Viaggio In Nepal 9: Dakshinkali il tempio dei sacrifici animali

Maggio 13, 2020 Always Ithaka No comments exist
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“Are you sure? Do you really want to see Dakshinkali, the animal sacrifice temple?”
“Siete sicuri? Volete vedere Dakshinkali il tempio dei sacrifici animali?


Sicuri non siamo, non del tutto. Quel che è certo è che vogliamo vederlo. Ma alle parole di Akhila rispondiamo con più sicurezza, mascherando qualunque tentennamento. Kathmandu è buia da ore e nel ristorantino senza porte di Akhila vibra la luce al neon collegata al generatore di emergenza. Qualche mosca si aggira vicino ai bordi dei tavoli in cerca di rimasugli di cibo non ancora rimossi. Nella luce sfarfallante gli insetti sembrano persino più grandi. Anche gli scarafaggi che camminano avanti e indietro dalla strada alle piastrelle macchiate del locale sembrano abnormi. Eppure siamo abituati, dopo un mese in questo paese le dimensioni degli insetti ci sono diventate familiare. Questa sera però tutto sembra diverso e più inquietante. Sbocconcelliamo assorti, mentre Akhila ci tiene compagnia, raccontandoci del terremoto e dei turisti che sono troppo snob per mangiare nel suo locale.


“Ogni tanto capita qualcuno come voi che si ferma e mangia e svuota il piatto. Il cibo è buono qui.”


Vuole farci dei complimenti, si capisce, ma è molto indurita. Non deve essere facile avere un locale malconcio in una delle vie più trafficate dai turisti. Qualcuno si ferma, ma con una clientela principalmente nepalese ha poche occasioni di tirare fuori il menu in dollari a prezzi maggiorati. Il peggio deve essere quando, come stasera, non facendo caso ai clienti finisce per consegnare quello con i prezzi in rupie a due che potrebbero pagare anche 4 dollari per i momo piccanti e certamente molto più dei 0.20 centesimi di papad e salse indicati in nepalese.

Altri templi

Akhila però non molla e continua a farci domande su Dakshinkali. Ci chiede senza troppi giri di parole che intenzioni abbiamo. Il bindi al centro della fronte è stanco, sciolto dal sudore. Intorno a lei, sulle piccole mensole spicca qualche statuetta di Shiva, sul muro due grossi poster ritraggono Shiva e Parvati in colori sgargianti da cartone animato. Non si possono avere dubbi sul fatto che Akhila sia induista e preoccupata, forse stufa, di come la sua religione venga spettacolarizzata dallo sguardo turistico. Save ed io ci andiamo cauti, ma cerchiamo di essere sinceri. Le dico, gentilmente, che vogliamo vedere il tempio, magari provare a capire quel rito che ammetto, sotto il suo sguardo fisso, essere spaventoso per noi. Annuisce e mi dice che vorrebbe che non ci andassimo. Corre nel retrobottega-cucinino tra le pentole sporche di grasso nero e giallo. Riemerge da quel cubicolo con una cartina e comincia a indicarci altri templi. Ci organizza la giornata, senza darci tregua. Infine ci chiede a che ora vogliamo che passi il figlio a prenderci per fare il giro. Rifiutiamo con fermezza, dicendole che seguiremo i consigli che ha dato, ma che non vogliamo l’autista. Abbandonata ogni carineria nel momento in cui deponiamo il denaro per la cena sul tavolo, ci saluta bruscamente. Siamo abituati anche a questo, forse più che all’inquietudine della lampada singhiozzante per i cali di tensione e al ronzio delle mosche grasse.

Una strada magnifica

Il sacrifici al tempio si tengono in due giorni diversi della settimana. Durante gli altri giorni si portano sacrifici minori e sporadici o si compie lo spostamento per fare qualche abluzione e invocare la clemenza di Kali con fiori e noci di cocco. Oggi è sabato, uno di quei giorni in cui sono previsti sacrifici. Il Sabato però non è paragonabile al martedì, giorno in cui avviene la maggior parte dei riti. Il Martedì c’è la coda per portare al macello il proprio sacrifico, il sabato dovrebbe essere tutto più sgombro. Uscire da Kathmandu ci sembra un’abitudine, giungere ai bordi della città per poi perderci tra risaie, strapiombi e campagne. Anche oggi rimaniamo affascinati dalla vita minuscola che si muove nei campi, buoi d’acqua che tirano gli aratri, donne che reggono ceste enormi e piene sul capo, uomini seduti con una birra in mano o chini nei campi, la schiena talmente arcuata da far temere che possa spezzarsi da un momento all’altro con uno schiocco. Ingurgitiamo tutto quello che vediamo. Degli svolazzi arancioni e piccoli ci inducono a guardare la strada. Un nugolo di piccoli monaci apprendisti sta attraversando la strada. Le testoline rasate stridono accanto ai sorrisi aperti in risate bambinesche e allegre. Un monaco più grande, ma ancora ragazzo, li guida composto verso il tempio. Ed ecco che con quell’arancione così succoso ancora negli occhi siamo arrivati.

Un mercato

Di fronte al tempio c’è tutto quello che non ci saremmo mai aspettati di vedere. File di bancarelle lunghissime si estendono ai margini di una strada battuta e polverosa, nascondendo l’accesso al tempio così anonimo da passare inosservato. Il guidatore, Jay, ci accompagna per un po’, vuole sgranchirsi le gambe e chiede se può starci vicino, per chiacchierare. Passiamo davanti a piramidi di spezie, banchetti di frutta secca, enormi griglie e bancarelle di giocattoli. Jay ci indica i giocattoli e ci spiega che dopo essere stati al tempio i genitori comprano spesso regalini per i bambini prima del grande barbecue con cui consumano tutta la carne derivata dai sacrifici.

mercato nepal

Ci racconta di un’atmosfera che non si crederebbe possibile. Della gioia dell’arrivo, poi della pena e della sofferenza del macello, del sangue che tinge di rosso fiume mentre scorre nella montagna. Nelle sue parole si delinea il momento del pranzo, della condivisione di quanto si è sacrificato a Kali.
“Kali ha sete di sangue e noi la dissetiamo per l’equilibrio nell’universo.” Un occidentale passerebbe per poeta con una frase del genere, ma per Jay è una semplice spiegazione, un dato di fatto. Si congeda e ci indica i negozi di frittelle, spiegandoci che se vogliamo ci aspetterà per il ritorno.

“C’è così poco da lavorare per il terremoto che posso aspettare se volete.”

Avremmo preso il bus, ci saremmo mescolati alla massa accaldata e affaticata di chi deve raggiungere la grande capitale e avremmo speso pochissimo, praticamente niente. Save però accetta subito, spendere due dollari in più significa pagare la cena a Jay e vista la situazione del Nepal, è questo che conta.

Il Tempio di Dakshinkali

Scendiamo la scalinata riparata da un tetto di plastica verde. Ripida e grigia, appare la discesa verso un inferno, verso lo stomaco della montagna. Gli scalini terminano bruscamente. Nella prima parte del tempio sorgono le vasche e le fontane per la purificazione.

scala verde nepal

Subito dopo una lunga fila di tettoie ripara enormi tavole di pietra contornate da canali di scolo che danno direttamente sul fiume. I canali sono impiastrati di qualcosa di scuro e vischioso, liquame. Proseguiamo, ignorando i brividi che hanno intirizzito la nostra schiena. Ci sono davvero poche persone,qualche coppia e un paio di famiglie. Nulla che possa causare il bagno di sangue che sapevamo non essere mentalmente pronti a tollerare. Qualche bambino gioca nelle parti secche del fiume. Giocano con dei fiori rossi, li prendono tra le dita paffute e li schiacciano, liberano la linfa rossa. Si toccacciano, lasciandosi reciprocamente piccole impronte cremisi sulle guance. Rapiti da quella rappresentazione quasi astratta dei sacrifici non ci rendiamo conto di essere giunti all’altare principale, quello da cui sgorga il sangue che imbratta e ricopre l’idolo di Kali. Tutt’intorno un muro ricoperto di campane e campanelle attornia il sacrario dove la statua della temibile dea riposa, un minuscolo idolo capace di abbeverarsi di ettolitri di sangue animale e non esser sazia. L’orribile e temibile Kali, alta appena 40 cm. Scorgiamo appena la statua celata dalle spalle dei fedeli prostrati in preghiera.

Sacrificio

Due monaci stanno dietro il banco. I loro piedi sono immersi in un liquame vischioso e rosso. Avanza una coppia, tra le braccia di lei un fagotto immobile spicca nel lenzuolo bianco, un contrasto netto con il sari colorato e inamidato, il bindi scarlatto e sporgente e gli occhi pesantemente sottolineati dal kajal nero carbone. Adagia il fagotto sul tavolo. Lei e il marito vi impongono le mani e lo allungano ai monaci armati di mannaie dalle lame arrugginite e scure. La mia mano è stretta sul braccio di Save, sento le gambe vive , desiderose di scattare verso il fagotto e portarlo via. Mi tormento un labbro. Save è di pietra, osserva in silenzio. Il monaco offre delle benedizioni alla coppia e si concentra sull’involto. Ne apre un lembo, con lentezza. La stoffa attraversata da un raggio di sole diventa trasparente. Il bianco si arrossa a contatto con il tavolaccio sporco. Scosta un altro lembo, e via un altro ed un altro ancora. Il sacrificio brilla nei suoi occhi. Due noci di cocco, qualche papaya e fiori. Un sospiro mi sfugge così rumorosamente che sia il monaco che i coniugi si voltano verso di me. Arrossisco e loro sorridono. Il monaco alza la mannaia e spacca la frutta lasciando che i succhi sgorghino al suolo, mescolandosi al sangue rappreso e alla polpa di fiori.

Kali

Sollevati, siamo sollevati. Nell’istante in cui ho creduto che ci fosse un piccolo animale nel fagotto ho capito che non avrei retto. Per fortuna oggi ci sono poche persone, cariche di frutta. In una pausa in cui sembra che non ci siano fedeli in attesa chiediamo al monaco se possiamo avvicinarci e guardare Kali. Ci indica un punto invitandoci a non andare oltre. Da lì osserviamo Kali, la sua smorfia orrenda e furente incorniciata dalle mille mani. Danza Kali, sotto il suo piede un cadavere. Un’idolo mostruoso e al contempo immobile, piccolo e fermo nel cuore della montagna. Rimaniamo nel tempio a lungo, osservando i tanti dettagli e fissando a più riprese il sangue sparso al mattino e ormai coagulato al sole.

Samosa

Uscire è davvero bislacco. Il tempio è così organico che ci sembra di riemergere da un corpo vivo. Il suolo si solleva in polvere ad ogni nostro passo, lasciando che un velo chiaro si adagi ai nostri scarponi umidi inscurendosi quasi subito. Jay ci fa grandi cenni con la mano seduto all’ombra di uno dei localini aperti direttamente sulla strada battuta, ai margini dei banchetti. Entriamo per sederci con lui passando accanto ad un pentolone di olio scuro in cui bollono dei samosa. Jay ci chiede se abbiamo sete e in effetti ci rendiamo conto di essere stati ore sotto il sole senza aver toccato acqua. Al nostro assenso ordina due sprite e tre samosa. Facciamo cenno di no, ma i samosa arrivano subito, brillanti di olio. Mangiamo, voraci. Al momento di pagare Jay fa cenno di no. “Offro io dice”.

altare sacrificale
Altare sacrificale

Sospensione del giudizio

In auto parliamo tantissimo. Jay è un fiume e ci racconta della sua vita, dei suoi sogni e dell’induismo. Ci congediamo con le mani giunte al petto. Namaste. Save ed io decidiamo di camminare un po’ parlando del tempio. Viaggiare a volte ci mette di fronte a quelle che sembrano scelte opposte, curiosità o ideali, giusto e sbagliato. In realtà è l’esatto contrario. Per viaggiare bisogna essere prima di tutto in grado di sospendere il desiderio naturale di dare un giudizio su una cultura, osservarla, capirla e poi, solo poi, attivarsi per cambiare qualcosa. Cosa che, però, non significa giungere carichi dei nostri valori e privilegi occidentali e agire sulla base di essi. Significa capire le ragioni alla base di certi gesti, capire che per innescare un cambiamento serve tempo e impegno. Ringrazio tutto quello in cui sono mai stata capace di credere per la fortuna di quel giorno. Non aver visto sgozzare degli animali vivi è stata una fortuna, mi avrebbe reso più difficile capire l’importanza della sospensione di giudizio.

Difficile

Per le strade di Kathamandu tutto appare diverso. Persino noi, più sudati e sgangherati del solito appariamo diversi. Il diverso, però, non deve essere giudicato né in un senso né nell’altro. Putroppo è fin troppo semplice viaggiare in un paese straniero e osservarne solo le parti che ci permetteranno di parlarne bene, cosa che spesso accade con India e Nepal due paesi edulcorati dalla capacità iperselettiva degli occidentali. Bisogna osservarne i canali di scolo più sporchi e mefitici per capirne qualcosa realmente. Per contro non bisogna limitarsi alle brutture. Quasi si dovrebbe arrivare ad essere come il lenzuolo bianco del fagotto, intonsi e destinati ad essere macchiati, sgualciti e inumiditi senza perdere lo sfavillio del sole nella propria sottile trama. Ecco, questo equilibrio è ciò che permette poi di agire senza far danno, di essere attivisti senza opporsi alla cultura come se questa fosse un male assoluto o di assecondarla come se in nome di essa fosse tutto concesso. Questo ho imparato da Kali, la dea ricoperta di sangue che però nella sua mostruosità distruttiva è anche dea della salvezza, una protettrice battagliera e sanguinaria.

Altare dea kali

Il nostro Viaggio in Nepal:

  1. Arrivo a Kathmandu
  2. Il Terremoto
  3. Visita di Kathmandu e dei Templi
  4. Pashupatinath
  5. Da Kathmandu a Pokhara
  6. Pokhara e Shanti Stupa
  7. Pokhara e rifugiati Tibetani
  8. Terai sulle tracce delle tigri nel Chitwan National Park
  9. Dakshinkali il tempio dei sacrifici animali
  10. Il Terremoto e un Matrimonio

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