Viaggio in Nepal 5 : da Kathmandu a Pokhara

Marzo 27, 2020 Always Ithaka No comments exist
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Dobbiamo lasciare Kathmandu. Il sole non è ancora sorto e la strada è attraversata da una brezza gelida che soffia dall’Himalaya. Siamo in attesa dell’auto che ci porterà a Pokhara in sei ore. Non sappiamo cosa aspettarci e siamo davvero stanchi. Il jet leg sta ancora avendo la meglio su di noi e questa sveglia precoce ci ci introduce alla giornata con la lentezza del sorgere del sole è sfiancante.

L’auto arriva e noi saliamo dopo aver caricato i bagagli. Lo staff dell’albergo è sui gradini dell’ingresso intento a salutarci. In fila, l’uno accanto all’altro, muovono le mani in aria augurandoci buon viaggio e dando raccomandazioni all’autista.

Il traffico di Kathmandu ci è ormai indifferente, perciò comincio ad assumere una posizione comoda per scivolare, lentamente, nel sonno. Sono ancora nel dormiveglia quando Save mi chiama per mostrarmi qualcosa nel finestrino. La stanchezza mi blocca i riflessi, non prendo nemmeno la macchina fotografica in mano. Con gli occhi brucianti e le palpebre socchiuse dirigo il mio sguardo verso il punto da lui indicato.

Quello che vedo incorniciato dal finestrino mi spinge ad osservare al di là del parabrezza e le due immagini combinate mi strappano di dosso il sonno come una secchiata di acqua gelida. Dal lato di Save un cumulo di carcasse di autobus si staglia contro la montagna. Le ruspe li accalcano uno sopra l’altro in quei volumi piatti e insoliti. Il parabrezza completa il quadro mostrando la strada attraverso la quale si esce dalla valle e si comincia a salire sulle montagne. Una strada stretta, senza nemmeno una parvenza di guard rail, con uno strapiombo iniziale di 50 metri che non farà che divenire via via più profondo.

Non appena saliamo sulla carreggiata a strapiombo lancio un altro sguardo oltre il finestrino.  A meno di un metro da noi la gola attira i sassi che schizzano sotto la pressione delle gomme dell’auto. Sono sicura che per le restanti sei ore non proverò nemmeno a dormire.

Lo spettacolo però è stupefacente. Le prime crudezze della montagna chiara lasciano spazio alle terrazze dove si coltivano i cereali. Il verde pieno e gonfio di clorofilla è vagamente interrotto dai sari colorati delle donne intente a mietere nei campi, spesso accompagnate da un nugolo urlante di bambini o da un bisonte grigio. Le terrazze danno dalla montagna l’aspetto di una scalinata morbida, composta di erba e  specchi d’acqua in cui possiamo osservare il riflesso del cielo. Dopo qualche curva la gola e le pareti si inaspriscono di nuovo, rubando ai nostri occhi la delicatezza dei villaggi e del verde.

Il sole è alto e a picco, è mezzogiorno. L’autista ci chiede se abbiamo voglia di fermarci a pranzo e con un languore intenso, misto al bisogno di sentire la terra sotto i piedi, annuiamo vigorosamente con forti “yes“. Si gira a guardarci e la macchina sbanda. Lo ha fatto ogni volta che abbiamo scambiato qualche parla.

Con un colpo di clacson avvisa il camion pakistano di fronte a noi che lo sta per superare. Il camion è impressionante, decorato con arabeschi, specchietti e listarelle di legno intarsiati. Il disegno dello sguardo chiaro di una ragazza che filtra attraverso la fessura di un niqab è riportato più volte, inseme a versetti del Corano. Questi Camion sono leggenda. Il Pakistani, ma anche gli Indiani e i Nepalesi, li decorano pesantemente come buon auspicio vista la natura impervia delle strade che dovranno percorrere. Il grosso problema è il peso delle decorazioni, che rende il mezzo infinitamente più complesso da manovrare.

Nepal on the road

Prima della paura pranzo l’autista si ferma per farci ammirare una cascata e uno strapiombo particolarmente profondo, talmente inquietante da aver spinto persino i nepalesi ad apporre qualche blocco di cemento come protezione.

Dopo pochi minuti raggiungiamo l’area di sosta. Un ampio ristorante aperto ai quattro lati sorge sul ciglio della strada, immerso nella giungla. Ci sediamo per mangiare e Sunil, l’autista, va a sedersi in un altro tavolo. Gli chiediamo se vuole mangiare con noi e, stupito quanto contento, accetta. Mangiamodahl, involtini alla tibetana, pane all’aglio e beviamo tre coca cole.

Dhal

Domando la direzione del bagno e mentre mi avvio penso alle vespe. Il bagno è spettacolare. I cubicoli sono disposti l’uno accanto all’altro e danno direttamente sulla giungla. Mi avvicino ad un cubicolo, entro e sento il ronzio. Alzo il capo e noto il vespaio da cui le grosse e lisce vespe entrano ed escono nervosamente. Odio le vespe. Torno al tavolo e chiedo a Save di accompagnarmi, ho bisogno che qualcuno le controlli o non riuscirò mai a fare pipì. Quando rientro vedo che Save si tiene a una distanza insolita. Ricorderò questo momento come la più bella pipì di sempre. Di fronte a me non c’era nessuna porta, solo la giungla viva e vorace con quel ronzio in sottofondo e il suono delle foglie sbatacchiate dagli sporadici aliti di vento.

Tirati su i pantaloni mi rivolgo a Save che nel frattempo si è spostato.

“Per fortuna che ti ho chiamato per tener d’occhio le vespe”

“Non hai visto cosa c’era dall’altra parte della trave vero?”

Mi indica il punto. Un ragno nero grosso come la mia mano è immobile nell’angolino, proprio sul lato opposto della medesima trave. Mi avvicino per guardarlo, le zampe lunghe sono appena piegate, le cheliceri immobili, starà riposando.

Mi volto verso Save, sentendomi in colpa. Lui odia i ragni almeno quanto io odio le vespe. Quell’angolo avrebbe potuto essere la combo mortale contro la quale avremmo soccombuto. Invece, calzoni alle ginocchia e sguardo fisso nella giungla, abbiamo vinto noi. Torniamo al tavolo, con Save che cerca di convincermi di quanto fosse brutto il ragno ed io di quanto fosse bello. Le vespe, invece, fanno schifo e punto.

Dopo una paio d’ore di macchina il paesaggio diventa via via meno impervio e le linee cominciano ad assumere la prospettiva pianeggiante che ci condurrà fino a Pokhara. Smontiamo dall’auto e dopo vari saluti e ringraziamenti, entriamo al Middle Path l’albergo prescelto per il pernotto. Ci accogli un volpino candido e vaporoso con una ciabatta in bocca. Il ragazzo alla reception ride mentre la sorella lo rincorre chiamandolo con voce sottile ma acuta.

volpino bianco

“Lucky!”

Ci mostrano la nostra stanza. Saliamo all’ultimo dei quattro piani per ritrovarci nel terrazzo delle suite.

“Menomale che ci siete, questo mese zero clienti.” il ragazzo ci spiega che a Pokhara hanno sentito appena il terremoto, ma che il turismo si è drasticamente interrotto. A Kathmandu abbiamo incontrato qualche turista, soprattutto quando andavamo a cenare nel microscopico caffè di Thamel che offriva sandwich a 50 centesimi e wifi gratuito. Lì abbiamo visto parecchi backpacker, persone in viaggio da mesi o che erano già in Nepal quando c’è stata la grande scossa.

Lo raccontiamo ad Anjan che ci dice che anche qui troveremo qualcuno, ma che dobbiamo considerarci fortunati.

“La nostra sfortuna vi permette di vedere Pokhara senza turisti, ed è raro.”

Pokhara

Ammutoliamo. Un po’ perché ci sembra pazzesco che riesca a parlarci della nostra fortuna considerando la loro e un po’ perché alle sue spalle il cielo si è rischiarato. Se ne accorge e scivola via, verso la tromba delle scale. Il cielo azzurro brilla nell’acqua inscurita dai monsoni del lago Phewa e il profilo dell’ Annapurna di disegna nei tratti limpidi non inverditi dalle alghe.

Pokhara

Siamo arrivati a Pokhara.

Il nostro Viaggio in Nepal:

  1. Arrivo a Kathmandu
  2. Il Terremoto
  3. Visita di Kathmandu e dei Templi
  4. Pashupatinath
  5. Da Kathmandu a Pokhara
  6. Pokhara e Shanti Stupa
  7. Pokhara e rifugiati Tibetani
  8. Terai sulle tracce delle tigri nel Chitwan National Park
  9. Dakshinkali il tempio dei sacrifici animali
  10. Il Terremoto e un Matrimonio

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