Lo Stupro di guerra

Maggio 28, 2021 Always Ithaka No comments exist
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Definire lo stupro di guerra

Il termine Stupro di guerra indica gli stupri commessi dai soldati, combattenti o civili, durante un conflitto armato, una guerra o un’occupazione militare. In esso rientrano tutte le violenze sessuali, quindi non solo gli stupri con penetrazione completa, perpetrati dai soldati, o come detto da combattenti o civili, durante un conflitto. Lo stupro di guerra si caratterizza per gli attori coinvolti, una parte che attacca l’altra sul piano sessuale. In esso sono annoverati anche la prostituzione forzata e la schiavitù sessuale, intendendosi la prima come una costrizione ad avere rapporti sessuali in cambio di una retribuzione e la seconda come una soggezione completa, in cui un individuo, o un gruppo di individui, sono considerati come proprietà di altri. Lo stupro di guerra viene spesso definito e accessoriato con un aggettivo “inevitabile” che ne enfatizza il carattere ineluttabile e, soprattutto, discolpa automaticamente gli autori delle violenze, considerati nella loro mole collettiva di soldati o esercito e non nella loro componente di individui che commettono un grave crimine contro altri esseri umani. La definizione dello stupro di guerra ne rappresenta la narrazione, quasi mistificata, per cui esso è un fatto di guerra, un elemento deplorevole ma per cui, come suggerisce l’aggettivo inevitabile, non vi sono soluzioni. Questa convinzione è data dal fatto che esso è effettivamente sempre stato presente e che, anche nelle narrazioni attuali, venga sempre presentato come un evento mitizzato

Sexual violence during armed conflict is not a new phenomenon. It has existed for as long as there has been conflict. In her 1975 book Against Our Will: Men, Women and Rape, Susan Brownmiller presented stark accounts of rape and other sexual atrocities that have been committed during armed conflict throughout history. 1

Il corpo della nazione: il significato dello stupro di guerra

Lo stupro di guerra è un fenomeno diffuso quando specifico dei conflitti, proprio per i significati di cui è insignito. I corpi delle donne, ma non solo, durante i conflitti diventano l’estensione organica del territorio da conquistare, occupare e deturpare. Le donne, elemento considerato debole, sono ciò che i soldati devono proteggere dai nemici. La reificazione delle donne in guerra implica una completa aderenza dei loro corpi alla componente materiale dello stato, stuprare una donna della fazione nemica significa umiliare, colpire e piegare psicologicamente il nemico. L’umanità delle donne, i loro diritti umani, vengono appiattiti ben prima del conflitto, esse infatti sono considerate un bene, una proprietà che i valorosi uomini della nazione devono difendere. Esempi lampanti di questa mentalità sono presenti nella narrazione politica odierna in cui la difesa delle donne dal nemico invasore, immigrato, è sempre utilizzata da forze estremiste e populiste per rinforzare un senso di unità per conflitto. I diritti delle donne e le tutele di cui hanno realmente bisogno non sono oggetto di dibattito, ma la loro presenza e la loro funzione sociale sì: dare agli uomini qualcosa per cui unirsi. Il fatto che gli stupri di guerra siano particolarmente orientati verso le donne non è casuale e non è frutto solo delle oggettificazioni ma anche di ciò che può essere imposto ad una nazione mediante la violenza sessuale: umiliazione del maschile e contaminazione della discendenza. 

La violenza sessuale nell’esercito: Come si fa un soldato

Tom Digby, professore emerito di Filosofia presso lo Springfield College nel suo libro più recente “Love and War: how militarism shapes sexuality and romance” offre un’analisi completa di come le dinamiche di genere socialmente determinate si intersecano con la cultura militarista, risultando in un ambiente tossico in cui fare di un uomo un soldato significa spesso renderlo insensibile alla violenza sessuale o, peggio uno stupratore. La mascolinità guerriera prevede un rifiuto completo delle emozioni, viste come segno di debolezza e, quindi, femminili. Reprimendo la propria sfera emotiva, gli individui diventano respingenti nei confronti delle emozioni altrui, perdendo la sostanziale empatia. Per incentivare e ammonire i soldati quando esprimono emozioni o mostrano segni di empatia con le vittime di violenze di cui sono testimoni o autori, vengono usate le classiche frasi di rinforzo, le stesse che vengono così candidamente ripetute nella quotidianità e che, unite al tono perentorio e allarmato derivano dalla situazione, li spingono a distaccarsi da ciò che provano concentrandosi su sentimenti di odio o galvanizzazione collettiva.

Man Up”, “Fai l’uomo”, “No pain no gain”, sono solo alcune delle più diffuse, frasi pensate per disincentivare I ragazzi e gli uomini dall’accettare vulnerabilità, dolore, paura ed empatia e che li spingono ad ambire all’unica vera etichetta accettata nell’ambito militare: essere veri uomini. L’emotività è socialmente associata alla femminilità, le donne sono ritenute emotive, irrazionali e deboli mentre gli uomini sono, per contrasto, forti, razionali e decisi. La sfera emotiva maschile assume un diametro minuscolo e negli ambienti militari deve essere costantemente ridotta, risultando anche in violenze, di varia natura, tra commilitoni. Un esempio di questa repressione è il “Hurt feelins report” distribuito non ufficialmente da alcuni soldati dell’esercito americano nelle basi in cui erano presenti centri di supporto per persone affette da Sindrome da Stress Post Traumatico:

Come rileva Digby, uno degli effetti generati dalla mascolinità guerriera è l’isolamento degli individui, i cui sentimenti non possono essere espressi generando un’assenza di terreno comune. Negli eserciti, però, un punto di comunanza è essenziale per ottenere risultati e tenere alto il morale delle truppe. L’ideale, la causa per cui si sta combattendo la guerra, possono tenere insieme un gruppo di individui a livello macro, ma a livello micro sono i rapporti personali, il senso di unione derivato dal condividere un’esperienza, a creare una struttura solida. Il cameratismo, quel senso di fiducia e amicizia che si realizza tra persone che condividono uno spazio sociale, in questo caso quello dell’esercito, si sedimenta attraverso la condivisione. In un contesto in cui la condivisione non può essere troppo emotiva e in cui esponendosi le persone rischiano di essere additate come “femminuccie” o “f****” le esperienze di guerra diventano il collante. Le esperienze brutali, come la guerra del Vietnam ha crudamente insegnato, hanno un effetto di lungo periodo sulla psiche umana, la loro condivisione, paradossalmente, può creare un forte senso di appartenenza. Lo stupro di guerra diventa quindi una condivisione della conquista, la spartizione di un bottino di carne con cui il soldato non può, o non sa, empatizzare, che lo spinge a percepire come legittima una violenza atroce solo perché compiuta su una persona, ma più spesso un gruppo di persone completamente disumanizzate. Il nemico viene percepito come vita diversa, altro da sé, su cui imprimere il segno della propria forza. E se, come detto prima “il pene stesso diventa un’arma2, in questo contesto, il pene, l’organo più intimo, diventa l’espressione ritualizzata di un’emotività recisa e di un bisogno di comunione realizzabile solo attraverso la distruzione dell’altro.

Campi di stupro: Le Comfort Women e le comfort station

Donne di conforto è il termine con cui si usa descrivere il regime di schiavitù sessuale giapponese. La terminologia è estremamente fallace, infatti questo è il nome specificatamente designato dalle autorità militari giapponesi per descrivere il sistema di schiavitù sessuale, usarlo significa utilizzare i medesimi schemi di ingentilimento usati dall’esercito. Il regime di schiavitù sessuale prevedeva l’irretimento delle ragazze, mediante promesse di lavoro, o il rapimento di queste. Esse venivano allontanate dal territorio familiare e spedite nelle comfort station, degli stabilimenti in cui, in piccole stanze attigue, le ragazze, talvolta bambine, subivano una lunga serie di stupri quotidiani da parte dei soldati. L’idea alla base del sistema era quella di evitare che le donne venissero stuprate nelle città e nei villaggi, perciò attraverso il rapimento di altre donne, come detto molto giovani, si incanalava la violenza sessuale all’interno di settori non aperti ai civili. Le donne divenute comfort women non avevano alcun potere contrattuale ed erano perciò esposte a gravidanze e malattie veneree, sebbene l’esercito si occupasse di munire i soldati di preservativi. Le comfort station erano veri e propri campi di stupro diffusi in tutta l’asia dominata dal Giappone. Dalla Cina all’Indonesia, le ragazze venivano spostate e inviate nelle comfort station. Si stimano circa 400.00 vittime tra le donne coreane. 

Yabanjin

Nei dieci giorni tra il 30 agosto e il 10 settembre 1945 i soldati Alleati di stanza in Giappone, nella sola Kanagawa, commisero 1336 stupri la cui brutalità è stata riportata nell’Archivio di Forza di occupazione dell’esercito. Nella città di Hiroshima le truppe australiane, neozelandesi e indiane perpetrarono una serie di stupri e violenze tali per cui i giapponesi iniziarono a chiamarli “barbari selvaggi”, Yabanjin.

Lo stupro su larga scala delle donne giapponesi preoccupò le autorità solamente quando il problema minacciò di compromettere l’immagine di democrazia che le forze di occupazione stavano cercando di favorire.3

Lo stupro viene considerato un fatto della guerra al punto che gli agenti di polizia della regione arrivarono a chiedere alle prostitute della zona di intrattenere i soldati per fornire loro una valvola di sfogo e, quindi, evitare che violentassero le donne giapponesi. Alle prostitute giapponesi e alla loro integrità fisica era riservato un diverso status, per la loro professione potevano essere considerate un mezzo per preservare dalla violenza altre donne. La separazione sociale e concettuale era drammatica, soprattutto perché il fatto che fossero prostitute non le rendeva meno a rischio di violenza, al contrario le esponeva al rischio, concreto, di non essere credute e dover subire con il tacito accordo della comunità. Le violenze erano tollerate dal sistema dell’esercito e fu solo quando nel 1993 The Age pubblicò la descrizione di una violenza sessuale avvenuta nel 1945 che si ebbe una reazione, di rabbia ed offesa da parte delle autorità australiane che rifiutarono la possibilità che i loro eroi di guerra si fossero macchiati di tale crimine. La storia delle violenze venne respinta come una cospirazione, una menzogna, per screditale l’onore di una nazione vincitrice e nascondere le colpe dei perdenti. 

Immolarsi e morire per evitare lo stupro di guerra

La guerra è conquista, difesa e dominazione e lo stupro le è simmetrico. Nel 1947, il 15 agosto, l’india dichiarava la sua indipendenza dall’impero britannico e il Pakistan dichiarava la propria indipendenza dall’India per creare una nazione musulmana. La divisione del territorio, ma soprattutto della popolazione fu immediata. I musulmani residenti in India migrarono in massa vero il Pakistan e, viceversa, gli Hindù residenti in Pakistan migrarono verso l’India. Le violenze tra le due fazioni non tardarono a manifestarsi e assunsero tinte drammatiche. I treni fantasma sono ricordati come simbolo della partition, interi convogli giungevano nelle stazioni carichi di cadaveri, dell’uno o dell’altro gruppo. Il corpo delle donne assunse un valore più che mai simbolico durante gli scontri derivati dalla separazione tra i due paesi e tra le due confessioni. Violentare le donne significava conquistare non solo il territorio, ma il cuore della nazione, il motore che la teneva in vita, l’utero da cui sarebbe potuto derivare il futuro del paese. Le vittime, spesso venivano private dei seni in segno di sfregio e di dominio. Si diffuse persino l’uso di marchiarle, con il tridente di Shiva qualora gli autori degli stupri fossero stati Hindù, o con la mezzaluna, qualora fossero stati Musulmani. Le donne iniziarono ad indossare fiale di veleno al collo, in modo da poterlo ingerire e suicidarsi prima di subire la violenza. Questa immolazione era investita di un doppio significato, da un lato era il sintono della paura viscerale con cui vivevano le potenziali vittime che, pur di risparmiarsi il dolore erano disposte a morire, dall’altro rappresentava la volontà di sacrificarsi per un principio superiore: la purezza della nazione. L’idea di ingerire oppio o veleno e morire, era caldeggiate e suggerita dagli uomini dei villaggi che, spesso, arrivavano a strangolare le mogli pur di non subire l’onta della violenza. Esse, infatti, erano percepite come estensione dell’integrità morale e fisica maschile e la loro violazione da parte del nemico era, di fatto, inaccettabile. 

Khrisna was very young, very beautiful. We often spoke about her when we were young…the children would gather round to hear partition stories. The suicides and deaths were remembered with some kinf of pride by my male relatives- ad women also.4

Stupro e pulizia etnica 

Lo stupro di guerra può essere analizzato sotto diversi punti di vista. Esso, infatti svolge diverse funzioni, una delle quali è realizzare progetti di pulizia etnica, ovvero atti ed operazioni il cui scopo è eradicare una minoranza etnico-culturale al fine di garantire la supremazia di quella autrice delle violenze. Ingravidando volontariamente donne di una fazione opposta, di cui si vuole controllare ed eliminare anche la potenziale discendenza, si distrugge la possibilità di una generazione successiva non determinata dal conflitto. A livello morale, questo tipo di violenza sessuale, finalizzata all’ingravidamento, produce una devastazione psicologico emotiva notevole sia a livello individuale sia a livello collettivo. Emblematico il caso del conflitto in Darfur, genocidio del Darfus, in cui la finalità delle violenze sessuali era la pulizia etnica. La campagna bellica era incentrata su stupri sistemici atti ad eradicare la popolazione nera dalla regione. Si parla di violenze operate su donne di qualsiasi età, dalle bambine, di età inferiore ai 10 anni, alle donne anziane, e le testimonianze parlano spesso di violenze di gruppo. Akila Radhakrishnan, presidente del Global Justice Center, riferisce un’allarmante verità riguardante le misure di sostegno erogate nei centri di supporto per le vittime. Sebbene in Sudan l’aborto non sia illegale, i centri finanziati dagli Stati Uniti non praticano aborti, contribuendo quindi alla violenza patuta dalle vittime, impossibilitate a riappropriarsi del proprio corpo ed evitare di compiere il proposito dei Janjaweed di creare una nuova generazione etnicamente omogenea. Questo genere di sostegno umanitario è viziato in partenza e anzi, è complice dello sterminio e della violenza. La salute fisica e mentale delle donne vittime di stupro non è compromessa solamente da chi opera le violenze, ma anche dai sistemi di supporto che non implementano quando necessario a restituire alle donne dignità e controllo sulla propria vita. 

Le donne non sono le uniche vittime degli stupri di guerra

Sebbene le donne siano particolarmente targhetizzate non sono le sole vittime di violenza sessuale durante i conflitti. Se il pene diventa un’arma, il pene del nemico viene percepito come un’arma avversaria e, di conseguenza, colpito. I resoconti risalenti alla seconda guerra mondiale, in particolare quelli riferiti ad Okinawa, testimoniano la comune pratica della mutilazione genitale, su vivi e morti. Un episodio particolarmente cruento riguarda un soldato del primo reggimento dei marines di stanza ad Okinawa, un soldato vide un commilitone prendere la mira ed infierire sul cadavere di un soldato giapponese che giaceva supino con i pantaloni calati alle ginocchia. Il soldato sparò fino a che non riuscì a centrare il pene. Il commilitone ricorda l’episodio con disgusto ma termina asserendo che “Mac era una persona per bene”5 . Perché il soldato giapponese giacesse con i genitali scoperti non è specificato, ma sotteso. Oltre alla violenza in vita, l’oltraggio in morte. 

In Vietnam, le violenze non furono da meno. La guerra in Vietnam viene ricordata come un teatro di atrocità e non è un caso se circa il 30% dei veterani, tra gli 810,000 e i 2,7 milioni6, hanno sofferto di Sindrome da Stress Post Traumatico. Ad Ho Chi Minh city, il museo sulla guerra del Vietnam, offre un crudo spiraglio sulle atrocità della guerra, mutilazioni, teschi legati sulle barche con cui i soldati risalivano il Mekong, persone in coda in attesa di venire uccise che ascoltavano il suono del proiettile incontrare la testa dei propri cari, vicini, conoscenti. L’apparato fotografico del museo è notevole, le immagini sono difficili da rimuovere dalla memoria, soprattutto quelle relative agli effetti di lungo periodo dell’Agente Orange e delle armi chimiche sperimentate dall’esercito statunitense sul popolo e sui combattenti vietnamiti. Una foto, ritrae una pila di cadaveri al cui apice giace scomposto un cadavere nudo, quasi scolorito, non fosse per la macchia di sangue enorme che ne allaga e ingloba i genitali. Ecco cos’era il Vietnam. Harold Bryant del 1° reggimento della cavalleria racconta di quest’uomo, “un bianco” che mutilò un vietcong e gli infilò il pene reciso in bocca7. E ancora pensando alle atrocità di Abu Grahib risulta evidente come anche gli uomini siano oggetto, perché nella violenza sessuale la vittima è deumanizzata, della violenza.  Lo stato di prigionia o detenzione in guerra espone le vittime alla violenza sessuale. Tendenzialmente soldati o combattenti avversari che devono essere piegati, confessare e fornire dati sensibili. La violenza sessuale assurge a vero e proprio strumento di tortura. 

Lo stupro come arma di guerra

L’articolo 27 della Convezione di Ginevra del 1949 riconosce la necessità di tutelare le donne dalla violenza sessuale durante i conflitti:

Le persone protette hanno diritto, in ogni circostanza, al rispetto della loro personalità, del loro onore, dei loro diritti familiari, delle loro convinzioni e pratiche religiose, delle loro consuetudini e dei loro costumi. Esse saranno trattate sempre con umanità e protette, in particolare, contro qualsiasi atto di violenza o d’intimidazione, contro gli insulti e la pubblica curiosità.

Le donne saranno specialmente protette contro qualsiasi offesa al loro onore e, in particolare, contro lo stupro, la coercizione alla prostituzione e qualsiasi offesa al loro pudore.

Tenuto conto delle disposizioni concernenti le condizioni di salute, l’età e il sesso, le persone protette saranno trattate tutte dalla Parte belligerante nel cui potere si trovano, con gli stessi riguardi, senza alcuna distinzione sfavorevole, segnatamente di razza, di religione o di opinioni politiche.

Le Parti belligeranti potranno tuttavia prendere, nei confronti delle persone protette, le misure di controllo o di sicurezza imposte dalla guerra.

Limite essenziale di questo articolo riguarda il riconoscimento delle sole donne come vittime potenziali, quando invece andrebbe esteso a tutte le persone che potrebbero essere targhetizzate dagli stupri di guerra. Il fatto che nella Convenzione sia stato inserito questo riferimento è testimonianza indelebile di tutte le violenze sessuali avvenute durante la seconda guerra mondiale compiute sia dagli Alleati sia dall’Asse8. Inoltre, l’articolo riconosce come violazione anche la prostituzione coatta. Sarà però solo negli anni 90, tragica eco dei conflitti in Bosnia e in Rwanda, entrambi risultati in un genocidio, che la Commissione Onu per i diritti umani dichiarerà, nel 1993,  lo stupro sistemico e la schiavitù sessuale una violazione dei diritti umani, e che la quarta Conferenza Mondiale sulle Donne riconoscerà ufficialmente lo stupro commesso dai soldati come un crimine di guerra. I tribunali internazionali chiamati a giudicare i crimini di guerra commessi nei due conflitti furono i primi a riconoscere lo stupro di guerra e a condannarlo. 

In a landmark case in 1998, the Rwandan tribunal ruled that “rape and sexual violence constitute genocide.” The International Criminal Court, established in 1998, subsequently was granted jurisdiction over a range of women’s issues, including rape and forced pregnancy.9

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nel 2008, ha formalmente riconosciuto lo stupro di guerra come arma di guerra e crimine contro l’umanità nonché un atto assimilabile al genocidio10. Nei 15 articoli della Risoluzione 1820 vengono riconosciute sia la necessità di condannare lo stupro come arma di guerra sia quella di eradicarlo a partire proprio dagli elementi culturalmente e socialmente accettati che generano la mentalità di stupro. Il riconoscimento dello stupro come arma di guerra però incontra ancora ostacoli, non solo da un punto di vista pratico, ma anche normativo-istituzionale, infatti quando nel 2019 è stata adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato con 13 voti una risoluzione per la tutela delle persone vittime di violenza il documento è risultato viziato dall’intenzione degli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, di rimuovere dal documento qualsiasi riferimento alla salute riproduttiva, comprendono quindi in essa il diritto all’aborto11. La scelta della delegazione statunitense ha ripercussioni gravi sia nella prevenzione degli stupri di guerra sia nei sistemi di cura da implementare quando e qualora essi vengano compiuti. Negare il diritto all’aborto alle donne vittime di abusi significa negare loro il diritto alla salute, fisica e mentale, fondamentale diritto umano compromesso in prima istanza dalla violenza sessuale e in seconda dall’impossibilità di accedere a quanto necessario per riappropriarsi della propria esistenza.

Stupri di guerra

Lo stupro di guerra non è inevitabile, non è determinato da necessità fisiologiche e non è un crimine secondario. Lo stupro di guerra è, a tutti gli effetti, un crimine di guerra, un accanimento sulla popolazione civile e non, nonché il simbolo e  il sintomo di una società globale permeata dalla cultura dello stupro. Lo stupro di guerra è investito di molteplici significati che fanno eco alla subordinazione di alcune persone, principalmente le donne, e alla dominazione di altre. L’uso della violenza sessuale come arma è il risultato di una somma di comportamenti e assetti culturali che in guerra, una situazione di drammatica disumanità, esplode mostrando il suo volto più crudele. Nella storia non vi sono state fazioni immuni o parti da santificare e il secondo conflitto mondiale ne offre prova. Il problema non è quale fazione operi la violenza, ma il fatto che questa venga perpetrata, riprodotta e giustificata. Lo stupro di guerra è un crimine contro l’umanità.



1 Division for the Advancement of Women Department of Economic and Social Affairs. “Sexual Violence and Armed Conflict: United Nations Response”, United Nations, 1998.

2 J. Bourke, Stupro, Laterza, p. 408.

3 Ivi p. 408.

4 R. Menon, K. Bhasin, Borders and Boundaries, Rurìtger University Press, p. 53

5 Ivi p.413.

6 Veteran PTSD Statistics That Everyone Should Know, [heroesmiles.com].

7 J. Bourke, Stupro, Laterza, pp. 413-414.

8 A.L. Barstow, Rape as a war weapon, Britannica [Britannica.com].

9 Ibidem.

10 Resolution 1820 (SCR 1820), on sexual violence as a weapon of war, [peacewomen.org] .

11 United States dilutes UN rape-in-war resolution, BBC [bbc.com].



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