guida in cambio. Parlando con lui inciampiamo in un cumulo di mattoni rotti, il rimasuglio della facciata di uno templi.


“There are no tourists guys. You are the firsts I saw today”


Con i mattoni rotti sotto i piedi accettiamo di farci guidare, ci accordiamo su una cifra ridicolmente bassa che lui ci domanda come fossero milioni e lo seguiamo nella durbar. Il primo luogo in cui di guida è quello dove sorgeva il tempio più importante della città, quello da cui prendeva il nome: Kathsmandap. Del tempio ora rimane una rossa distesa piatta di calcinacci impolverati. Ci descrive com’era, indicandoci le varie parti nello spazio vuoto attorno a noi. Due cuccioli di cane giocano sulle macerie, accanto una pietra rotta ornata di polvere regge un tridente. I fedeli hanno rimesso insieme come potevano la statua sacra di Shiva. Con le mani disegna i contorni di quello che non esiste più.

Terremoto Nepal

Dopo aver girato tutta la piazza con lui ci salutiamo. Ci stringe le mani due volte e ci ringrazia troppo per non farci sentire in colpa. Calca nuovamente in berrettino e riparte in cerca di qualcuno da guidare nella piazza. Noi saliamo in un palazzo sbilenco per raggiungere uno dei barettini che offrono una veduta dall’alto. Il cameriere è un ragazzino allegro che accoglie le nostre ordinazioni come se gli stessimo donando diamanti. Quando ritorno con le nostre patatine cominciamo a chiacchierare. Gli chiedo cosa ricorda del terremoto, se ha voglia di parlarne.

Annuisce sorridendo

“Stavo prendendo un ordine, al tavolo c’erano quattro americani. Ho portato la comanda in cucina, mi ricordo ancora cos’hanno ordinato e credo non lo potrò mai dimenticare. Uscendo dalla cucina ho guardato verso la finestra che dà sul Kathsmandap e l’ho visto.” Fa un gesto eloquente con le mani, prima parallele una sull’altra, avvicinandole con forza.

“è collassata su sè stesso. Allora mi sono accorto che tutto tremava forte con violenza. Quando si è fermato sono corso giù.” Indica la piazza.

“Ho cominciato ad aiutare a sollevare le cose, a trascinare le persone. C’era una fiume di sangue e le mie scarpe erano appiccicose. Mi sono accorto di star trasportando dei cadaveri.” Ci guarda negli occhi.

“Dopo qualche ora sono uscito dalla città e sono andato dai miei. La casa non c’era più, ma stavano tutti bene. Abbiamo costruito una tenda, c’è voluto qualche giorno. Poi ho ripreso a venire a lavorare. Ogni tanto capita qualche altra scossa, ma adesso sono qui. Con voi.”

Osserviamo la piazza mangiando le patatine fritte giallissime che ci ha portato. In alcuni punti le macerie sono state spostate per creare angusti passaggi in cui i nepalesi si incanalano in fila indiana. I cavi elettrici penzolano nell’aria senza vento. La città è viva e le macerie sono fresche.

Cosa vedere a Kathmandu

Durbar square: Patrimonio dell’UNESCO dal 1970, è un tripudio di templi in stile Newari sorti di fronte al palazzo reale che ha ospitato ben due dinastie reali i Malla e gli Shah. Questo è uno dei luoghi che ha maggiormente sofferto il terremoto del 2015.

Muoversi: usate i taxi o camminate.

Cibo: in Nepal il cibo migliore è quello mangiato in strada o nei ristorantini locali.

Il nostro Viaggio in Nepal:

  1. Arrivo a Kathmandu
  2. Il Terremoto
  3. Visita di Kathmandu e dei Templi
  4. Pashupatinath
  5. Da Kathmandu a Pokhara
  6. Pokhara e Shanti Stupa
  7. Pokhara e rifugiati Tibetani
  8. Terai sulle tracce delle tigri nel Chitwan National Park
  9. Dakshinkali il tempio dei sacrifici animali
  10. Il Terremoto e un Matrimonio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *