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Cos’è il genere?

Cos’è il genere? Questa domanda rimbalza nelle conversazioni da diverso tempo, ma mai come ora. Chiedersi cosa sia il genere può essere frutto di un interrogativo personale, di una ricerca o di un bisogno intimo di esprimere sè stessi in maniera congruente alla propria personalità più che ad un sistema esternamente determinato. Sapere cos’è il genere e che funzione svolge all’interno del tessuto sociale non è solo un percorso individuale, ma collettivo che permette alla società di giungere a nuove sintesi e nuovi orizzonti, fluidi e in divenire.

Cos’è il genere?

Il genere è un costrutto sociale, ovvero qualcosa che è stato socialmente determinato dall’interazione umana, è dunque risultato di processi attivi e determinanti, non di una mera constatazione oggettiva di un fatto di natura. Il genere è l’insieme di tipizzazioni ed aspettative ascritte ai due sessi a cui vengono fatte combaciare caratteristiche, ruoli e qualità. Si tratta di una predeterminazione sociale e non biologia. Il genere è un’opera di costruzione in cui vengono definiti un maschile ed un femminile per contrasto e complementarietà. Si tratta dunque di una classificazione a priori su cui la società ricama e riafferma ruoli definiti proprio ruoli di genere. In funzione di queste aspettative viene declinato il percorso educativo. Non si tratta di una determinazione cosciente ma di una riproduzione di ciò che si è appreso anche negli elementi che meno suggeriscono un intento educativo. Esempio lampante ne sono i giochi, o meglio la scelta dei giochi in funzione del genere. Alle bambine si donano giocattoli che ricalcano i ruoli che si anticipa ricopriranno nella società come bambolotti, cucine o trucchi. Ai bambini, invece, si donano giocattoli che ricalcano quasi il senso opposto come pistole, lego e macchinine.

Ciò non significa che non vi siano genitori che regalino ai figli giocattoli in maniera non congruente alle aspettative, anzi, ma che la media sociale suggerisce che l’assegnazione di ruoli e la conseguente educazione rimangono ancora ascritte a questa partizione.

Cura e Decisione

Si evince dunque che nella scelta del gioco, ma anche degli insegnamenti impartiti, vi sia l’intento di tramandare qualcosa ai bambini in funzione del loro genere, fatto coincidere in maniera assoluta con il sesso. Alle bambine è demandato l’apprendimento della cura e del rimedio. Esse imparano ad esser belle e desiderabili, dunque capaci di ottenere attenzione e quindi un giorno esser scelte come compagne. Ai bambini viene insegnato l’uso della forza, la determinazione del sé attraverso la costruzione e la spericolatezza. Essi introiettano la libertà di desiderare e scegliere, di inquadrare e determinare ciò che li circonda. Alle bambine viene insegnato un atteggiamento passivo rispetto alla violenza ma attivo rispetto all’espressione delle emozioni. I bambini, al contrario assorbono la necessità di esprimere le proprie emozioni e la sublimano in espressioni di forza. Osservata in quest’ottica l’educazione di genere non appare solo iniqua ma anche fortemente sbilanciata. Il potere e l’imposizione vengono ascritti al maschile, la cura e l’accettazione al femminile. La divisione binaria e sclerotica delle nostre società in cui l’apparato decisionale è statisticamente appannaggio di ciò che è riconosciuto maschile non priva solo le donne del potere decisionale ma anche della loro autodeterminazione. Comprare una bambola ad una bambina perché quello è un gioco da bambina ha un significato profondo, genderizzato, e affermativo. Comprare ad una bambina un gioco perché le piace, invece, le insegna ad avere potere decisionale, a desiderare ed eventualmente esprimere dissenso.

Genere e sesso

Il genere e il sesso sono fatti coincidere. Al sesso biologico, anche in questo caso inteso in senso binario e non comprendente la variabilità genitale dell’intersessualità, viene fatto coincidere il genere. Nascere con i cromosomi XX significa essere di sesso femminile e vedersi attribuire il genere di conseguenza, viceversa nascere con i cromosomi XY implica essere riconosciuto nella sfera del maschile anche a livello di genere.

Il concetto di g. stato introdotto negli anni 1960 dai medici statunitensi R. Stoller e J. Money del Johns Hopkins Hospital di Baltimora per distinguere l’orientamento psicosessuale (gender) di una persona dal suo sesso anatomico (sex). Chiamati a determinare chirurgicamente il sesso di neonati o di adulti anatomicamente ermafroditi, essi tendevano a farlo in conformità con le aspettative dei genitori, oppure con i ruoli sociali che i pazienti erano abituati a svolgere, nella convinzione che il g. non è dato dal sesso di una persona, ma varia in modo indipendente dal dato biologico.

Genere, Treccani

Il concetto di genere viene fatto aderire al sesso anatomico e nasce in un contesto indicativo della funzione del genere: inquadrare ciò che non viene considerato congruente alla norma. L’indeterminatezza viene perciò eliminata soddisfando le aspettative dei genitori che, a loro volta, sono determinazione individuale delle aspettative sociali. La norma è un termine molto complesso che indica in maniera completa la natura del genere e delle determinazioni di genere. Norma indica qualcosa di regolare, di statisticamente medio, e diffuso, quindi riconoscibile come normale. Al contempo essa rimanda al concetto di regola, di direzione imposta e quindi di determinazione sociale. Ciò che non viene considerato coerente con la norma è anormale, necessita quindi di essere ripristinato in un ordine prestabilito e socialmente accettato.

Rapporti di genere

I rapporti o relazioni di genere sono le interazioni tra i due generi, sempre nell’ottica che li fa coincidere con i sessi. Essi sono viziati nella forma dai rapporti di potere determinati tra i sessi. La strutturale presenza di iniquità nella distribuzione e nell’amministrazione del potere, collettivo e familiare, determina una forma di subordinazione ordinaria in cui il genere maschile tende ad essere sovraordinato rispetto a quello femminile. Ciò si traduce, come anticipato, non solo in un irrigidimento dei rapporti sociali ma anche nella strutturazione di una spirale di comportamenti oppressivi. Se una donna non ha la possibilità di determinarsi in maniera completa e la sua esperienza è ascritta all’ambito della cura, essa si ritroverà spesso ad essere oggetto di decisioni altrui e non soggetto. Un esempio emblematico della sclerotizzazione dei rapporti di genere è il matrimonio, nello specifico la proposta di matrimonio. Culturalmente e tradizionalmente ci si aspetta che sia l’uomo a proporre alla donna il matrimonio offrendole un pegno materiale. Sebbene in molti casi oggi la tradizione è stata sublimata in un evento cerimoniale conseguente ad una discussione ed elaborazione comune della cosa, la realtà empirica suggerisce che l’istituto della proposta di matrimonio rimane prerogativa del maschile. L’uomo quando è pronto propone alla donna una scelta di vita offrendole quello che spesso viene definito un pegno d’amore, ma che ha sempre avuto la forma di ciò che l’uomo può offrire alla donna: ricchezza, stabilità e sicurezza. Il gesto suggerisce che la scelta sia unilaterale e che ci si aspetti una risposta affermativa dall’altra parte, soprattutto quando viene fatto in pubblico.

Il genere come autodeterminazione

Il genere però non è solo una determinazione esterna e statica, al contrario esso riguarda anche la sfera individuale ed è in questo frangente che assume le forme dell’autodeterminazione. Se l’imposizione di un ruolo è oppressiva la possibilità di rivendicare un criterio di espressione del sé è liberatoria. L’identità di genere è definita come il senso di appartenenza di una persona ad uno o più generi. L’individuo può identificarsi in una categoria o nell’immagine di una categoria senza per questo contribuire a sclerotizzarla e riformularla nelle sue accezioni impositive. L’identità di genere differisce in questo dall’aspettativa di genere, la prima è una forma di espressione che può passare in una categorizzazione o non categorizzazione del sè, mentre la seconda è una strutturazione normata all’esterno dell’individuo.

Violenza di genere

La violenza di genere è una forma di violenza determinata sulla base del genere. Questo vuol dire che la persona che subisce la violenza ne è oggetto per via del suo genere o della sua identità di genere.

Con l’espressione violenza di genere si indicano tutte quelle forme di violenza da quella psicologica e fisica a quella sessuale, dagli atti persecutori del cosiddetto stalking allo stupro, fino al femminicidio, che riguardano un vasto numero di persone discriminate in base al sesso.

Violenza di genere, Ministero dell’Interno, interno.gov.it

Il termine è dunque riferito ad una violenza che non ha luogo se non come forma o conseguenza di una discriminazione, come nel caso della discriminazione di genere. Nella sua definizione sesso e genere vengono fatti coincidere. Le violenze di genere possono essere di vario tipo e presentarsi con un’occorrenza sistemica, come nel caso della violenza sulle donne. Si tratta infatti di violenza verbale, sociale, psicologica, fisica, sessuale, economica e fin’anche telematica.

Catcalling

Il richiamo verbale in strada con cui un individuo viola la sfera privata di un altro con un commento sessuale o relativo all’aspetto fisico è una forma di violenza verbale di strada con cadenza reiterata. Il catcalling infatti infierisce sulle vittime sfruttando proprio le diseguaglianze sociali strutturali per cui la persona che ne è vittima, statisticamente una donna, deve accettare qualsiasi forma di attenzione a lei rivolta. La natura del catcalling è piuttosto complessa, infatti spesso non sono solo i perpetratori a difenderla ma anche le persone che ne sono vittima. Questo perché in un sistema basato sull’oppressione una donna non può autodeterminarsi rifiutando avance o commenti sessuale, non può esprimere consenso o desiderio di veder rispettato il proprio consenso, ma deve essere passivamente felice dell’attenzione altrui, di quell’esercizio di desiderio e di scelta stabilito al di fuori della sua sfera di influenza. La confusione che viene creata tra il complimento e la molestia il strada è strumentale a mantenere in essere il sistema. Un complimento è un’espressione di affetto, di plauso ed elogio che ha come scopo quello di far piacere a chi lo riceve. Prevede, sostanzialmente, la presenza di un terreno comune perché questo possa realizzare lo scopo di essere ricevuto e apprezzato. La molestia in strada, invece, invade lo spazio del ricevente in maniera improvvisa, spesso volgare, rendendolo consapevole di essere oggetto di attenzione fisica nei suoi confronti. I sentimenti derivanti possono essere i più svariati, soprattutto in una società che insegna a piacere a tutti i costi, ma sono spesso negativi e generano un senso di insicurezza e pericolo. Il catcalling si basa su un’espressione non concordata che non può essere ritirata e non rispetta il diritto al consenso della controparte. In un contesto confidenziale, anche limitato ad una conoscenza occasionale, la persona ricevente ha la possibilità di esprimere disagio o gioia diversamente da quanto accade in strada. Inoltre, rispondere alle molestie spesso comporta la percezione o l’avverarsi di un rischio, per cui spesso chi riceve catcalling tende a porre in atto strategie evitative pur di allontanarsi dal pericolo. Il catcalling è una delle forme più diffuse di violenza di genere, reifica il corpo delle donne e lo acquisisce come oggetto di un’azione sulla quale la vittima non può intervenire in alcun modo. Il catcalling, e la sua strenua difesa, sono la negazione dell’autodeterminazione nonché una forma di riproduzione diffusa di violenza ed oppressione che colpisce una donna, o altre persone, che stanno compiendo qualcosa di inaccettabile in un sistema oppressivo: camminare da sole, indossare abiti succinti, esprimere la propria identità di genere attraverso il proprio aspetto esteriore, camminare in gruppo, avere un corpo. Si tratta di una punizione sociale per quelle persone che si spostano senza l’unica variabile di tutela riconosciuta dai molestatori ovvero un uomo, il proprietario del corpo che hanno oggettivato.

Cos’è il gender?

Spesso al termine genere viene sostituito la locuzione gender o teoria del gender, quasi fossero la stessa cosa. E chi si fa baluardo della difesa della povera società italiana dall’ideologia gender non conosce la differenza tra questi termini, anzi lucra sulla confusione, sul far sfumare i concetti uno dentro l’altro. Gender è il corrispettivo inglese di genere ma unito al termine “teoria” rimanda ad una teoria del complotto.

Teoria del gender è un neologismo (prestito linguistico dall’inglesegender theory) coniato in ambienti conservatoricattolici negli anni 90 del XX secolo per riferirsi in modo critico agli studi scientifici di genere: chi fa uso di tale espressione sostiene che gli studi di genere sottendano un complotto predefinito mirante alla distruzione della famiglia e di un supposto ordine naturale su cui fondare la società.[1] In sostanza, l’espressione “teoria del gender” è un termine ombrello, usato come parola d’ordine contro i movimenti femministi e LGBT, in opposizione alle lotte, rivendicazioni e teorie che tali movimenti hanno elaborato e prodotto.

Teoria del Gender, Wikipedia

In buona sostanza la teoria del gender è una creazione della stessa fazione contraria alla libertà e alla parità di genere. Nel termine iperonimo, che comprende più di un significato letterale, rientra qualsiasi concetto legato ad istanze femministe e LGBTQ+. Secondo questa teoria vi è in corso un complotto sociale per distruggere il concetto stesso di sesso e creare una sorta di promiscua società senza regole, viene quindi indicata come una minaccia, confusa, all’ordine precostituito dal dogma cattolico per cui esistono uomini e donne capaci di unirsi in matrimonio e procreare figli eterosessuali che, a loro volta, porteranno avanti la specie umana. La teoria del gender è ascrivibile alle fallacie argomentative come argomento fantoccio, quindi che propone un’interpretazione errata, se non esasperata, di ciò a cui si vuole controargomentare. La vaghezza del termine è strumentale a permettergli di essere respingente verso qualsiasi forma di idea o rivendicazione che esula dai canoni della visione cattolica. Attualmente la teoria del gender viene usata per avversariare il DDL Zan che ha come obiettivo l’inserimento nel codice penale, art. 604 bis, della tutela nei confronti delle persone vittime di violenza omolesbobitransfobica e abilista. Usare un termine ombrello, i cui perimetri non sono definiti, come argomento contrario permette alla parte di inserire nel dibattito tutti i significati che desidera anche quando questi non hanno alcun legame con la realtà semantica e fattuale. Si tratta di un escamotage, piuttosto riuscito, per poter negare l’innegabile senza dover dimostrare di avere ragione, semplicemente respingendo per partito preso l’istanza. La politica che usa questo genere di fallacia argomentativa sfrutta le paure ataviche e i sentimenti meno nobili dell’elettorato a cui si rivolge per conservare la poltrona, non deve promuovere idee o politiche, semplicemente mostrare di star guadagnando uno stipendio in una strenua lotta basata sul nulla di fatto. La teoria del gender esiste nella forma in cui le persone che vogliono negare i diritti delle donne e della comunità LGBTQ+ ne parlano. Gli studi di genere, in inglese Gender Studies, sono una categoria di studi sociologici, antropologici e storici che indaga le questioni di genere, i perimetri del genere stesso e lavorano sull’evoluzione sociale verso una maggiore comprensione dell’esperienza umana.

Quindi cos’è il genere?

Il genere è sia un costrutto sociale sia una manifestazione personale. Non esistono due soli generi connessi al sesso e un individuo non è tenuto ad identificarsi in una categoria specifica. Il genere è un concetto non statico e fluido che riguarda la sfera umana e personale, ma anche una categorizzazione rigida e oppressiva imposta ai singoli perché performino secondo una determinata aspettativa sociale. Le persone che si identificano con uno o più generi stanno esprimendo il proprio essere, la società che identifica gli individui a priori li sta stigmatizzando.

Quanti generi ci sono?

Come detto non ci sono solo due generi, ma non vi è nemmeno un numero stabilito di identità di genere. Di seguito un piccolo elenco, incompleto proprio per la natura transeunte dell’espressione umana, delle identità e delle espressioni di genere.

  • Agender: persona che non si identifica con un genere e l’idea stessa del genere.
  • Aliagender: un genere altro, di persona che non si identifica con un genere determinato in categorie.
  • Bigender: di persona che si identifica con due generi.
  • Cisgender: di persona che si identifica con il genere corrispondente al suo sesso biologico
  • Demigender: termine ombrello che comprende le identità non binarie che parzialmente si riconoscono in un genere ma non in maniera totale, es. demiboy, demigirl.
  • Genderqueer: di persona che non si identifica con maschile o femminile e può comprendere una vasta pluralità di sintesi delle identità.
  • Graygender: di persona che non si identifica in maniera chiara con un genere.
  • Intergender: di persona che identifica la propria esperienza in un punto di congiunzione tra i generi maschile e femminile.
  • Maverique: di persona che esula dalle categorie conosciute. Il termine enfatizza l’esperienza interiore dell’identità di genere.
  • Multi-gender: di persona che si identifica con più di un genere.
  • Genderfluid:
  • Non-binario: di persona che non si identifica esclusivamente come maschile o femminile.
  • Novigender: di persona la cui identità di genere non può essere descritta con le categorie linguistiche attuali.
  • Transgender: di persona che ha un’identità di genere diversa dal genere assegnato al suo sesso anatomico o assegnato alla nascita.

Un individuo ha il pieno diritto di autoderminarsi, quindi di esprimere sé stesso in maniera affermativa, attiva e positiva senza che vi siano delle inferenze coatte sulla sua esperienza personale.

Articolo 1 : Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

Nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani all’articolo 1 viene enfatizzata la dotazione comune ad ogni essere umano di ragione e coscienza, ovvero di capacità di pensare e discernere nonchè di comprendere la realtà interiore ed esteriore. Sulla base di questo assunto l’invito ad agire in spirito di fratellanza impone il rispetto reciproco. Ragionando sulla presenza quindi di una autocoscienza e della sua espressione, ad esempio nel caso dell’identità di genere, lo spirito di fratellanza dovrebbe imporre all’atro di rispettare tale espressione identitaria e di non porre in essere discriminazioni basate sulla stessa. Ragionando sul primo comma viene presentata la posizione di eguaglianza tra persone, un’uguaglianza a priori che non può essere in alcun modo negata. Quindi la presenza di imposizioni oppressive derivanti dal genere socialmente imposto e la negazione dell’espressione della propria identità di genere sono de facto violazioni dei diritti dell’individuo in quanto essere umano.

Sapere cosa sia il genere, l’identità di genere e comprendere la presenza di una pluralità espressiva è una fonte di arricchimento umano notevole. Si tratta di abbracciare l’esistenza dell’umanità in quanto qualcosa di non preordinato ma di straordinariamente eterogeneo in cui ogni individuo è destinatario della medesima dignità.

Per approfondire l’argomento:

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