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Impatto della guerra sul cambiamento climatico

La guerra ha un impatto sul cambiamento climatico, un impatto notevole di cui spesso non si parla perché l’industria bellica è una delle poche a non essere interessata da restrizioni di sorta. Realizzare una drastica riduzione nelle emissioni richiede un ragionamento profondo e sistemico, che comprenda quindi tutti gli aspetti delle nostre società, settore delle armi e della guerra compresi. Entrambi i settori sono infatti responsabili di una consistente produzione di emissioni e, soprattutto, di effetti socio economici che possono pregiudicare opere di ammortizzamento e prevenzione dei disastri climatici.

Quando impatta il prepararsi alla guerra?

L’impatto della guerra sul nostro sistema climatico principia ben prima della guerra stessa. Tutte le attività di ordinaria amministrazione, ovvero addestramento, approvvigionamento, produzione ed esercitazione sono responsabili di eventi socio-ambientali sono responsabili della produzione di emissioni di CO2. Un elemento fondamentale per porre in essere tali attività è, ovviamente, il carburante.

L’esercito statunitense, stimato essere il terzo al mondo per dimensioni, secondo uno studio della Lancaster University produce più emissioni di molti paesi del mondo. Se i vari corpi dell’esercito americano fossero un unico stato esso sarebbe quarantasettesimo per produzione di emissioni considerando solo l’uso di combustibili fossili. Solo nel 2017 il consumo giornaliero di carburante dell’esercito USA era pari a circa 269,230 barili, dalla cui combustione sono state generate circa 25.000 tonnellate di CO2. I consumi e le spese ad essi connessi sono distribuiti in maniera disomogenea tra i vari corpi: per il carburante dell’AirForce vengono spesi mediamente 4,9 miliardi di dollari all’anno, per la marina circa 2,5 miliardi, per l’esercito ordinario circa 947 milioni e per i Marines 36 milioni.

Non sorprende che dall’inizio delle operazioni in Afghanistan nel 2001, siano state rilasciate nell’ambiente circa 1,2 miliardi di tonnellate ci CO2.

mappa top 10 eserciti al mondo

Gli eserciti occupano quasi il 6% della terra

Il consumo di risorse comprende anche l’impiego delle risorse paesaggistiche, nello specifico l’impiego del terreno. Si stima che le operazioni militari occupino una porzione delle terre emerse che oscilla tra l’1 e il 6%. L’uso del terreno può sembrare secondario ma è connaturato alla presenza umana, con annessa produzione di rifiuti, ottimizzazione del territorio ai fini delle attività belliche, allontanamento della fauna e conseguente interferenza con l’equilibrio della biodiversità, nonché inevitabile contaminazione delle risorse circostanti. La fornitura e il complesso degli oggetti, indumenti e strumenti necessari alle attività delle basi militari produce rifiuti ed emissioni. In prima istanza, l’equipaggiamento deve essere trasportate in loco, richiedendo un dispendio in risorse fossili. La stessa manutenzione delle munizioni e degli equipaggiamenti produce residui e rifiuti diretti. A ciò va sommata la sempre più frequente necessità di sostituire gli armamenti e le tecnologie militari a causa della loro obsoletudine tecnologica. Le continue innovazioni e l’aumento di velocità nella progettazione e produzione delle stesse, rendono necessario smaltire le versioni precedenti. Armi e munizioni, tendenzialmente, vengono smaltite per detonazione o esplosione, eventi che causano necessariamente la produzione di detriti ed emissioni. Non è insolito che le munizioni vengano smaltite negli oceani.

Underwater munitions

Nel 2004 in Canada è stata fondata International Dialogue on Underwater munition (IDUM), un’organizzazione non governativa per creare consapevolezza e investire risorse nel recupero delle munizioni smaltite negli oceani. L’obiettivo ultimo dell’associazione è la creazione di un trattato sullo smaltimento di tali munizioni che ne vieti la dispersione negli oceani.

I nostri mari e oceani stanno morendo a causa di oltre 50 anni di scarico globale di munizioni chimiche e convenzionali nelle nostre acque. Le munizioni subacquee inquinano l’ambiente marino con sostanze chimiche tossiche, che hanno un impatto sulla nostra salute e sull’ambiente. Oggi c’è una “necessità di pulire” sia le armi chimiche che quelle convenzionali sulla base dei potenziali impatti sulla salute umana, nonché delle implicazioni ambientali attraverso l’esaurimento degli stock ittici (CHEMSEA Findings Report 2013). Le munizioni subacquee sono “emettitori puntiformi di inquinamento”, il che significa che nella maggior parte dei casi quando “rimuoviamo la fonte, rimuoviamo il problema”. Esistono già tecnologie standard sviluppate dal settore privato e programmi di sistemi senza pilota dell’esercito per rilevare, mappare, recuperare e smaltire le munizioni subacquee e i rifiuti tossici che creano.

IDUM, About

Esercitazioni

Le esercitazioni sono attività che rientrano nell’ordinaria amministrazione e hanno lo scopo di testare armi e preparazione del personale all’uso o al contrasto delle stesse. Oltre all’inevitabile produzione di emissioni, le esercitazioni sono responsabili della distruzione paesaggisticoambientale e della contaminazione del suolo e delle risorse idriche delle zone e in cui hanno luogo. Le attività di consolidamento delle abilità sono necessarie all’addestramento, senza di esse il personale militare non sarebbe in grado di far fronte alla realtà della guerra, men che meno alle situazioni impreviste. L’esistenza stessa degli eserciti implica la necessità di compiere esercitazioni. I test nucleari sono probabilmente le esercitazioni più invasive essendo capaci di produrre danni di lungo periodo.

Test nucleari

Gli Stati Uniti, tra il 1950 e il 1980 hanno detonato l’equivalente di 29.000 bombe di Hiroshima. I test svolti su suolo americano sono avvenuti prevalentemente in Nevada, tra il ’45 e il ’92, e hanno avuto delle serie conseguenze sui soldati coinvolti che hanno riscontrato, e riportato a partire dagli anni settanta, un drastico aumento nell’incidenza dei tumori. I test svolti dagli Stati Uniti sulle isole Marshall sono risultati nel rilascio nell’ambiente costiero marino delle isole di circa 6.3 miliardi di Curie. L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, URSS, tra il ’48 e il 1989, anno della sua dissoluzione, ha portato a termine circa 456 test atomici a cui sono conseguiti un drastico aumento nella frequenza di cancro e malattie genetiche nelle persone persone direttamente e indirettamente coinvolte.

test nucleare atollo di bikini
Test nucleare sull’atollo di Bikini

La spesa militare è uno spreco economico

Le risorse consumate dagli eserciti non sono solo di tipo naturalistico, ma anche economico. Si tratta di un vero e proprio drenaggio di risorse che vengono investite in un apparato distruttivo, spesso oppressivo. La spesa militare può essere interpretata come una sottrazione, il denaro potrebbe infatti essere investito nei sistemi di welfare. Basti pensare che gli Stati Uniti, paese in cui non esiste un sistema sanitario pubblico, nel 2020, anno di inizio dell’attuale pandemia da Covid-19, hanno speso l’esorbitante cifra di 778 miliardi di dollari. Il denaro orientato verso la spesa militare è impiegato in attività distruttive per definizione, attività che risultano in devastazione umana, sociale, encomia e ambientale. Si tratta inoltre di denaro che viene attivamente allontanato da spese più necessarie in questo periodo storico, come gli investimenti per limitare le emissioni e mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Se quello stesso denaro venisse reinvestito in opere di sostegno sociale e di resilienza la lotta al cambiamento climatico conquisterebbe una buona porzione del tempo perduto a negare l’esistenza del problema.

grafico spesa militare

Quando impatta combattere le guerre?

I conflitti armati possono essere di diversa natura, durata ed estensione, ma hanno diverse caratteristiche comuni che impattano in maniera preponderante sulla condizione socio-ambientale ed economica dei paesi coinvolti. Uno degli elementi che contraddistingue le guerre è l’instabilità politica e sociale che ne consegue, terreno fertile per pratiche altamente dannose. Durante un conflitto è difficile, se non effettivamente impossibile, operare un controllo strutturale capillare in grado di arginarne le esternalità negative, si assiste quindi ad una proliferazione smodata di pratiche illecite, pericolose ed altamente inquinanti.

Strategie di adattamento dei civili

Tra le pratiche inquinanti meno considerate vi sono proprio le strategie di adattamento dei civili, ovvero tutte quelle pratiche votate alla sopravvivenza, non direttamente connessi agli aiuti umanitari, che possono avere importanti conseguenze ambientali. Lo scarso accesso alle risorse è una costante nei periodi di conflitto e spinge la popolazione a elaborare sistemi di approvvigionamento alternativi, spesso paralleli ai canali legali. Esempio di ciò è la raffinazione del petrolio, considerato una risorsa preziosa e annoverato come obiettivo militare. In Siria, ad esempio, a causa della drastica diminuzione di personale specializzato, la raffinazione del petrolio ha iniziato ad essere compiuta artigianalmente dai civili mediante pratiche obsolete e prive di tutele per la salute delle persone coinvolte. Similmente, in Ucraina, l’impianto di Luhanska ha dovuto incrementare la produzione e passare alla combustione di carbone di bassa qualità a seguito dell’interruzione dei rifornimenti di carburante, causando un drastico aumento nella produzione di esternalità negative.

Risorse come obiettivi militari

Nel mirino della parte avversaria, spesso, vi sono proprio gli approvvigionamenti di carburante, questo perché impedirli significa indebolire sistematicamente il nemico. Riserve e trasporti, i percorsi di approvvigionamenti e le zone di stoccaggio possono essere oggetto di sabotaggi, bombardamenti o distruzioni di vario tipo. La distruzione di tali risorse ha effetti diffusi, capaci di minacciare la vita dei civili, potenzialmente dipendenti da esse per il riscaldamento delle case o i trasporti emergenziali. La distruzione del petrolio o dei suoi sottoprodotti come strategia militare è piuttosto significativa in un’era in cui la dipendenza dai combustibili fossili è una delle minacce principali alla sopravvivenza dell’umanità. Eliminare una porzione di risorse finite, non rinnovabili, significa non solo produrre emissioni ma anche rendere nulli i processi estrattivi, risultanti di fatto in una pratica inutile dato l’inutilizzo delle risorse. La guerra del Golfo offre una spaventosa panoramica, nel 2001 il 2% di tutte le emissioni globali era attribuibile agli incendi degli impianti petroliferi in territorio kuwaitiano operata da Saddam Hussein. 788 pozzi di petrolio furono dati alle fiamme e bruciarono per mesi, durante i quali il petrolio ha inondato il deserto coprendo terra, animali e soldati. Il disastro economico e ambientale è stato stimato intorno agli 80 miliardi di dollari.

Era uno scenario impressionante. Il cielo era nero, faceva buio anche di giorno. A terra, catrame ovunque. Era difficile capire dov’erano le strade, in quale direzione procedere. Erano scomparse le poche tracce d’umanità nel paesaggio. All’epoca non c’era il Gps, dovevo muovermi guardando la bussola. Cercavo dei punti di riferimento nel deserto per non perdermi, come un carro armato sovietico abbandonato o un camion distrutto da una bomba. Ero quasi sempre solo, raramente si incontravano altre automobili. Dopo una settimana incominciavo ad orientarmi. […]

Ho incontrato un soldato a terra, mummificato, uccelli che non potevano più volare a causa del catrame sulle ali, cammelli moribondi: sono gli animali più resistenti nel deserto ma avevano incamerato greggio nelle sacche dove di solito raccolgono acqua. Un giorno ho seguito un muro arrivando fino a un grande portone. Ho sfondato l’ingresso con il mio fuoristrada. Mi sono trovato all’interno di quella che un tempo era la residenza della famiglia reale. Doveva essere stato un paradiso. Nella corte del palazzo vagavano cavalli purosangue abbandonati, magrissimi, senza più cibo, costretti a mangiare foglie incatramate. Avevo allertato alcune associazioni su questi animali abbandonati. Erano venuti dei veterinari. Avevano fatto i test del sangue: i cavalli erano tutti malati di leucemia. Sono stati tutti abbattuti. 

Sebastiao Salgado, Apocalisse nel Deserto
Sebastiao Salgado, 1991

Trasporti ed approvvigionamenti sono fondamentali per i conflitti, soprattutto sono necessari per fornire i generi di prima necessità alle forze degli eserciti. Le scorte alimentari dei soldati, infatti, sono distribuite e trasportate dagli eserciti e prodotte in patria. Fornire cibo simile a quello del paese di provenienza ha un valore notevole, soprattutto psicologico. In primo luogo permette di evitare che i soldati vadano incontro a carenze, disturbi derivati da un improvviso cambio di dieta, o contraggano malattie endemiche. In secondo luogo, offrire sapori e odori vagamente simili a quelli esperiti per tutta la vita in patria permette di mantenere un forte legame psicologico e, per contro, di scongiurare un’eccessiva vicinanza con la cultura alimentare e quindi con la popolazione nemica. Infine, fattore non da sottovalutare, si tratta pur sempre di un mercato fiorente che garantisce un ingresso costante alle aziende a cui ne è affidata la produzione. Il trasporto di cibo è realizzato a caro prezzo a causa delle emissioni prodotte e dalla produzione di rifiuti direttamente derivata dal consumo di cibo confezionato.

Secondo Linkiesta, l’esercito italiano è l’unico a fornire una bevanda alcolica.

USA’s MRE, Meal Ready to Eat

Deforestare per finanziare le guerre

Finanziare i conflitti armati richiede una buona dose di investimenti che durante i conflitti rischiano di essere sempre insufficienti. Tra le strategie di acquisizione di risorse la deforestazione rimane una possibilità semplice quanto redditizia. In Mynamar, ad esempio, la deforestazione è diventata una risorsa primaria per compensare le attuali spese. La deforestazione è un processo complesso che non risulta solo nella produzione di detriti ed emissioni ma anche nell’erosione della biosfera, infatti al diminuire delle foreste si riduce esponenzialmente la capacità della Terra di produrre ossigeno e compensare la presenza di CO2 nell’atmosfera, con sempre maggiori ricadute sulla qualità della vita terrestre.

Deforestare per distruggere il nemico

Distruggere la vegetazione permette di limitare i nascondigli del nemico. La guerra in Vietnam è un esempio storico di deforestazione tattica. Durante il conflitto l’esercito statunitense ha impiegato L’agent Orange, un forte defogliante, su una buona porzione del territorio vietnamita per una pluralità di scopi tra cui uccidere direttamente ed indirettamente il nemico. Armi chimiche come l’Agente Arancio hanno la drammatica capacitò di produrre effetti protratti nel tempo che hanno afflitto i vietnamiti, civili compresi, e gli stessi soldati americani. L’uso dell’agente arancio ha causato una perdita di vegetazione stimata tra il 14% e il 44%, 300.000 veterani dell’esercito americano e 400.000 vietnamiti sono morti a seguito dell’esposizione al defoliante e circa 4.8 milioni di vietnamiti vi sono stati esposti. Il contatto diretto o indiretto causa, tra le altre cose, un incremento nell’incidenza di neoplasie e malformazioni congenite. Gli effetti ecologici dell’uso di tali sostanze a base di diossina sono ancora tangibili in Vietnam in cui si registra ancora una forte contaminazione di suolo e bacini idrici.

I terreni coltivabili sono obiettivi militari

I terreni coltivabili sono oggetto di distruzione volontaria e collaterale derivata quindi non solo dall’eventuale abbandono dell’attività agricola, con conseguente riduzione delle risorse alimentari a disposizione dei civili, ma anche dalla contaminazione del suolo. Uno studio della Ohio State University ha rilevato che la metà degli ordigni sganciati sul territorio agricolo cambogiano è ancora inesplosa, ragion per cui gli agricoltori tendono a coltivare porzioni limitate di tali zone. Il fatto che gli ordigni inesplosi si trovi su terreni agricoli non è casuale, le detonazioni avvengono con maggiore incidenza su terreni duri, infertilì, mentre su terreni morbidi, come quelli coltivati. La produzione, si stima, può essere ridotta della metà.

Esplosioni e detriti

La distruzione fisica delle infrastrutture genera detriti i cui costi di recupero comprendono attività energicamente intense. Le stesse pratiche di ricostruzione richiedono una demolizione iniziale, la produzione e il trasporto di nuovi materiali ed è quindi direttamente correlata alla produzione di emissioni e rifiuti. Le stesse esplosioni, inoltre, richiedono conseguenti attività di bonifica, con alti costi in termini economici ed energetici necessari alla securitizzazione di aeree contaminate.

Oro blu e paesaggi distrutti

L’acqua è una delle risorse più preziose del nostro pianeta. La contaminazione dei bacini idrici derivata dai conflitti ha gravi effetti sulla qualità della vita della popolazione, spesso direttamente dipendente da un’unica fonte, e sulla qualità del territorio stesso che può deteriorarsi al punto da cedere all’avanzare del deserto, come è stato riscontrato in Iraq, Siria e Afghanistan luoghi in cui l’erosione del suolo è stata incrementata dai conflitti armati protratti. Esplosioni, opere di adattamento, la creazione di basi militari e la necessità di nuove rotte di trasporto richiede una profonda modificazione territoriale risultate non solo nella distruzione paesaggistica ma anche nella distruzione degli habitat della fauna con conseguente compromissione della biodiversità e progressivo impoverimento ambientale.

Il cambiamento climatico è un fattore di rischio

Il cambiamento climatico stesso è causa di conflitti armati, lo conferma uno studio pubblicato su Nature. una percentuale che varia tra il 3% al 20% dei conflitti del secolo scorso è stata scatenata da fattori connessi al cambiamento climatico.

anche riuscendo a limitare l’aumento a 2 gradi, come previsto dal Protocollo di Parigi, il rischio di conflitto aumenterebbe del 13%. 

Difesa.it

Il cambiamento climatico inasprisce situazioni di contrasto ed è capace di scatenarne di nuove. Inoltre, la scarsità di risorse aumenta la competizione per acquisirle, generando una spirale crescente di conflitti potenzialmente armati. Se l’evidenza empirica suggerisce che il cambiamento climatico è già stato causa di conflitti, la prospettiva delle difficoltà che dovremo affrontare è ancora più allarmante considerando che ancora non si è verificato lo scenario peggiore. Ciò che stiamo esperendo, le modificazioni del clima e l’incremento di eventi climatici improvvisi quanto disastrosi, non ha precedenti storici e causerà un corrispondente ed esponenziale aumento dei conflitti armati legati alle risorse e al territorio. Inoltre, avendo le guerre una grande portata distruttiva, la loro stessa esistenza non farà che esacerbare la frequenza dei conflitti stessi. Si prospetta dunque uno scenario drammatico, un climax di violenza e distruzione umana e ambientale.

Il vero costo della guerra

Queste evidenze suggeriscono come il vero costo della guerra sia esponenzialmente maggiore di quanto venga abitualmente calcolato ed annunciato dalle dichiarazioni ufficiali. La distruzione ambientale direttamente conseguente all’esistenza di eserciti e conflitti deve essere sommata a quella risultate dalla produzione di armi, di cui non si è dato approfondimento in questo articolo. Il depauperamento delle risorse ambientali determinato dai conflitti ha gravi conseguenze di lungo periodo. Un fattore non di poco conto è costituito dal rallentamento nello sviluppo dei paesi colpiti dai conflitti, le cui risorse sono decimate, le popolazioni impoverite e la cui struttura sociale viene compromessa in maniera semipermanente. La distruzione della capacità di Agency risulta nella scarsa presenza istituzionale sul territorio e, dunque, sull’assenza di controllo e tutela per la popolazione le cui possibilità di sopravvivenza s’intersecano sempre più spesso con attività pericolose o illecite. Basti pensare al fiorente traffico di oppio che ha consentito ai talebani di sostentarsi per gli ultimi vent’anni le cui dimensioni sono aumentate del 63% durante il periodo compreso tra il 2016 e il 2017, in concomitanza con l’occupazione statunitense. Il vero costo delle guerre è patito dalle persone che hanno meno risorse e che non guadagnano nulla dai conflitti, persone spesso costrette ad abbandonare il proprio paese o a indulgere in papriche pericolose per la loro stessa salute per sopravvivere. La guerra, inoltre, erode a livello quantitativo e qualitativo le risorse naturali dei paesi, risultato in un indebolimento economico e sociale storicamente determinato. La parabola della guerra giusta appare in quest’ottica ancora più mendace, un’ingannevole etichetta per giustificare un secolo di distruzione dislocata e uccisioni, spesso unicamente finalizzate all’arricchimento delle grandi potenze del mondo, una in particolare, a cui bisognerebbe iniziare a chiedere i danni in termini di recupero ambientale delle zone da essa devastate.

Emissioni, guerra e cop26

La cop26 dovrà affrontare molte questioni, ma la guerra non può rimanere fuori dal piatto. Nessun paese al mondo può permettersi un conflitto perché la quantità di GHG nell’atmosfera è già critica e l’improvviso incremento causato dalle operazioni militari sarebbe letale per tutti. Inoltre, parlare di resilienza e modifiche sistemiche pare quasi ridicolo senza che in esse venga compresa l’abbandono del sistema militare di risoluzione dei conflitti, anche se darebbe più coretto parlare di sistema di approvvigionamento delle risorse mediante conflitto. Un futuro sostenibile è un futuro senza persone perseguitate, senza rifugiati di guerra, senza spesa bellica, quindi senza conflitti. Un futuro sostenibile, se pensato così e in luce dell’avidità dei singoli stati, appare impossibile. Ciò che viene proposto dai governi è una versione zuccherosa e limitata di un consumismo verde, che comprende i conflitti, e il sistema capitalistico attuale. La sostenibilità, invece, prevede un sistema non conflittuale, cooperativo e non competitivo, basato sul mutuo sostegno, la cooperazione internazionale e la consapevolezza che il pianeta è uno come pure l’umanità.

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