Viaggio in Nepal 8 : Terai sulle tracce delle tigri nel Chitwan National Park

Maggio 11, 2020 Always Ithaka
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Se i viaggi per raggiungere Pokhara erano stati impegnativi e lunghi, vissuti con l’ansia di precipitare, quello che ci ha portato da Pokhara al Terai è stato quello a cui eravamo certi che non saremmo sopravvissuti.

Alba

Partiamo sempre prima dell’alba, negli attimi prima che il sole possa iniziare a raccontare il giorno con i suoi raggi. Nelle luce pallida siamo confusi, distratti ed emozionati. Troppo insonnoliti per notare alcun che. Una volta accomodati in auto comincio a distendermi, con l’intento di dormire. La luce accenna ad invigorirsi e tra me me e spero che le nubi ci diano tregua, coprendone la crudezza. L’autista mette in moto, con calma. Sento la tensione intorno agli occhi sciamare, sfumare nella pace del sonno ripreso. Alla prima curva mi ritrovo con la fronte aggrottata, improvvisamente scocciata di aver sognato di star cadendo. Dopo tre sogni tutti uguali spalanco gli occhi e mi rendo conto che la mia mente stava seguendo i movimenti bruschi dell’auto. Save fissa l’autista con calma apparente.

strada pokhara terai

Colpo di sonno

Le strade sono subito impervie fuori dalla città. Si arrampicano sulle montagne, avvitandosi attorno alle loro pareti scoscese quasi per magia. Di nuovo i pesanti camion pakistani che tagliano la traiettoria della nostra piccola auto come se la strada fosse immensa e non questo ridicolo sentiero battuto senza protezioni. Per una attimo guardo giù, nella gola. Mi sembra avvicinarsi, sempre più quasi come se il mio sguardo avesse un qualche potere magnetico capace di muovere l’auto. Non mi spavento,strano a dirsi, immagino che sia solo la mia mente. Save però dà una botta al tettuccio. Forte. Vedo le gomme, a una spanna dalla caduta. Con la coda dell’occhio scorgo un sobbalzo e la macchina torno ad una distanza ragionevole dalla caduta. Paralizzata incastro lo sguardo nello specchietto fissando l’autista. Per sei ore, avrò la sensazione di non battere nemmeno le palpebre in allerta come quando si attende un colpo di scena. L’aria piena del suono del motore, delle ruote, del clacson diventa statica, un rumore bianco, interrotto solo dai colpi che Save abbatte sulla carrozzeria per tener sveglio Raj.

Pianure

La strada è improvvisamente piana. Siamo in pianura e il nostro cuore riprende a battere lentamente, abbandonando quel ritmo folle con cui ci ha inondato di endorfine. La montagna pare sciogliersi, perdendo i grigi rocciosi nel mare verde e florido dell’erba alta e umida. I campi di riso si alternano ai prati, infiniti e morbidi nella cornice del finestrino. Usciamo dalla strada principale e battuta per incespicare su quella fangosa e lenta del villaggio. Per un ora osserviamo bufali al pascolo e contadini dei campi. Eccoci all’hotel. Il caldo è talmente prepotente che ci buttiamo nella piscina sapendo che l’acqua non ha ricircolo. Le nubi sono inclementi, di lontano l’Annapurna brilla nel riflesso scintillante dell’acqua.

Chitwan National Park

Non dobbiamo nemmeno attendere che la sveglia ci strappi al sonno, l’eccitazione ci richiama nel mondo reale al momento giusto. Ci vestiamo in fretta, indossando pantaloni lunghi, scarponi, calzettoni e camicia. Sappiamo che nell’umidità afosa della foresta ce ne pentiremo, ma non possiamo indulgere alla freschezza, la sicurezza viene prima. La guida ci aspetta fuori dall’albergo. Alta, con una lunga chioma nera che oscilla seguendo il suo passo, nella mano destra un bastone corto e lavorato. Si assicura delle nostre provviste d’acqua e dell’assenza di qualunque forma di cibo dalle nostre tasche. Passeggiamo nel fango mentre nasce il giorno, illuminando le messi verdi e rigogliose, appena flesse dalla brezza del mattino. Quasi non ci accorgiamo del cancello di rete metallica che Sonia apre. Entriamo così, semplicemente assorti, nel Chitwan National Park, tra tigri, elefanti e rinoceronti.

Vista dell'everest dal Chitwan National Park

Rinoceronte al bagno

Il verde della foresta è così morbido che quasi attutisce il peso del caldo. Ogni tanto sonia si ferma e muove il capo a destra e sinistra per poi cambiare direzione. Entrando ci ha pregato di fare silenzio e di non allontanarci da lei.


“Ci sono pochi turisti anche dall’India e prenderanno le jeep. A piedi ci siamo solo noi e i militari oggi.”


Mi domando se incontreremo un militare, uno dei tanti stanziati nel parco per combattere il bracconaggio che aveva decimato la popolazione di rinoceronti che vengono uccisi per il loro corno, altamente richiesto per le preparazioni medicali cinesi e tibetane. Il governo nepalese ha investito molto nel meccanismo di lotta al bracconaggio, al punto che si è passati nei pochi anni dell’iniziativa dall’avere una popolazione decimata al poter vantare un aumento demografico notevole con una sola morte per bracconaggio. I soldati vivono nella foresta, spostandosi nell’invisibile reticolo di monitoraggio, seguendo tracce sospette e vigilando sugli ingressi nel parco.

Mentre immagino di scorgere tra il fogliame un bivacco di soldati, Sonia si ferma e ci indica qualcosa. Una pozza d’acqua con un grosso macigno al centro. Il macigno si muove, rivelando un volto dal muso cornuto. Un rinoceronte, a pochi metri da noi, si sta placidamente godendo un bagno. Gli occhi sono socchiusi, ma fissi su di noi. L’acqua intorno a lui è appena mossa dal vago movimento con cui si sposta impercettibilmente. Sonia rimane sempre davanti a noi, il bastone lungo il fianco. Con un gesto ci invita a spostarci senza voltarci verso una macchia di alberi e foglie. Indietreggia anche lei, con calma, osservando l’animale e noi con volto sereno. Ha tutto sotto controllo, eccezion fatta per la nostra emozione che galoppa nel nostro petto e nei nostri polmoni, affannandoci. La bellezza di quel rinoceronte così quieto e al contempo guardingo, impegnato in un bagno nel primo calore del giorno si imprime nelle nostre retine. Rimane lì, anche mentre sbattiamo le palpebre.

Prima di uscire

Camminiamo per qualche ora, nella foresta. Di quel tempo ho ricordi versi, grondanti di gocce tonde e trasparenti nella luce del sole. Ogni tanto un bramito invita Sonia ad arrestarsi per ascoltare quello di risposta, la mano accanto all’orecchio. Dalla provenienza della risposta decide se sia il caso di cambiare direzione o meno. Ogni tanto ci giunge un suono rasposo da lontano, Sonia ci spiega che sono gli Orsi Labiati intenti a banchettare in un qualche formicaio.

“Ma non vi preoccupate.” ci dice subito.

” Il suono non è molto forte, devono essere lontani.”

Ci dirigiamo verso il limitare della giungla, inciampando su radici morbide, affondando nel fango e finendo avviluppati in enormi ragnatele. Prima di uscire sentiamo un suono cavernoso e aspro. Potente si diffonde dalle nostre orecchie al nostro sistema nervoso allertandoci come animali da preda, facendo vibrare i nostri nervi cutanei che si irrigidiscono arricciando la superficie della nostra pelle. Pericolo, sembrano dirci. Sonia sorride, aprendoci il cancello e richiudendolo alle nostre spalle.

“Siete fortunati, non capita facilmente di sentire una tigre ruggire di giorno.”

Elefanti e Mahut

Costeggiamo il perimetro del parco, parlando di tigri e bracconaggio. Sonia ci confida che anche loro vedono raramente una tigre, una media di una ogni anno per loro che vivono dentro le fronde della giungla. Ci racconta di quanto una tigre le ha attraversato la strada.


“Camminava con passo spedito, ma niente di concitato. No, le tigri non hanno mai fretta”


Giungiamo ad una fila di baracche in legno e lamiera, disposte dirimpetto ad un cancello. Sonia ci fa cenno di avvicinarci e notiamo degli elefanti. Hanno il volto dipinto per il festival in cui sfilano per l’orgoglio dei loro mahut. Uno degli elefanti ci si fa incontro, allunga la proboscide verso le nostre mani. Lo accarezziamo, osservando il grosso buco nel suo orecchio.

“Quello serve al mahut”. ci spiega Sonia, accompagnando le parole con un gesto che dal basso si alza,come se pescasse qualcosa in un retino. Ed ecco che compare il mahut a toglierci ogni dubbio su quel movimento. Nella mano destra, corrispondente all’orecchio bucato dell’elefante, porta un grosso uncino acuminato, lungo almeno quando il mio avambraccio. L’elefante smette ti farsi accarezzare e ci porge la proboscide con insistenza.

“Dovete dargli la mancia” dice Sonia.

elefante nepalese

Lì, nell’immagine di quella proboscide tesa come una mano aperta il nostro animo si è spezzato. La pena, la rabbia e la miseria di quel momento, ci accompagnano da allora.

Sonia ci lascia davanti all’hotel, dandoci appuntamento al giorno dopo.

Attaccato da un coccodrillo

Non voglio credere che sia quella la nostra canoa. Un lungo tronco di legno, sottile, in cui posso appena incastrare le gambe incrociate è tutto ciò che ci terrà a galla nelle torbide acque popolate dai coccodrilli. Sonia ci presenta al barcaiolo. Camminando verso la riva ci ha raccontato di un suo collega, una guida del parco, che era stato divorato da un coccodrillo giusto la settimana prima mentre pescava.


“Va così, può capitare anche a noi che conosciamo le acque.”


Saliamo sull’imbarcazione e mentre il barcaiolo punta i piedi sulla riva morbida Sonia ci invita nuovamente a non fare rumore. La canoa incede lentamente, tagliando appena la superficie dell’acqua marrone e liscia. Ogni tanto rallenta, in modo che sonia possa indicarci con il bastone un coccodrillo che ci osserva sul pelo dell’acqua. D’un tratto però fa un gesto brusco, poco controllato, in direzione del barcaiolo. Ci voltiamo e lo vediamo guardarsi intorno, gli occhi aperti, larghissimi. Poi si blocca e comincia a far curvare la canoa per superare il punto che sta fissando allontanadovisi il più possibile. Sulla riva un enorme coccodrillo, che Sonia ci dirà essere lungo almeno 3 metri e mezzo, ci osserva sveglio. Muove leggermente il capo e comincia ad avvicinarsi alla riva. Sonia lo segue con lo sguardo, la mano salda sul bastone. Sembra che si stiano misurando, l’umana appollaiata sulla punta di un tronco e il coccodrillo dalla bocca ghignante che avanza verso la sua acqua. Sentiamo la barca andare più veloce sotto la forza che il barcaiolo imprime alla pagaia. Il coccodrillo entra in acqua, fluido e veloce. Sonia lo segue, probabilmente immaginandone la traiettoria, mentre noi osserviamo l’acqua attorno a noi, ciechi per il fango scuro. Dopo un quarto d’ora di attesa, Sonia si rilassa e riprende a guardare avanti, il barcaiolo rallenta e proseguiamo.

Coccodrillo terai- chitwan

Pranzo sulla riva del fiume

Arriviamo fino ad una riva poco scoscesa, smontiamo dalla barca e ci incamminiamo verso il baracchino. Compriamo qualcosa da mangiare e sediamo con Sonia all’ombra di un gazebo di paglia, osservando il fiume.

“Non avvicinatevi mai alla riva. Anche se vi sembra che non ci sia niente, qualcuno potrebbe essere lì, proprio accanto a voi.”

“Era molto grosso quel coccodrillo?”
“Quale?” assume un’aria innocente, quasi da bambina.

“Quello sulla riva nell’ansa”

“Bhe, sì, in effetti sì. Non solo era grosso, ma era appena sbucato dall’erba. Menomale che avete fatto silenzio, a volte i turisti si agitano e urlano, cosa che innervosisce gli animali. Sono felice di non aver dovuto usare il bastone.”
Anche mentre mangia tiene il bastone alla sua destra, sula tavolo, legato al polso con un laccetto. Guardiamo il fiume, a pochi metri da noi.

Villaggi Tharu

I nostri giorni nel Chitwan National Park sono davvero lenti, accaldati e senza fine. Inforchiamo le bici e giriamo i dintorni, perdendoci nei villaggi dei Tharu. Le casette di fango sembrano sbucare direttamente dalla terra rossiccia delle strade, vene calde nel mare verde del Terai. Seguiamo un’andatura lenta, fermandoci di tanto in tanto per osservare i buoi uscire dalle polle che i monsoni scavano nel terreno. Dapprima nel vediamo solo le teste cornute, adagiate sul pelo dell’acqua, al nostro avvicinarsi emergono con uno slancio, svelando la mole immensa. Si avvicinano ai cuccioli al pascolo li accanto e ci seguono, con quegli occhi scuri e buoni leggermente inaspriti dalle corna appuntite. Le bici sono davvero sgangherate e devo fermarmi più volte a tirare su la catena, trovandomi spesso accerchiata a da buoi curiosi o preoccupati per la prole. Zigzaghiamo, osservando i bambini fissarci a bocca aperta, correrci dietro urlando e le madri richiamarli. Talvolta sono bambini soli a inseguirci, con abiti sporchi, capelli incrostati e la parola “money” che salta dalle loro bocche nell’aria, come una litania.

Artigiano nel Chitwan National Park


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“Money, money, money.”

Ci fermiamo in un piccolo negozio dove compriamo del cibo, poca roba pagata 20 centesimi, con cui pranziamo,seduti sul gradino del negozio. I Tharu sono una delle etnie migrate dalla valle del Gange al Nepal e, inutile a dirsi, sono estremamente poveri. Vivono una vita da agricoltori in queste case di fango e telai di legno. Sono animisti, ma l’organizzazione sociale induista delle caste regola la loro società. Nel 2000, dopo anni di vita in un regime di semi schiavitù, un decreto governativo ne ha determinato condonato i debiti contratti. Nonostante ciò, la povertà è rimasta e,anzi, a causa degli eventi atmosferici capaci di far sparire sotto l’acqua case e campi, i Tharu vivono in un regime di precarietà assoluta in cui, però, riescono a far fiorire la loro cultura. Addirittura, nei pressi di Sauraha esiste un museo di cultura Tharu ed è persino possible assistere ad uno spettacolo tradizionale. Purtroppo il turismo sta aggravando la condizione di indigenza attuale, costringendo i Tharu a mercificare la loro tradizione per qualche soldo.

Negozio Chitwan National park

Rimaniamo seduti a lungo dopo aver consumato il pasto a base di riso e lenticchie. I Tharu ci osservano, incuriositi e schivi. Il turismo nel Terai è principalmente indiano, perciò dobbiamo essere uno spettacolo insolito. E così rimaniamo Occidente e Oriente a fissarci curiosi, cercando un punto di contatto, un sorriso o un saluto, che possa collegarci.

In moto verso l’ospedale

Save è incredulo.

“Sul serio?”

“Sì, non me lo aspettavo,nemmeno io.”

Rassegnato mi accompagna alla reception dove chiediamo una pomata antibiotica. Il personale ci dice che per averla dobbiamo andare all’ospedale più vicino, raggiungibile solo in moto.

“Chiamo per la moto?” Faccio un vigoroso cenno di assenso.

Attendiamo ed una moto sgangherata appare sulla strada seccata dal sole. Una nuvola rossa di polvere ci avvolge. Scioccamente avevo pensato che ci avrebbero dato la moto per andare da soli all’ospedale. Invece il guidatore fa cenno a Save di montare sul sedile posteriore e svanisce in una scia di polvere, senza che io abbia il tempo di capire che non ha nemmeno preso in considerazione che io potessi andare con lui senza Save. Preoccupata per il mio piercing infetto e imbestialita per essere stata ignorata mi infilo in camera in attesa. Quando Save torna mi racconta del viaggio.

“Non guidava molto bene”. Sorride.

“L’ospedale non te lo raccomando, sembrava più uno di quelli provvisori da campo. Però i medici sono stati davvero bravi, anzi mi hanno detto che in Nepal capita spesso di aver questo genere di problemi per via dei piercing tradizionali e mi hanno dato questa pomata.”

Mi racconta della moto, dell’aria appannata dalla polvere, dei coccodrilli sotto il ponte di legno traballante sopra il quale ha seriamente pensato che sarebbe caduto loro in pasto. Del colore della tenda dell’ospedale, degli altri pazienti e di come lo abbia sorpreso constatare che, nonostante tutto, nessuno abbia fatto una smorfia, nemmeno minima, alla sua richiesta di una crema per il piercing al seno della sua ragazza.

“I farmacisti in Italia mi guardano sempre malissimo.”
“Stavo pensando la stessa cosa.”

Rimaniamo un po’ sul balcone, mano nella mano, io immaginando il suo giro in moto, lui ringraziando di esservi sopravvissuto, entrambi colpiti da come alcune cose possano sembrare normali dall’altra parte del mondo e assurde da dove veniamo. Chiacchieramo fino a che il sole non si addormenta all’orizzonte, accerchiati dagli insetti che sfarfallano cicaleggiando nell’aria bollente di questa sera nel Terai.

Terai e Chitwan

  • Giorni necessari per una visita completa : almeno una settimana, tre giorni minimo essenziale per visitare i villaggi Tharu e fare una gita nella foresta.
  • Elefanti: per accedere alla foresta spesso si usano gli elefanti come mezzo. Evitate assolutamente di accettare di fare un trekking a dorso d’elefante. Gli animali vengono addestrati con meccanismi crudeli e violenti sin da cuccioli per ammansirne l’indole, ma, trattandosi di animali molto intelligenti, i mahut usano un ulteriore meccanismo di controllo, un grosso uncino che infilano in un foro nell’orecchio dell’animale per dominarlo. Le orecchie sono una delle parti più sensibili di questi pachidermi poiché piene di terminazioni nervose. Il problema però non si esauriscei qui, perché la schiena degli elefanti non è strutturalmente predisposta per trasportare pesi, perciò gli animali impiegati per i trekking sviluppano facilmente patologie alla spina dorsale che possono portare i centri di allevamento ad abbatterli se impossibilitati a svolgere il lavoro per cui sono stati acquistati. Perciò prediligete gite in jeep o a piedi.
  • Ingresso al parco: Per accedere al parco è necessario assumere una guida locale. Rivolgetevi a strutture locali sia per le guide sia per il pernottamento.

Nel parco e nei dintorni si possono avvistare diverse specie di animali:

  • Rinoceronte indiano, gaida : Il parco nazionale del Chitwan è la più grande riserva al mondo di rinoceronti indiani. Sono animali minacciati dai bracconieri che li uccidono per soddisfare l’enorme domanda di corna di rinoceronte per la medicina culturale cinese e tibetana.
  • Elefante asiatico, hathi: Esistono pochi esemplari in libertà, principalmente maschi adulti che vivono tra il Chitwan e la riserva Naturale di Parsa. La maggior parte degli esemplari,principalmente femmine, vive in cattività ed è impiegata nei servizi turistici. Non alimentate questo mercato ed evitate anche le attività in cui ne viene proposta la cura come il “bagno dell’elefante”. Anche in questo caso gli animali sono stati addestrati e, spesso, sono gli stessi esemplari che, a rotazione, portano i turisti sul dorso nel parco.
  • Tigre Reale del Bengala, bagh: Nel Chitwan risiedono circa 125 esemplari di questo enorme felino. Avvistarlo non è facile, anzi. L’animale schivo per natura, tende a mostrarsi più negli incontri che sfociano in attacchi che nelle passeggiate nella giungla.
  • Gaviale, ghara: Questo coccodrillo si caratterizza per il muso lungo e stretto con il quale caccia prevalentemente piccoli pesci. Il Gaviale è un animale ad alto rischio di estinzione.
  • Orsi labiati, bhalu: Si nutrono di termiti e formiche,ma sono la specie più temuta dagli abitanti del luogo.
  • Buoi acquaitici: enormi e pacifici, sostano accanto alle polle nei pressi dei campi. Non avvicinatevi troppo, soprattutto se sono presenti cuccioli.

Curiosità

Tutti questi nomi nepalesi vi hanno ricordato certamente qualcosa, ma che cosa? I personaggi del libro della giungla!  Il colonnello Hathi, Baghera, grossolano errore visto che Baghera è una pantera e non una tigre. e Balù.

Il nostro Viaggio in Nepal:

  1. Arrivo a Kathmandu
  2. Il Terremoto
  3. Visita di Kathmandu e dei Templi
  4. Pashupatinath
  5. Da Kathmandu a Pokhara
  6. Pokhara e Shanti Stupa
  7. Pokhara e rifugiati Tibetani
  8. Terai sulle tracce delle tigri nel Chitwan National Park
  9. Dakshinkali il tempio dei sacrifici animali
  10. Il Terremoto e un Matrimonio