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Critiche al veganismo

Le critiche al veganismo non mancano, al contrario, proliferano in continuazione. In questi ultimi due giorni ho scorso sul telefono almeno dieci articoli che ne denunciavano la matrice oppressiva, colonialista, grassofobica o abilista. Da vegana sono abituata a sentirmi dire di essere una radicale, nazivegana è il termine preferito, che non si gode i piaceri della vita o che vuole imporre alle altre persone di privarsene.

Parlare di veganismo non è semplice, soprattutto perché le persone hanno un’idea sfalsata di cosa sia. Il primo grande problema da affrontare è proprio questo, ovvero l’identificazione. Per molti, soprattutto per moltə attivistə, il veganismo è una dieta oppressiva, colonialista e grassofobica. Il fatto che le persone identifichino il veganismo come una dieta è indicativo di come percepiscano il cibo in maniera drasticamente vincolata alla diet culture, tutta occidentale. Percepire una qualsiasi forma di alimentazione come dieta non fa che rinforzare l’idea che le persone seguano specifici regimi alimentari in maniera strumentale al dimagrimento o al controllo del peso corporeo. Il veganismo non è una dieta, non è uno stile alimentare, ma un movimento politico ideologico basato sull’antispecismo.

Il veganismo (o, più raramente, veganesimo)[3] è un movimento che propone l’adozione di uno stile di vita proprio di una società basata idealmente su risorse non provenienti dal regno animale. Se la base del veganismo, come alle sue origini[8][9], è riconducibile all’antispecismo le sue motivazioni si sono estese a comprendere temi ambientali, demografici, medici, salutistici e socioeconomici.

Veganismo, Wikipedia

Descrivere il veganismo come una dieta è profondamente sbagliato perché svuota di significato il termine e lo concentra verso l’aspetto che le persone interpretano come più restrittivo, ovvero l’alimentazione. Una persona che sceglie di non mangiare prodotti di origine animale non è necessariamente vegana, spesso si tratta di persone che scelgono un’alimentazione Plant based. Una persona vegana non solo non mangia prodotti di origine animale, ma non indossa prodotti derivati dall’uccisione di animali, non supporta l’uso strumentale degli stessi, si oppone ad ogni forma di sfruttamento che li coinvolge e riconosce l’importanza delle preservazione del loro habitat.

piatto vegano

Una delle critiche più interessanti che ho potuto leggere riguarda la narrativa della PETA criticata perché paragona lo sterminio animale all’olocausto, l’inseminzaione coatta delle vacche con lo stupro e perché in situazioni di emergenza ha investito i propri mezzi per salvare animali e non persone colpite da disastri naturali. Prima di entrare nel merito di ogni singola evidenza andrebbe specificata la definizione di antispecismo che è la ragione per cui la PETA paragona eventi umani a quelli animali. L’ antispecismo è un movimento filosofico, politico e culturale che si oppone a qualunque forma di discriminazione, dunque di attribuzione di diverso status morale, agli animali in funzione del grado di prossimità all’uomo.

antispecismo s. m. Pensiero, movimento, atteggiamento che, in opposizione allo specismo, si oppone alla convinzione, ritenuta pregiudiziale, secondo cui la specie umana sarebbe superiore alle altre specie animali e sostiene che l’essere umano non può disporre della vita e della libertà di esseri appartenenti a un’altra specie.

Antispecismo, Treccani

Lo specismo classifica gli animali e ne dispone per conseguenza.Ad esempio, i cani sono animali domestici e vanno rispettati in quanto hanno una relazione stretta con l’uomo mentre le vacche vanno consumate come prodotto. L’ordine gerarchico prevalente è a matrice occidentale, basti pensare all’indignazione con cui le persone spediste accolgono ogni anno il festival di Yulin in Cina. Eppure viaggiando in Cina non rinunceranno ad una scodella contenente carne di maiale allevato, ucciso e macellato nelle stesse condizioni dei cani. L’ottica antispecista si indigna in egual modo per entrambi gli animali e non ritiene corretto che l’essere umano disponga degli animali in maniera utilitaristica.

asino cornovaglia

Comprendere questo asseto permette ora di offrire una critica alla narrativa della PETA, un’associazione vegana che promuove la tutela degli animali in ogni aspetto della vita umana. Nell’ottica antispecista non vi sono differenza tra una vita ed una vita, sebbene in quanto umani tendiamo tutti ad avere una sensibilità empatica maggiore verso altri esseri umani, per conseguenza possono nascere delle narrative aggressive ed emotivamente destabilizzanti che annullano il grado di differenziazione. Posta questa essenziale specifica, usare la Shoah come termine di paragone è estremamente problematico. Eppure questa narrativa non è estranea nemmeno nel linguaggio specista, tant’è che spesso le persone si riferiscono ai vegani usando il termine “nazivegano“. Il problema parrebbe essere l’uso linguistico e figurato della Shoah che viene fatto dalla nostra società e non un problema ascritto ad un’unica associazione.

Nazifemmista, nazivegano sono tutti termini usati per esprimere un’idea dispregiativa, imperniata però sul rigore e dunque quasi perversa, rispetto a chi porta avanti idee politiche considerate socialmente inaccettabili. Talvolta il neosuffisso “nazi” viene utilizzato come accrescitivo di merito, basti pensare al termine “grammarnazi” usato per bacchettare gli amanti della grammatica, ma anche per sottolinearne la competenza. La Peta usa una narrativa che attinge all’immaginario relativo al genocidio di Ebrei, Rom, Omosessuali, Dissidenti, Comunisti etc, per smuovere e impressionare in maniera verbalmente e visivamente violenta le persone. Questo è condannabile, ma non significa che il veganismo sia per estensione condannabile, soprattutto in un sistema sociale che strumentalizza le immagini e i corpi periti nell’olocausto ad ogni occasione utile.

La questione dello stupro richiede invece un’analisi diversa. Con stupro si intende un rapporto non consensuale, quindi imposto, con una violenza fisica, verbale, psicologica, sociale, economica o emotiva. In qualunque circostanza la persona coinvolta non abbia la possibilità di dare e revocare un consenso libero, informato e chiaro si è in presenza di una violenza sessuale. L’inseminazione coatta delle vacche da latte prevede una procedura invasiva e continua che garantisca la produzione di latte in maniera costante ed è ascrivibile ad una violenza sessuale in quanto gli addetti all’inseminazione inseriscono lo sperma in maniera forzata. La PETA, usando una retorica antispecista cerca di spingere le persone a comprendere la brutalità del fatto. Anche questa retorica può non essere condivisibile, ma come prima non è indicativa del veganismo nella sua interezza.

Il veganismo, ma più spesso i vegani, viene tacciato di grassofobia. Sui social media molte persone Plant based, che hanno scelto una dieta vegetale per questioni relative alla salute e al benessere, spesso usano una narrativa grassofobica proprio perché loro per primi confondono salute e benessere con l’essere magri. Anche alcuni vegani spesso fanno notare i benefici in termini di salute ed erroneamente spesso si parla anche di dimagrimento.

Parlare dei benefici di uno stile di vita sulla salute non dovrebbe prevedere l’identificazione della stessa con la magrezza, anzi. Eppure questa è una trappola, anch’essa sociale, in cui si cade facilmente. Il veganismo spesso cambia la forma del corpo, si prende o si perse peso a seconda dei casi, ma non è finalizzato a ciò. Il veganismo ha principalmente delle motivazioni determinare all’esterno del corpo indossato. Vi sono poi evidenze scientifiche che enfatizzano quanto in realtà una buona alimentazione priva di alimenti di origine animale sia benefica per la salute, divulgarle non è sbagliato o grassofobico, ma lo diventa nel momento in cui la persona che ne parla fa aderire magrezza e salute.

La questione diventa ancora più problematica in presenza di disturbi alimentari che possono trovare sfogo in un sistema di controllo. Dispercepire il veganismo come un’alimentazione rigida non fa che sostentare questo sistema. Il veganismo può essere insalubre, basato su cibi grassi e preconfezionati, non implica dimagrimento e non è finalizzato al controllo del peso. Ribadirlo è cruciale onde evitare che l’idea sbagliata che si sta sovrapponendo alla sua realtà crei problemi in persone oppresse dal sistema grassofobico.

La grassofobia, o fat shaming, è la paura e il disprezzo verso le persone grasse che si manifesta a più livelli, dai commenti offensivi e fuori luogo, ai pregiudizi basati su un’estetica non rispondente ai canoni definiti vigenti, fino a vere e proprie discriminazioni sul piano sociale, che portano a un’esclusione e alla penalizzazione dei soggetti in sovrappeso.

Grassofobia, Roba da Donne

Una delle critiche più complesse al veganismo lo taccia di essere una forma di colonialismo e di razzismo, dunque di opprimere le persone BIPOC, le popolazioni indigene e le persone localizzate nei paesi del sud del mondo. La critica si fonda sul fatto che l’assunto che veganismo o del vegetarismo, interpretati sempre e solo in ottica alimentare, siano l’opzione migliore per ridurre l’impatto umano sull’ambiente sia estremamente eurocentrica e non tenga conto della diversità ambientale e sociale nel mondo. La prospettiva prettamente ambientale è decisamente occidentale, ma è corretto che lo sia. I paesi del Nord del mondo, in buona parte paesi occidentali, sono anche i più grandi consumatori di risorse, nonché quelli in cui l’alimentazione è essenzialmente una scelta. Poter andare al supermercato e acquistare prodotti mantenuti in un ambiente refrigerato, scegliere in base al gusto, al prezzo e non alla disponibilità o in funzione di ciò che si può effettivamente pagare, è un privilegio.

Chiudere la questione asserendo che “i vegani non tengano conto della diversità umana e sociale nel mondo” significa non riconosce di star vivendo in una condizione di privilegio che, inevitabilmente, si erge su un sistema oppressivo. Il richiamo al veganismo è rivolto a chi ha questo privilegio, non certo a chi vive di sussistenza o in condizioni in cui le scelte sono limitate. Basti pensare che negli Stati Uniti molti quartieri a maggioranza nera vivono in un apartheid alimentare per cui hanno a disposizione solo cibo spazzatura prodotto da fast food. Ciò accade sia per una questione economica, sia per una questione di architettura urbana per cui le città tendono a concentrare le opzioni alimentari salutari lontano dai quartiere a maggioranza nera. Il razzismo strutturale americano spesso impedisce anche a chi vorrebbe compiere questa scelta di poterla perseguire. Il veganismo avendo intrinsecamente un’ottica insurrezionale data dall’approccio antispecista, tiene conto di questa eventualità e non solo nei casi limite riportati negli articoli che finiscono per esorcizzare la scelta vegana esotizzando i comportamenti di alcune comunità come quella Inuit, Masaai e Beduina. Dire che una persona bianca non può essere vegana perché i Masaai devono consumare carne a causa delle condizioni socio ambientali in cui vivono è una scusa imbibita da White saviourism e orientalismo.

Spesso alla questione razzistacoloniale viene affrancata la questione di classe. Il discorso è estremamente superficiale perché non tiene conto di alcuni fattori essenziali ovvero chi è effettivamente impiegato nell’industria della carne, chi subisce l’impatto ambientale della presenza degli allevamenti, chi è esposto a rischi igienico-sanitari derivanti dall’alta concentrazione di animali, chi perde risorse e territorio a causa dell’industria agroalimentare e chi si ritrova a competete in una lotta impari per l’approvvigionamento alimentare con industrie capaci di spazzare via le comunità locali. Questo chi solitamente ha il volto delle classi più oppresse, delle popolazioni indigene, delle persone nel sud del mondo che si ritrovano a non poter più contare sui propri bacini di sussistenza perché la grande industria alimentare deve foraggiare le scelte alimentari occidentali. La verità è che l’industria agroalimentare, comprendente l’industria di carne e latticini, attinge a piene mani ad un retaggio coloniale, razzista e capitalista, sfruttando territori, mediante delocalizzazione, forza lavoro poco qualificata, sistemi governativi e legali corrotti e laschi ai fini di una produzione non necessaria.

Il veganismo non è relativo solo la questione alimentare, si tratta invece di uno stile di vita che non impiega alcun tipo di prodotto animale. Questo implica, ad esempio, la scelta di non usate prodotti in pelle. L’industria delle pelle si erge sulla pratica dell’allevamento intensivo e si incrocia con il mercato del fast fashion, milioni di animali vengono scuoiati per produrre scarpe da poche decine di euro.

fast fashion

La produzione è quasi sempre dislocata, dunque svolta in paesi diversi da quelli a cui sono destinati i prodotti. Il personale impiegato deve portare a termini mansioni pericolose, come la scuoiatura spesso compiuta su esemplari vivi, senza condizioni igienico sanitarie sufficienti, e sono dunque esposti a contaminazione nonché a incidenti potenzialmente gravi dovuti alle reazioni degli animali o alla brutalità delle pratiche stesse.

La procedura è cruenta e il personale non ha alcuna tutela o supporto psicologico per elaborare la violenza portata a termine, il rischio di alienazione e distacco sono elevati.

La pelle, per poter essere lavorata deve essere conciata, sottoposta quindi ad una procedura che eviti la degradazione dei tessuti animali che prevede l’uso di sostanze chimiche pericolose, soprattutto se usate in assenza di precauzioni. Il personale impiegatizio è invisibile, fisicamente espulso dalle vie dello shopping occidentale. Essendo coincidente in parte con quello del fast fashion è composto in larga parte da donne e bambini, dunque persone poco tutelate, marginalizzate e oppresse. Il veganismo dunque, permette anche di boicottare un sistema colonialista di sfruttamento che mette a rischio la salute dei lavoratori.

Una delle critiche più aspre riguarda il fatto che le persone vegano non vogliono dolere agli animali. Per quanto paradossale, vi è un vero e proprio indirizzo di pensiero che accusa i vegani di avere più a cuore gli animali che le persone. Posto che le argomentazioni di cui sopra, tutte verificabili, confutano la teoria in partenza, viene da chiedersi perché sia necessario offrire una critica, non basata sui fatti, a chi sceglie di non nuocere agli animali, soprattutto in luce dei vantaggi che il veganismo comporta per le persone più oppresse. La realtà di fondo risiede nel senso di colpa di chi mangia carne. Fino a qualche decennio fa, salvo sporadici reportage, poco si sapeva di cosa avveniva nei macelli, proprio perché venivano mantenuti ad una certa distanza dal tessuto sociale e cittadino.

Oggi, al contrario, le inchieste e le immagini sono così frequenti e costanti da rendere impossibile per le persone non avere idea di come funzioni la macellazione. Sicché si tratta di una pratica a tutti gli effetti violenza, per scegliere di continuare ad contribuirvi acquistando i prodotti da essa derivati è necessario uno sforzo cognitivo di selezione della realtà. In parole povere si può scegliere di non vedere o scegliere di screditare qualsiasi opzione consenta di evitare la scelta.

La questione ambientale si confuta parlando degli avocado, nonostante per la produzione della carne vegano usate più risorse e siano un alimento mangiato anche da chi si definisce onnivoro, la questione umana si confuta parlando di popolazioni indigene o abitudini alimentari asiatiche a cui si starebbe operando un furto, la questione della responsabilità si confuta parlando di classismo e costi, sebbene le verdure costino meno della carne e per produrre meno rifiuti basti ridurre il numero di surrogati o prodotti confezionati, la questione della salute, che beneficia da un’alimentazione priva di prodotti animali in termini di valori e prestazioni non di forma fisica, parlando di grassofobia, ma la questione dell’uccisione animale? Quella come si confuta? Sì, parlare dei leoni e delle gazzelle a volte sembra una buona soluzione, ma basta ricordare di vivere in una città e non nella savana per perdere il filo del discorso.

Allora subentrano gli antenati, gli uomini primitivi e l’istinto, ma il contratto sociale e più di 12.000 anni di evoluzione fanno impallidire chi crede di agire per istinto comprando due pacchi di hamburger al prezzo di uno. Cosa rimane dunque? L’accusa. Perché amare gli animali può essere una colpa se l’accusante si sente di star facendo già qualcosa di buono per l’umanità. Rimane però un’accusa sterile perché una scelta basata sul rispetto della vita animale e sull’empatia non può essere una scelta crudele per definizione.

Una persona è privilegiata per il semplice fatto di poter operare una scelta, soprattutto quando si parla di scelte alimentari, ciò che decide di fare con quella scelta è indicativo della responsabilità che si vuole assumere e della coscienza che ha del proprio privilegio. Perciò sarebbe ora che al posto di critiche si iniziasse a fare autocritica e a chiedersi perché non si è disposti a riconoscere che quella fetta di coppa sul tagliere era un animale che è stato fatto nascere a seguito di una gravidanza forzata, privato dell’interazione materna o lasciato razzolare negli allevamenti estensivi per qualche mese, ucciso, smembrato ed impastato per somigliare a tutt’altro adagiato su una sezione di legno accanto ad un bicchiere di vino.

Perché, avendo le tecnologie e le possibilità di farne a meno, si scelga in buona sostanza di contribuire alla macellazione di miliardi di animali, al 14,5% delle emissioni, al 40% della deforestazione finalizzata alla creazione di spazio per gli allevamenti, all’inquinamento e allo sperpero delle risorse idriche, all’uso dell’80% della produzione di soia per foraggiare animali che consumano quattro volte la quantità di soia necessaria ad un umano per avere un sano apporto alimentare quotidiano, allo sfruttamento di persone esposte a rischi igienico-sanitari elevati e che sviluppano gravi problemi relativi alla salute mentale in conseguenza del loro lavoro, alla distruzione delle risorse di sussistenza di popolazioni locali, nonchè alla distruzione degli habitat di svariate specie animali e popolazioni indigene legate culturalmente al proprio territorio?

Perchè è facile, basta dire che i vegani sono razzisti, colonialisti e che gli avocado consumano troppa acqua. In fondo è più facile che ammettere di avere una responsabilità e di aver sempre avuto comportamenti nocivi. Vegani non si nasce, si diventa, osservando i propri comportamenti comprendendoli e operando una scelta.

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