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Il tempo del potere maschio, etero, cis, non disabile e bianco è finito e a qualcuno non piace

Il tempo del potere maschio etero, cis, non disabile e bianco è finito, ma a qualcuno non piace. Quel qualcuno è il maschile generico, l’identità del potere declinata nel maschile che non approva e non gradisce di essere indicato e, di conseguenza, guardato.

La manifestazione del 28 ottobre 2021 ha richiamato sotto l’Arco della Pace tanti, tantissimi milanesi. Una rabbia cupa e diffusa univa tutte le persone presenti, si diffondeva spostandosi nello spazio stretto tra i corpi degli amici abbracciati, specchi dello stesso sconforto. Eppure, incontrando altre rabbie ed altre paure, questa rabbia scura e nebbiosa si illuminava un poco, seguendo la forza dell’unione collettiva, per trasformarsi prima in sostegno e poi in speranza. La rendicontazione della protesta contro l’affossamento del DDL Zan non riguarda solo i numeri della piazza, ma la somma finale di quei corpi, uniti, sodali, vicini e attenti gli uni agli altri.

Manifestazione milano ddl zan

Quest’unione, questa forza è qualcosa di molto concreto e molto tangibile, qualcosa che va oltre la presenza organica e può efficacemente traslarsi in comportamenti di voto. In quella piazza non c’erano solo persone della comunità LGBTQIA+, non c’erano solo persone direttamente afflitte dall’oppressione abilista e sessista, c’erano anche tanti alleati. Ed è in quegli alleati la forza della contaminazione, della coesione umana capace di tradurre l’empatia in un nuovo e più profondo dovere civico : ricordare che 154 senatori non hanno voluto far passare una legge per proteggere donne, persone omosessuali, lesbiche, bisessuali, trans*, asessuali, disabili etc.

In quella marea gentile, anche noi ci siamo ritrovati con i nostri amici, S. che è venuta in macchina con noi nonostante fosse appena rientrata da un congresso a Riccione, e Sara ed L. Sara portava tra le mani un cartello, il cartello che oggi viene usato come simbolo di quella manifestazione. Le scattiamo una foto che rimarrà la prima di molte altre che hanno fatto girare quelle parole sulle testate dei principali giornali online italiani: il tempo del potere maschio, etero, cis, non disabile e bianco è finito.

cartello manifestazione ddl zan

Il cartello era semplice, con due sottolineature precise sotto la parola “potere” e sotto il predicato “é finito”. Un modo per rimarcare il senso della frase e indicare chiaramente contro cosa era rivolto. Purtroppo, però, il “cosa” è stato trasformato in un “chi” da una narrazione che, forte del suo ruolo socio-economico, ha ritenuto opportuno e legittimo considerare la sua interpretazione come l’unica valida.

Identificandosi con quella lista di caratteristiche umane, sommandole e trovando il risultato nella propria persona, molti uomini hanno deciso che quel cartello era divisivo, un attacco, la prova che il femminismo è un movimento in attesa di realizzare una sovversione dei poteri, non verso l’uguaglianza ma verso un’oppressione inversa. Questo perché chi è abituato a ragionare in logiche gerarchiche rischia di non essere in grado di immaginare una diversa organizzazione sociale, equa e non discriminatoria. Si rientra nel campo del realismo capitalista per cui il sistema attuale sembra l’unico possibile e, di conseguenza, ogni critica viene considerata solo in luce dei mezzi e delle forme di tale sistema. D’altronde, chi è abituato ad opprimere, mancando della creatività necessaria a comprendere un mondo senza subordinazioni, sceglierà sempre di essere oppressore. E c’è ben poco che non sia disposto a fare per mantenere lo status quo.

Le critiche al cartello sono fioccate sui social, Vitiello ha ritenuto opportuno attingere ai più banali ricorsi all’authority, tattica retorica con cui si fa leva su parole e riferimenti per mostrare una posizione di competenza non solo maggiore ma anche incontestabile, per screditare il cartello. Altri hanno inondato il profilo di @Stregafemminsta per spiegarle perché il cartello fosse sbagliato, o peggio, nella scia delle sterili critiche con cui eddybeef, streamer di twitch, ha aggredito Sara, inquadrandoci e riprendendoci, senza chiedere alcun consenso, aggredirla. Eddybeef, come molti altri, ha ritenuto opportuno definire il cartello “una cagata” e, in assenza di argomentazioni valide, criticare il fatto che il cartello non sia corredato di una spiegazione del suo significato.

Questa azione di delegittimazione sposta la responsabilità della comprensione delle dinamiche di potere sulle persone oppresse a cui, non solo è imposto di resistere e sopravvivere alla discriminazione, ma anche di spiegarla, renderla comprensibile e, per citare l’ultimo dei mansplainer intervenuti sulla vicenda, Matteo Bordone del Post, convincere la maggioranza.

“Le minoranze devono convincere la maggioranza che le proprie istanze meritino di essere abbracciate da tutti, perchè vota e decide la maggioranze”

Estratto dal podcast Tienimi Bordone

Secondo questa visone, la minoranza ha il compito di esistere e di rendere le proprie istanze sufficientemente comprensibili alla maggioranza, deve inoltre ricordarsi che il giudizio della maggioranza è insindacabile e ad essa è demandato il potere di stabilire cosa di sia meritevole o meno. Una spiegazione fallace quanto inutile, visto che di fatto sul cartello oggetto di critica si parlava proprio di questo potere. La responsabilità di chi detiene un vantaggio socialmente determinato viene nascosta, spostando l’attenzione su queste minoranze rumorose, eccessive, incapaci persino di attirare l’attenzione nei modi giusti e consoni, modi che non devono assolutamente infastidire la maggioranza. Pena la cancellazione, o peggio, la pubblica gogna.

Le parole di Bordone commettono effettivamente un errore madornale, confermano la validità di quanto è stato scritto sul cartello. Se un uomo etero, cis, bianco, non disabile, per sua stessa ammissione senza competenze sul tema, e in una posizione di vantaggio economico e sociale dato il lavoro che svolge, può permettersi di registrare un podcast contro un individuo che protesta per i diritti che gli sono effettivamente negati, senza preoccuparsi troppo delle lacune e dell’assenza di competenza, è palese la distribuzione iniqua del potere e di chi ne sia destinatario maggiore. Potere che si traduce nel privilegio di giudicare aspramente e personalmente una persona di cui, di fatto non si sa nulla.

Il privilegio di Bordone è un pericolo per chi non gode di un privilegio pari al suo. Di fatto, estraendo una persona da una manifestazione e mettendola alla berlina pubblicamente la si sta esponendo alla stessa violenza che la manifestazione a cui ha preso parte sta denunciando. Questo giornalismo personalista rischia di smontare il vantaggio delle manifestazione pubbliche e collettive: la protezione del singolo nel gruppo. Far aderire un’idea, un movimento, una protesta ad un solo individuo significa non solo appiattire le voci di tutti gli altri partecipanti, ma anche indicare un nemico fisico. E chi si sente minacciato da quel cartello, le persone che non vogliono vedersi identificare così pubblicamente, sono le stesse che statisticamente commettono più crimini d’odio contro le minoranze.

La partizione sociale in categorie etichettabili non è un’invenzione femminista, è un prodotto capitalistico-patriarcale di discriminazione sociale. Dividere la società civile in frammenti serve ad orientare l’attenzione delle classi e dei gruppi oppressi in maniera orizzontale, erodendo quindi la possibilità che queste spostino lo sguardo nella medesima direzione, quella in cui il potere maggiore viene concentrato. L’etichettatura e il marchio sono figli sani del capitalismo, servono di fatto ad indicare quanto valore attribuire ad un gruppo umano e per estensione all’individuo che fa parte. A tale attribuzione corrisponde, in numero variabile, l’apposizione o la negazione di un paniere di diritti.

Se, quindi, l’idea che i gruppi umani siano cristallizzati in categorie è strumento di oppressione e di stigma, perché la categoria umana meno oppressa soffre e si arriva quando questo stesso strumento viene usato per indicare i canoni oppressivi? Per lo stesso motivo per cui i cecchini usano tute e teli camuffanti. Il potere non vuole essere indicato, il potere sa che è più solido tanto più nascosto rimane. Chi detiene il potere sa che una buona pozione di esso deve essere usata ma tenuta da conto, accumulata in un luogo non visibile e non identificabile, soprattutto non raggiungibile. Gli strumenti della democrazia e dell’azione civile, invece, permettono di organizzare non solo complesse fotografie di tale potere, ma anche percorsi di riorientamento dello stesso.

Manifestazione milano ddl zan

Essere riconosciuti in una certa dimensione è poi psicologicamente destabilizzante per chi non ha mai dovuto rintracciare parole e sistemi non congrui al già definito per esprimere la propria identità. Vederla scritta nero su cartone, sventolata in una folla, ascritta a volumi precisi spaventa perché è la prima esposizione del sé in maniera coatta esperita. La paura dovrebbe produrre diverse reazioni, quella provata da chi detiene il potere però scade spesso nella difesa. Ed ecco perché il soggetto della frase, ancora una volta, è il potere. Perché in un sistema iniquo esistono individui nella cui essenza si intersecano più privilegi a cui conseguono più diritti.

L’analisi logica, indirizza chiaramente verso le espressioni del cartello. La concentrazione del potere è ciò che deve finire, e con esso l’accesso facilitato al determinate risorse sociali espresse in un’ottica scarsa e competitiva. Le risorse sociali dovrebbero essere egualmente fruibili e lo sarebbero in una società equa a potere diffuso, in cui ogni individuo è pari all’altro in maniera assoluta, senza che vi siano discriminazioni fattive ed istituzionali.

Le persone che hanno reagito al cartello, inoltre, suggeriscono anche la visione maschiocentrica della società concentrandosi solo su un gruppo di persone e non leggendo nelle virgole la critica sistemica rivolta a più individui sulla base delle facilitazioni determinate dalla società stessa. Emanazioni di un potere iniquo sono anche le dimensioni con cui i corpi vengono abilizzati in un sistema che, per conseguenza, ne disabilizza altri rendendo il tessuto sociale meno accessibile, creando di fatto una differenza. I vantaggi dell’abilismo sono esperiti da tutte le persone non disabili che possono accedere a strutture e servizi senza fatica. Lo stesso vale per i vantaggi derivati da una società transonica, razzista e omolesbobifobica. Vantaggi di cui può godere anche una donna, bisessuale, bianca temporaneamente non disabile, non ricca e cis. Sono vantaggi inferiori rispetto a quelli di un uomo cis e povero, a loro volta inferiori a quelli goduti da un uomo bianco, etero, cis, ricco, non disabile e bianco. Questo perché viviamo in un sistema di stratificazione sociale, in cui le divisioni rinforzano il potere del vertice. Una sommità piramidale, dall’ampiezza molto acuta, che non desidera ospitare più membri del necessario, figurarsi dividere equamente il potere e il suo esercizio.

Avere determinati privilegi non è un’indicazione di cattiveria, semplicemente esserne consci è una constatazione di realtà necessaria modificare le dinamiche hanno sublimato i diritti come un qualcosa da meritare e non un che di dovuto. Qualcosa, per riprendere Bordone, di cui è necessario convincere i centri del potere. Il convincimento, la negazione di una giustizia sociale essenziale, permette di trasformare un’istanza legittima in qualcosa di opinabile e, quindi, rescindibile in caso configga con gli interessi della classe dominate.

Le proteste servono a creare una narrativa alternativa, che principia dal linguaggio scelto. La rabbia degli oppressi è una rabbia legittima. Le parole degli oppressi devono essere ascoltate e non ascoltate solo a determinate condizioni. Perché sono proprio quelle condizioni a delegittimare e a trattenere il potere.

Il tempo del potere del maschio, etero, cis, non disabile, bianco e ricco- aggiungerei- è finito e qualcuno non piace. Quel qualcuno che si trova d’accordo con i Bordone o i Vitiello di turno. Quel qualcuno che presto o tardi dovrà fare i conti con la posizione che sta scegliendo nella storia. Ed è forse alla storia che dovrebbero attingere in caso abbiano bisogno di convincimenti per agire diversamente. D’altronde, se anziché limitarsi a citare Flaubert e altri nomi che li fanno suonare ampollosi, sulla scorta del lascito degli studi, aprissero un libro sulla storia del novecento si incentiverebbero da soli a schierarsi dal lato giusto della storia. Se davvero sono così funzionalmente incapaci di capire vagamente il senso del giusto e del diritto, se i diritti umani e la giustizia sociale sono loro così impossibili da comprendere, allora la fine destinata agli oppressori spodestati potrà sopperire alla loro assenza di empatia e coscienza sociale.

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