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Cosa sta succedendo in Afghanistan?

Descrivere cosa sta succedendo in Afghanistan sembra piuttosto semplice, basta elencare, come ha fatto The economist, i tre eventi principali che stanno uccidendo la popolazione: guerra, carestia e siccità. Eppure, quello che sta accadendo è in realtà conseguenza di 20 anni occupazione miliare, preceduti da più di un secolo di ingerenze ed occupazioni straniere di sorta, che si intersecano con il deterioramento della stabilità climatica della zona e la chiusura dell’invio di aiuti umanitari. Potremmo dare agilmente la colpa di tutto ciò ai Talebani, ma dimenticheremmo il ruolo del Regno Unito, dell’Unione Sovietica, del Pakistan, dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti d’America nella distruzione del presente Afghano.

Risale all’8 novembre 2021 l’allarme del World Food Programme riguardo le carestie alimentari e l’aumento del numero di persone che soffrirà la fame. Nel report, si evince che l’incremento è dovuto in larga parte all’impennata nei volumi dell’emergenza alimentare in Afghanistan. Dai 42 milioni di persone sofferenti la fame si è giunti a ben 45 milioni, 3 milioni in più, di cui 2.5 si trovano in Afghanistan.

La popolazione Afghana è composta da 38 milioni di persone, di cui più di 8 milioni sono in stato emergenziale e 23 milioni soffrono la fame. Il 60% della popolazione Afghana soffre la fame. E la situazione non è destinata a migliorare. La convergenza di temperature troppo alte e scarse precipitazioni ha sabotato il raccolto, aumentando i prezzi del poco che si è coltivato in un’economia al collasso e in cui la popolazione non ha alcuna risorsa economica.

L’interruzione degli aiuti umanitari, da cui dipendevano ben 2/3 dei servizi sanitari sul territorio, il congelamento dei fondi del governo Afghano hanno peggiorato la situazione. Il regime Talebano ha fatto il resto in termini di repressione e destituzione dei servizi.

Ad oggi le notizie attestano che più di 3 milioni di bambini soffrono di malnutrizione, addirittura The Economist riporta la presenza di interi nuclei familiari chiusi in casa che stanno morendo di fame. 

Kabul Afghanistan

Gli Stati Uniti rifiutano di inviare aiuti e scongelare i fondi onde evitare di finanziare il governo talebano, o meglio, rifiutano di farlo a meno che questi non garantiscano diritti a donne e minoranze oppresse. L’intento è quello di apparire, ancora una volta, nobili difensori dei diritti umani, di giustificare a posteriori quanto è stato fatto, che appare meno peggio data la disinformazione veicolata nel tempo, e, soprattutto, di non intaccare l’immagine pubblica di un presidente che non collabora con i terroristi. Ebbene, questa pressione, oltre ad essere l’ennesimo tentativo di controllo esterno e di imposizione di costumi da parte degli Stati Uniti assume in realtà le forme di una dominazione a distanza. Si subordina il riconoscimento di un paese, per quanto problematico, alla sua disponibilità di accettare determinate condizioni. Il retaggio del consenso di Washington è più che evidente, con esso si sono imposte liberalizzazioni economiche a tutto il continente africano, riducendo le spese per il welfare, e sovvenzionando qualsiasi governo disposto ad accettare tali condizioni, a prescindere di quanto effettivamente tutelasse i diritti umani. 

Sorprende e un po’ stranisce l’improvviso interesse americano per le donne afghane, soprattutto in luce del fatto che in 20 anni di occupazione, fuori da Kabul la situazione non era certo delle più paritarie. In quest’ottica il tentativo USA di difendere i diritti delle donne sembra più l’ennesimo abuso delle stesse, usate come leva per ottenere cedimenti e promesse da un governo che è salito al potere con il benestare delle amministrazioni americane. 

La crisi Afghana è una crisi economica, sanitaria, umanitaria e climatica innescata da un secolo di ingerenze, violenze e strumentalizzazioni del territorio. È una crisi che sta portando le persone a vendete tutto ciò che hanno per garantirsi la sopravvivenza. Tutto, qualsiasi cosa sia ascrivibile al patrimonio dei beni, comprese le bambine.

In occidente inorridiamo alla sola idea, eppure dalle nostre tasche escono solo i soldi della società civile, i fondi ufficiali sono sotto chiave. E vien da chiedersi se, viste le reali condizioni dell’Afghanistan, sia una scelta atta preservare i diritti umani o ad usarli come strumento per ottenere un’influenza non visibile. Inoltre, riporta Wadia Samadi su TPI, il regime talebano ha attivato l’iniziativa “grano in cambio di lavoro“, chi accetta di lavorare nel piano di migliorie del sistema idrico della città viene retribuito in grano. Sostanzialmente, le persone accettano di lavorare per non morire di fame. Il lavoro è quindi subordinato alla possibilità di compiere tali mansioni, escludendo una buona fetta di popolazione, e soprattutto, diventa mezzo per ottenere forza lavoro più che sottopagata. Il sistema stato, il contratto sociale, la tutela del welfare non sono nemmeno lontanamente contemplabili in assenza di alcun tipo di fondo o intento di realizzarli.

Si ricordano inoltre tutte quelle persone che sono riuscire ad uscire dal paese e si trovano al momento al confine tra Polonia e Bielorussia. Le crisi umanitarie sono trasversali e globali e l’Unione Europea ha il dovere di trattarle come tali.

Cosa sta succedendo in Afghanistan? Semplicemente il grande gioco non è mai finito.

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