Skip to content Skip to sidebar Skip to footer

Il cambiamento climatico in Mongolia si chiama dzud

Il cambiamento climatico in Mongolia si chiama dzud, un termine non nuovo ma che viene indica una combinazione di siccità e inverni rigidi che si verifica con una cadenza sempre più frequente. In Mongolia la situazione è sempre più drammatica e gli allevatori stanno confluendo con una frequenza allarmante nella capitale, Ulan Bator, in cui le risorse per l’accoglienza sono talmente scarse da rendere gli sfollati interni un fattore inquinante. Cosa succederà alle nostre città se non mitigheremo in maniera repentina il cambiamento climatico e non cambieremo il nostro sistema produttivo? Per saperlo basta spostare lo sguardo in Mongolia.

Dzud

Dzud è il termine con cui viene indicato uno specifico tipo di disastro ambientale in Mongolia caratterizzato da una rigidità delle temperature tale da uccidere i capi di bestiame da cui dipende il sostentamento di un terzo della popolazione mongola.

sagaan (white) zud results from high snowfall that prevents livestock from reaching the grass.[6] It is a frequent and serious disaster that has caused a great number of deaths.[7]

Khar (black) zud results from a lack of snowfall in grazing areas, leading to both livestock and humans lacking water. This type of zud does not occur every year, nor does it affect large areas. It mostly happens in the Gobi Desert region.[6]

Tumer (iron) zud results from a short wintertime warming, followed by a return to sub-freezing temperatures. The snow melts and then freezes again, producing an impenetrable ice-cover that prevents livestock from grazing.[6]

Khuiten (cold) zud occurs when the temperature drops to very low levels for several days. The cold temperature and the strong winds prevent livestock from grazing; the animals have to use most of their energy to keep warm.[6]

Khavsarsan (combined) zud is a combination of at least two of the above types of zud

Tipi di Dzud, Wikipedia

La frequenza dello Dzud aumenta all’aumentare dell’inquinamento atmosferico

Eastwest riporta una crescente incidenza di questo fenomeno a partire dagli anni 2000. Inverni rigidi seguono estati particolarmente aride in cui il foraggio per gli animali scarseggia al punto da impedire loro di nutrirsi in maniera sufficiente per poter affrontare l’inverno. Le scorte di fieno ed erba vengono quindi decimate in tempi relativamente brevi durante i lunghi e rigidi inverni e gli animali muoiono in massa. Le cifre di questa moria di massa sono riportate dal ministero dell’Alimentazione e dell’Agricoltura: 402.300 animali deceduti, ovvero il 0,6% de totale. Si parla di 2.100 cammelli, 17.200 cavalli, 36.600 mucche, 123.300 pecore e 222.900 capre. Nell’inverno 2009-2010 morirono 8 milioni di animali a causa dello dzud, nel 1999-2001 circa 12 milioni.

Urbanizzazione di emergenza

La morte degli animali da allevamento è di per sé tragica, come pure la situazione delle persone la cui vita si basa sul loro allevamento. In assenza di bestiame e con perdite economiche ingenti i pastori mongoli non hanno altra scelta che migrare, abbandonare le steppe e dirigersi ad Ulan Bator, la capitale della Mongolia, la cui economia si basa principalmente sull’estrazione mineraria. Riallocare il capitale umano in una città mineraria significa aumentare la portata delle estrazioni, con annesse conseguenze ambientali. Inoltre, data la scarsa presenza di infrastrutture adatte, le persone sfruttano la legge mongola per cui qualsiasi cittadino mongolo ha il diritto di erigere una Yurtha su un terreno libero. Le Yurthe sono riscaldate con stufe a carbone e vengono erette in zone già povere sempre più simili a baraccopoli. La mole di riscaldamenti autonomi ad alto consumo ha drasticamente peggiorato la qualità dell’aria, portando l’inquinamento atmosferico 14 volte oltre le linee guida globali. Il 55% della popolazione cittadina vive nelle Yurthe e i piani di miglioramento urbano altro non fanno che privare le persone di tali sistemazioni, causando un aumento delle persone senza fissa dimora.

Foto di Julia Volk

Alternative per i pastori

I pastori hanno poche alternative allo spostamento in città. Possono cercare di spostare il bestiame verso nuovi pascoli, correndo il rischio di perderne una porzione o di indebolire ulteriormente gli animali, oppure possono competere l’uno con l’altro nella speranza di scacciare la concorrenza e assicurare al proprio bestiame un pascolo più ampio. Questa competizione sfocia in veri e propri conflitti, la cui matrice primaria è il cambiamento climatico.

La situazione in Mongolia è da considerarsi tragica, non solo per le incidenze, ma perché le stesse strategie di adattamento rischiano di esacerbare il fenomeno alla base della crisi. L’aumento delle attività estrattive, l’incremento dell’inquinamento nella capitale, i conflitti locali e la moria di massa degli animali non fanno che impattare sul cambiamento climatico stesso alimentano lo dzud. Per tutelare la popolazione servirebbero interventi nazionali ma soprattutto internazionali di sostegno, riduzione delle esternalità negative e di realizzazione di alternative alle due attività primarie del paese.

Non c’è davvero più tempo

Spesso lo slogan “non c’è più tempo” appare esagerato, quasi una minaccia più che una constatazione. Ebbene ciò accade perché chi lo legge sta solo iniziando ad esperire gli effetti del cambiamento climatico e quindi non ne ha davvero acquisito consapevolezza. Eppure la porzione di mondo che storicamente ha contribuito meno al cambiamento climatico sta già affrontando alcuni degli scenari peggiore. Quel “non c’è più tempo” in realtà è una semplice descrizione di realtà, una realtà a cui il privilegio rende ciechi ma non per questo meno reale e presente. Il tempo è scaduto e le azioni di modifica del nostro sistema sono più necessarie ed urgenti che mai. Ogni individuo può agire su più fronti, operando cambiamenti nel proprio stile di vita e sfruttando la natura politica delle nostre società. Pretendere una politica di emergenza capace di reagire in maniera repentina al cambiamento climatico e porre in essere le azioni necessarie è essenziale. Voto, protesta e comportamenti virtuosi sono ormai il minimo sindacale per cambiare rotta e non costringere generazioni presenti e future ad una vita di stenti, morte e miseria.

E no, il passo alla volta, ridurre il consumo di carne, lo shopping come hobby, anche se “sostenibile”, il non mettere pressione e lo scarica barile sono azioni ormai più che inadeguate. Dobbiamo essere più veloci, onesti e drastici. Il cambiamento climatico è qui, l’inasprirsi dello dzud ne è solo una delle tante dimostrazioni e noi abbiamo il compito di agire, ora.

Leave a comment