Viaggio in Nepal 7 : Pokhara e rifugiati Tibetani

Aprile 26, 2020 Always Ithaka No comments exist
0 Condivisioni


Pokhara è nota per essere il paradiso degli amanti del Trekking ed è perciò una tappa fondamentale per un viaggio in Nepal. Ci sono però altri motivi per visitarla che la rendono una meta ideale anche quando i trekking sono chiusi. Ma partiamo dal principio.

Questa mattina il sole è inclemente, ci vuole piegare. Sembra che le nubi ne stiano alla larga coprendo tutto il cielo tranne il punto preciso in cui brilla lui. Siamo in strada da poco, pochissimo, ma sentiamo già la sensazione solleticante delle perle cristalline di sudore che si allungano dal viso al collo. Camminiamo in silenzio, mentre il caldo ci divora. Riesco a malapena a seguire Save, devo tenere gli occhi socchiusi per evitare che dolgano mentre la luce si riflette bollente sull’asfalto. Il mondo tra le mie ciglia è sfocato e pieno di bagliori e tutto ruota attorno al profilo controluce delle spalle di Save.

Ferma un taxi, chiede il prezzo, saltiamo su. Con questo caldo non ce l’avremmo fatta a compiere un altro passo. L’aria condizionata dà un iniziale stordimento, la pressione scende e sento freddo, ma poi il sollievo. Il viso che smette di essere paonazzo, il cuore che non martella, le palpebre finalmente rilassate e la nuca adagiata sul basso poggiatesta di questa Fiat. Sono persa nella mia confusione mentre i profili delle case lasciano spazio ai contorni delle montagne via via più aspre. Saliamo di quota mentre le marce e il motore dell’auto sembrano bisticciare borbottando in completa diacronia.

Pipistrelli in Grotta, Chamere gufa 

Il taxi si arresta. Save allunga la mano frusciante di banconote di piccolo taglio. Nell’abitacolo l’autista si volta per afferrarle,attendiamo che conti. Scesi dall’auto ci troviamo di fronte ad un cartello in inglese “Bat cave”. Paghiamo e rifiutiamo l’ausilio di una guida. Ci consegnano una lampada e ci indicano il sentiero digradante oltre il quale troveremo la grotta. La bocca di accesso nasconde le reali dimensioni della grotta. Una volta entrati ed abituati al buio, notiamo la volta altissima e grigia. Cerchiamo il passaggio che ci hanno indicato per raggiungere la camera dei pipistrelli. Scorgiamo ben due aperture e ci guardiamo dubbiosi. Save fa una corsa e ritorna con una guida. Il ragazzo avrà poco meno di 16 anni. Ha gli occhi larghi e il viso allegro, genuinamente divertito.

“Stavo aspettando fuori che cambiaste idea” ridiamo un po’.

Pipistrelli

Ci infiliamo in uno dei due passaggi, chiaramente non quello che avrei scelto io se avessimo proseguito da soli. Il tunnel è stretto e dobbiamo abbassare un poco il capo. Per un istante mi sento come un liquido inoculato nelle vene della terra. Scorro, lasciando che il suono delle rocce mi riempia. Il gorgoglio di un rivolo d’acqua che ruscella, la pressione dell’assenza di vento e il brusio dell’esterno che svanisce via via che addentriamo nel cuore della cavità. In questi giorno le scosse di assestamento scuotono ancora la terra, mi immagino di sentire il rombo sotto i piedi, di vedere una pioggia di macigni. L’acqua gorgeggiante tiene a bada i miei nervi. Dopo un’altra stanza dalla volta magnifica giungiamo nella stanza dei pipistrelli. La volta è oscurata da una miriade di punti carnosi e vibranti. Dal punto più lontano potrei pensare che si un enorme alveare. Avvicinandoci cominciamo a scorgere i musetti dei pipistrelli, la pelliccia sul petto, gli occhietti neri e acquosi. Affascinati, ci lasciamo guidare su una scala che ci porta a meno di un metro da alcuni esemplari.

Free climbing 

Sono sereni nonostante la nostra vicinanza. Se allungassi le dita potrei sfiorarne le zampe uncinate, sentire se sono caldi come sembrano. Non lo faccio, si spaventerebbero. Vivono qui da tempo e noi umani siamo già eccessivamente invadenti per il solo fatto di venire qui a spiarli. Il ragazzo è davvero gentile, ci spiega che a questo punto gli occidentali si allontanano un po’, perché non sono abituati ai pipistrelli. Non siamo abituati nemmeno noi, gli dico, ma magari la differenza è che a noi piacciono. Dopo un po’ ci domanda se vogliamo uscire, accenniamo un sì. La verità è che saremmo rimasti più a lungo, ma per lui uscire prima significa avere più clienti. Ci guida verso una solida parete di roccia.

“Potete scegliere, uscita free climbing o tornare dall’ingresso”

La prima ad uscire

Senza nemmeno pensarci ci facciamo indicare la fessura nella roccia. Ci spiega dove appoggiare le mani, dove i piedi. Mi chiede se voglio andare per prima e mi faccio avanti. La roccia è umida sotto le dita e per i primi istanti non si vede l’uscita, solo roccia fitta a cingere un passaggio scuro. Le infradito slittano sulla pietra mentre lui mi guida con la voce. La luce sbuca all’improvviso e prima che me ne accorga ho già le mani fuori sulla roccia esterna pronte ad issarmi. Esco dal buco nella terra e mi volto. Dopo poco, scorgo Save che esce dal buio. Guardiamo il buco l’uno accanto all’altra,non vediamo nulla e non sentiamo nulla. Uno scalpicciò, la guida. Sbuffa, mostrando quel lato spazientito dei nepalesi. è contrariato perché gli altri sono tornati indietro. Andiamo al piccolo chiosco e beviamo una coca mentre le altre persone incontrate nella grotta risalgono la salita dolce dell’ingresso. Si siedono con noi e ci chiedono se era davvero faticoso come sembrava. Non lo era, affatto, ma forse era l’adrenalina dell’emozione. Un signore ci soppesa con lo sguardo indugiando sul mio gomito sbucciato, poi sorride d’improvviso stirando la bocca carnosa.

Grotta Pipistrelli Pokhara

“Uh, se non avessi questo ginocchio operato l’avrei fatto subito!” è inglese. Nella grotta dei pipistrelli era così felice di osservare gli animali che ha taciuto tutto il tempo, ma ora quel suo accento rimbomba tra le montagne deliziando il cielo.

Bandiere

Le nuvole hanno oscurato il sole e questo è un bene, abbiamo da camminare per un po’ sperando di incrociare un’auto che ci porti fin su al villaggio che vogliamo raggiungere. Dopo qualche minuto un taxi fa capolino nella nostra visuale. Accosta e ci fa scendere sul ciglio della strada, lo strapiombo di fronte a noi sembra pieno. File lunghissime di bandiere tibetane collegano i due lati opposti della gola. La stoffa è logorata e le preghiere fremono nel vento, facendo tremare il paesaggio di rosso, blu, giallo e verde. Alcune sono talmente lise che possiamo guardarvi attraverso, tra i caratteri tibetani e disegni minuziosi.

Bandiere Pokhara Fiume

Rifugiati tibetani

La prima cosa che notiamo è una capra. Una grossa capra bianca con un ciuffo di barba candida sul mento, legata fuori da un ingresso a mo’ di cane da guardia. Al nostro avvicinarci reagisce accennando a venirci incontro. Rimaniamo preda di questo stallo. Noi facciamo un passo e la capra abbassa il capo come per caricarci. Quando le siamo proprio accanto si alza con pigrizia e si avvicina per una carezza, ruminando e osservandoci con quelle sue  pupille orizzontali vitree. Incontriamo un negozio, ma decidiamo di tornarci più tardi, siamo quasi arrivati al monastero. La strada diventa improvvisamente obliqua. Cominciando la salita notiamo due persone alla nostre destra. L’atteggiamento del corpo è mite e tranquillo. Stanno entrambi in piedi dietro due piccoli stand su cui sono esposti svariati oggetti dall’aspetto antico. Ci avviciniamo guidati dai loro lineamenti. Zigomi alti,occhi sottili e chiari e fronte aperta. Un uomo e una donna, lui anziano e lei giovane. Ci accolgono cingendo le mani e portandole alla fronte. Ci indicano tutto ciò che è esposto sul banco. Finalmente distolgo gli occhi e vedo un tripudio di cimeli tibetani di varia foggia stesi su una tovaglia chiara. Accenniamo ad un acquisto e l’anziano fa un gesto di diniego.

Tibetano

“Non prendete due cose da me, fate uno da me e uno dalla mia amica.”

Lo accontentiamo. Dopo aver pagato lucida l’amuleto che ho scelto. Soffia sulla superficie, carezzando l’ottone. “Voi lo sapete sì che siamo Tibetani?” Annuiamo. Ci sorride con una naturalezza disarmante.

“Bene, che la gente lo sappia che siamo Tibetani!”

Gli chiedo se posso fargli un ritratto, mi sorride con un piglio divertito e un po’ infantile che spezza la prigione di rughe del suo volto. MI chiede se sia bello anche nella foto, ridendo. Quella risata sa di montagna e mi spezza il cuore. Mi trapassa come un terremoto sconquassandomi le ossa e facendole sbatacchiare le une sulle altre. Questa risata proviene dall’anima aspra del tetto del mondo. Una delle 15.000 risate rifugiate in Nepal.

Jangchub Choeling Tibetan Monastery

Il monastero è semplice ed imponente. Ospita circa una ventina di monaci. Al momento il silenzio domina perché non c’è nemmeno una funzione in corso. Giriamo a vuoto nel grosso cortile, alzando la testa per osservare le montagne e il cielo. Ogni tanto un lampo arancione spezza i colori fermi dell’architettura. Fluttuando come inchiostro nell’acqua il monaco, o apprendista che sia, compare e sfugge in un guizzo acceso e vivo nell’aria. Esploriamo tutto in assoluta solitudine, accompagnati ogni tanto da questi fantasmi di carne color fuoco.

Il negozio e la nonnina tibetana

Il negozietto ha la sarracinesca ammezzata. Ci avviciniamo e la proprietaria appare dal buio polveroso dell’interno. In questo villaggio i tibetani paio spiriti che appaiono per magia. Ci fa cenno di entrare. Le spalle della donna sono larghe, le rughe scure e la pelle abbronzata. Ci mostra un paio di oggetti spiccicando qualche parola di inglese. Compro un pendaglio ornamentale per capelli. Lo paghiamo talmente poco che proviamo a darle di più. Lei però insiste, il prezzo del suo retaggio è quello. Perché questo è ciò che accade quando si è costretti alla fuga dalla propria nazione, si finisce col vendere oggetti sacri ai turisti per tirare avanti, in un paese che, presto o tardi, potrebbe cedere alle richieste della Cina e non accogliere più i Tibetani. Abbiamo accuratamente evitato oggetti sacri o legati alle preghiere, poiché acquistarli significa depredare il loro patrimonio culturale. Sappiamo però che ogni cosa acquistata qui è stata nascosta, trasportata oltre le montagne e che perciò dovremo averne più cura.

L’amuleto in ingresso

Se ora entraste in casa nostra a Milano, la prima cosa che notereste è l’enorme statua di Bhairava acquistata a Kathmandu. Proseguendo verso destra troverete un amuleto con un cordino in pelle, intagliato nell’ottone. Quell’amuleto ha un posto d’onore sul nostro muro ed ogni volta che lo noto mi riprometto che se mai un giorno il Tibet sarà libero lo riporteremo a casa.

Amuleto Tibetano

Il nostro Viaggio in Nepal:

  1. Arrivo a Kathmandu
  2. Il Terremoto
  3. Visita di Kathmandu e dei Templi
  4. Pashupatinath
  5. Da Kathmandu a Pokhara
  6. Pokhara e Shanti Stupa
  7. Pokhara e rifugiati Tibetani
  8. Terai sulle tracce delle tigri nel Chitwan National Park
  9. Dakshinkali il tempio dei sacrifici animali
  10. Il Terremoto e un Matrimonio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *