Viaggio in Nepal: il Terremoto

19 Marzo, 2020 Always Ithaka No comments exist


Sono passati cinque anni da quando siamo partiti per il nostro viaggio in Nepal e ancora non ho scritto nulla a riguardo. Non mancano gli aneddoti né i consigli da dare, ma ciò che è mancato fino ad ora è il coraggio di scriverne. Il Nepal non è stato un viaggio normale, uno di quelli in cui gli imprevisti sono i ritardi dei mezzi o l’impossibilità di comunicare con i locali. Questo viaggio è stato decisivo nel definirci come viaggiatori ed esseri umani, senza di lui oggi non saremmo gli stessi. Oggi sono pronta a scriverne, a narrarne, finalmente, dopo cinque anni.

Il nostro viaggio in Nepal è cominciato molto prima della partenza vera e propria. Non per via delle solite frasi emozionali sul viaggio che comincia quando si mette in moto la mente o si prenota il biglietto aereo e ci si tuffa nella guida. Qualche settimana dopo l’acquisto del famoso biglietto aereo i giornali hanno cominciato a parlar del Nepal.

Ricordo che quando Save se ne era uscito con l’idea di partire e andare lì non avevo la minima idea di dove avesse tratto quell’ispirazione. 5 anni fa non si parlava molto di Nepal, non tra i ventenni quantomeno. Era il viaggio che compivano i grandi, quelli che volevano dare una svolta alla loro vita. Noi avevamo ancora mille curve davanti prima di incrociare i primi bivi. Perciò la prima volta che udimmo di sfuggita “Nepal”, pronunciato malissimo, durante gli annunci di un telegiornale, rimanemmo folgorati. Quando udimmo per intero la notizia, sentimmo il sangue diventare solido nelle vene.

Nepal Bambino terremoto

Un terremoto di magnitudo 7.4 ha colpito il Nepal.” Gli annunciatori di tutti i telegiornali non facevano che ripetere questa frase che veniva seguita a ruota dalla richiesta dei nostri parenti di non partire, di annullare tutto. Le scosse di assestamento sembravano non finire mai e la nostra partenza era sempre più prossima. Ricordo che un pomeriggio eravamo nella mia camera, sul divano,e ci stavamo chiedendo cosa fosse giusto fare. Partire e rischiare la vita o rimanere. Per chiunque fosse in vena di elargire un consiglio era una scelta facile, rimanere.

Dopo qualche riflessione abbiamo deciso di partire e non perché fossimo due eroici ragazzi, ma perché eravamo testardi e ci sentivamo mostruosamente in colpa ad usufruire delle cancellazioni gratuite. Non sapevamo molto di turismo all’epoca, quello di cui eravamo certi era che anche i nostri pochi euro avrebbero potuto rivelarsi fondamentali.

Viaggio in Nepal

Il volo di andata è stato tranquillo. Dopo il primo scalo eravamo seduti accanto ad un bambino che viaggiava da solo. Da quel poco che abbiamo inteso viveva e studiava ad Abu Dhabi e stava tornando a Kathmandu per visitare la famiglia. Avrà avuto 11 anni. Giunti sulla capitale siamo entrati nel monsone, basso e grigio. L’aereo vibrava intensamente ed io fissavo il bicchiere colmo d’acqua riempirsi di onde dissonanti. Per più di mezzora non abbiamo auto idea né dell’altezza a cui potessimo trovarci né di quanto tempo ci avremmo impiegato ad atterrare. Così, quando le ruote colpirono l’asfalto della pista fui colta di sorpresa. Sobbalzai, visivamente.

L’uscita dall’aeroporto era dominata dal caos. Centinaia di persone in attesa, qualcuno di amici o parenti, altri di turisti. Quel giorno ci saranno stati appena sei o sette stranieri occidentali nell’aeroporto, pochissimi per le statistiche del Nepal. L’hotel ci aveva avvisato che avrebbe mandato qualcuno a prenderci per aiutarci, perciò cercammo a lungo un cartello o un cenno d’intesa stringendo gli zaini e la valigia al fianco asserragliati dalla disperazione di chi voleva guadagnare mezzo dollaro portandoli per noi.

Terremoto Nepal

Il viaggio in macchina è un ricordo sfocato, annebbiato dai finestrini grigi per lo sporco e dalla stanchezza. Era già tardi e quando arrivammo al Tibet peace inn il sole stava calando, tingendo la città di arancione. Il check in durò troppo, al punto che non resistetti e mi gettai sul divano della hall mentre Save ci registrava al bancone. Di fronte a me due vasche in pietra colme d’acqua ospitavano colorati petali appassiti che galleggiavano sulla superficie. I rossi e gli arancioni erano vivi e tonici, i viola accesi e fulgidi. Il movimento era minimo ma ne fui ipnotizzata completamente, quasi stessi guardando dentro un kaleidoscopio.

La stanza era semplice, un letto, un armadio, una finestra, un bagno e una porta che rimaneva aperta. La cambiammo, ma quando realizzammo che anche quella porta non si sarebbe mai chiusa bene desistemmo e, dopo una doccia, scendemmo per cenare. Fuori era buio e la stanchezza stava assorbendo le nostre ultime forze, perciò cenammo in hotel. I ragazzi della cucina erano così premurosi e attenti che non resistetti e volli presentarmi a tutti costi. Porsi loro la mano e la strinsero, straniti, ma gentili.

“In Nepal non ci si stringe la mano, ricordi?”

Mi diedi una manata sulla fronte e cominciai a ridere. Quella sera bevemmo una birra hymalayana che si chiama Gurkha. Non sapevamo sulla sui Gurkha ed eravamo troppo stanchi per renderci conto che eravamo oggetto di tutta quell’attenzione scrupolosa perchè eravamo gli unici ospiti dell’albergo. Gli unici occidentali in tutto il quartiere di Thamel.

Bancarella in Nepal

Come arrivare e costi:

Volo Milano-Kathmandu: a partire da 460€ a biglietto, minimo 12/13 ore con uno scalo.

Aeroporto Tribhuvan- hotel: mettetevi d’accordo con l’hotel in modo da evitare la ressa. Il taxi dell’albergo vi costerà pochi dollari. Nel caso preferiste prendere un taxi in loco, contrattate sempre. Hotel : Tibet peace inn, 3 stelle, ottima posizione. Prezzo medio 16€a notte, in due.

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