Viaggio in Nepal 10 : il Terremoto e un matrimonio

Maggio 19, 2020 Always Ithaka
0 Condivisioni

I nostri ultimi giorni in Nepal, tra terremoto e matrimoni.

Hotel Shanker

Tra una manciata di giorni appena saremo sul volo di ritorno. Il pensiero ci intristisce, lo vedo nel modo in cui parliamo del rientro non parlandone. Evitiamo di dire alcunchè, sorvoliamo persino sull’organizzazione dello spostamento per raggiungere l’aeroporto. Forse, non parlandone speriamo di allungare i giorni, di dimenticare il rientro. Come ultimo albergo di questo viaggio abbiamo scelto una sistemazione singolare, un ex palazzo rana, reale, adibito ad hotel di gran lusso. Quando abbiamo visto il prezzo per le camere abbiamo strabuzzato gli occhi e controllato più colte che fosse espresso nella valuta corretta. Sebbene più costoso di ogni altro albergo in cui abbiamo pernottato, l’hotel Shanker è davvero economico. Perciò eccoci qui, fermi all’ingresso ad osservarne la grandiosa facciata dirimpetto alla piccola piscina a rettangolo. Siamo senza parola e non per la bellezza quasi eccessiva dei dettagli o per le scimmie che saltellano qua e là. Attoniti osserviamo l’enorme crepa nell’albergo fisicamente spaccato a metà.

Hotel rotto

“L’albergo sembra più rotto di quanto non sia” ci spiega l’addetto alla reception. Ci osserva con un sorriso smagliante che spicca in contrasto con la divisa marrone ben stirata. Nell’aria si sente il profumo del detersivo.


“Vi chiediamo solo di rimanere in questa parte e di non superare la crepa, ora seguitemi”


Con il palmo verso l’alto indica la direzione che prenderemo per poi aggirare il bancone flettendo l’anca. Mentre saliamo per le scale si accorge che fissiamo la crepa non appena questa appare accanto a noi. “Brutta eh, mai come il suono che ha fatto. Avete mai sentito un hotel rompersi?” Facciamo cenno di no. “Non credo che lo dimenticherò. Il suono del terremoto era di per sé terrificante, la terra ruggiva. Questo però” Sfiora una crepa nel muro, diramatasi da quella principale ora lontana da noi. “è stato diverso. Si è proprio spezzato, così.” Schiocca le dita.

“I giorni dopo ha continuato a rompersi. Piccoli pezzi qua e la, come i lamenti di un grosso mostro ferito che perde brandelli. Adesso ha smesso, resiste anche agli assestamenti più forti.” Sorride indicandoci la porta.

Servizio in camera

Ci enumera tutti i servizi, ci spiega come ordinare il servizio in camera e fruire della lavanderia. Save ed io non abbiamo bisogno di scambiarci nessuno sguardo per dirci che stiamo pensando alla stessa cosa. In queste lunghe settimane abbiamo trovato il modo di farci il bucato usando tecniche vergognosamente creative. Quando il ragazzo ci lascia, con il menu del servizio in camera in mano, Save mi sorride.

“Meglio di certi bucati stinti con l’Amuchina.”

Ridiamo al pensiero delle sue mutande scure stinte e dei miei pantaloni imbianchiti. Passiamo qualche minuto preda delle rievocazioni dei bagni e delle finestre che abbiamo trasformato in stendibiancheria. Per caso apro il menu e scorro i prezzi pronta a proporre qualche baracchino. I prezzi del servizio in camera sono così bassi da sbigottirmi. Ordiniamo delle patate al forno,dei samosa, qualche sfoglia di papad, momo alle verdure e consumiamo la cena in silenzio, sconv olti da questo piccolo lusso.

La notte

Save ha il sonno pesante, dorme serenamente. Io, per contro, sono sempre agitata, pronta a svegliarmi per un nonnulla. Così le prime volte mi limito a chiudere gli occhi, pensando di aver sognato e basta. Sogno di scivolare di lato, di ritrovarmi per terra accanto al letto. Sogno della polvere che mi si impasta sul viso. Le mani però non funzionano, non riesco a toglierla. Di nuovo scivolo. Apro gli occhi e rimango ferma, ma non cesso di muovermi. Il letto oscilla. Penso sia Save. Alla mia destra lo vedo respirare tranquillo. Non è il letto a muoversi, ma il palazzo. Mi alzo a sedere e agguanto il telefono, la connessione wifi è caduta. Calce polverosa nevica dal soffitto incastrandosi nei miei capelli. Sveglio Save e ci mettiamo sotto uno stipite. Dopo pochi minuti tutto tace. Niente scricchiolii, niente ondeggiamenti, persino la polvere ha smesso di cadere. Ci rimettiamo a letto, ma il sonno mi rifugge. Mi siedo su una delle due poltrone accanto al letto e osservo la luna dalla finestra. La luce pallida scivola sui tetti della città, sull’albero da frutto qua fuori e sulla cinta che chiude il palazzo agli sguardi curiosi. Per tutta la notte osservo la Luna imperlare i profili degli edifici, sussultando ogni qual volta vedo la porzione di cielo oscillare. Il cielo non si muove, mi devo rammentare, è il palazzo, il palazzo rotto che dondola sulle scosse di assestamento.

Un matrimonio

Dopo aver girato per ore dentro la città ci concediamo un quarto d’ora in piscina. Il calore della strada è bollente e l’acqua fresca sembra un balsamo di menta. Appoggiati al bordo, emergiamo dal pelo dell’acqua quel tanto che basta per osservare i dintorni. C’è un gran fermento. I camerieri in divisa fanno avanti e indietro guidando facchini e ragazzi carichi di decorazioni immense. Terminati gli addobbi cominciano ad arrivare vassoi su vassoi carichi di cibo profumato. Dopo esserci sistemati e fatti una doccia torniamo nel cortile orma tinto di rosso, oro, e giallo. I sari riempiono ogni spazio possibile coprendo con il loro fruscio quello delle foglie. I bindi porosi osservano dal centro della fronte di centinaia di donne gli attimi prima della festa di matrimonio. Ci viene domandato se vogliamo avvicinarci e non resistiamo. Le donne si dirigono verso una stanza, gli uomini verso un’altra. Riemergeranno tra qualche ora, ci spiegano, per la celebrazione. “Tornate tra qualche ora.”

Già, ma che misura è “qualche ora”?

Danze

Quando rientriamo nell’albergo questo sembra irriconoscibile. Urla e musiche si mescolano a luci stroboscopiche mentre i sari volteggiano o si incolonnano vicino al buffet. Ci vengono offerti della frutta tagliata a mano, samosa, frittelle di pastella, dahl, naan all’aglio e al formaggio, un paio di enormi mestolate di riso e delle verdure stufate. Ci porgono l’immenso vassoio con gioia, lasciandoci soli con quella montagna di cibo perplessi dalla nostra capacità di consumarlo. Mangiamo con le mani, come loro, ai margini della festa. Ogni tanto abbiamo uno scorcio sugli sposi. Più di frequente vediamo delle scimmie avventurarsi guardinghe verso il buffet, arraffare qualcosa e poi fuggire velocissime sul tetto. Divoriamo tutto il cibo, senza accorgercene. Sento ancora i colori di quella notte sulla pelle.

Ultimi giorni

I giorni scorrono, tra templi minori, strade inesplorate e crolli imprevisti. Ci muoviamo per le strade di Katmandu come fossero quelle di Milano, ricordando svolte e direzioni. L’odore acre della putredine non ci tange più, anzi siamo diventati capaci di seguire solo gli aromi del cibo e il lezzo dolciastro dei fiori votivi pronti ad appassire. Camminiamo nel traffico come se non ci fosse, con la tranquillità dei nepalesi. Le mucche ci osservano mentre ci mimetizziamo nel mucchio di vita. I loro occhi liquidi e bovini seguono i nostri passi ormai decisi, decisamente non più spaventati. Le mucche ci vedono diversi, perché siamo diversi, siamo cambiati. Non siamo più quelli atterrati più di un mese fa. Siamo così amalgamati nel ritmo del Nepal da averlo assorbito. Siamo diventati viaggiatori, instancabili, desiderosi di tutto quello che ancora non abbiamo visto. Coscienti dell’importanza del cercare anche i palazzi rotti, di seguire le crepe nascoste e guardare negli occhi dei rifugiati per capire davvero ed essere utili.

Viaggio in Nepal

A presto

In aeroporto osserviamo un paio di famiglie srotolare tappeti nella sala d’attesa, sedersi in ginocchio e pregare verso la Mecca. Sul volo siamo circondati da giovani nepalesi addobbati di collane di fiori e bindi enormi fatti di polvere. Parlano al telefono tutto il tempo, nervosi. Stanno andando negli emirati per unirsi a quella fiumana di forza lavoro semi-schiavizzata che sta costruendo il nuovo medio oriente. L’aereo è in ritardo. Scoprirò solo a Milano che un’ala perdeva carburante. Save ha accuratamente abbassato l’oscurante dell’oblò per evitare che vedessi i pompieri attaccare toppe all’ala e lavare via il carburante. Il suolo di Milano è saldo sotto i piedi, solido. Eppure non appena ne respiriamo l’aria, per quanto amiamo la nostra casa non possiamo che guardarci e chiederci.
“Quando ripartiamo?”

Ed eccoci qui, oggi, più di 42 paesi dopo, più 80 viaggi dopo di novo con quella domanda. Una domanda che, forse, senza il Nepal, non sarebbe mai nata. Una domanda cui seguono ricerche e studio, per trovare il punto debole, il problema, la necessità. Perché dopo la scelta ci chiediamo sempre cosa possiamo fare per quel paese, in che modo essere anche utili. Ed è così che è nato ALWAYS ITHAKA, che a volte chiamiamo solo Ithaka, dal desiderio di salvare il mondo un viaggiatore alla volta. E questo, ne sono certa, è decisamente frutto di questo viaggio in Nepal, tra terremoti, rifugiati, epidemie, rinoceronti, odore di cibo caldo fritto in strada e piccoli templi accanto alla carreggiata illuminati da piccole candele al burro.

E quindi a presto Nepal, ci rivedremo.

  1. Arrivo a Kathmandu
  2. Il Terremoto
  3. Visita di Kathmandu e dei Templi
  4. Pashupatinath
  5. Da Kathmandu a Pokhara
  6. Pokhara e Shanti Stupa
  7. Pokhara e rifugiati Tibetani
  8. Terai sulle tracce delle tigri nel Chitwan National Park
  9. Dakshinkali il tempio dei sacrifici animali
  10. Il Terremoto e un Matrimonio