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Mai più “Poverine”, recensione del nuovo ebook di Carlotta Vagnoli

Poverine” è un manifesto contro la narrazione patriarcale del femminicidio perpetrata dalle redazioni di tutta Italia, ma non solo. Carlotta Vagnoli, già autrice di Maledetta Sfortuna, ricostruisce il profilo narrativo dei titoli e degli articoli di giornale che non narrano il femminicidio ma lo romanticizzano, raccontando al pubblico storie di mostri, di ex umani le cui forme sono state sfumate nel mostruoso dall’amore. Il complemento d’agente più infausto di sempre, perché se la colpa è dell’amore, il non tangibile amore, allora la colpa organica è di chi quel sentimento lo suscita, ovvero quella porzione di umanità a cui si insegna sentimenti, delicatezza e grazia: le donne.

Carlotta Vagnoli smembra le favole e ne ricompone i pezzi accanto a quelli dei titoli di giornale, li mette in ordine, sul suo tavolino di marmo, e li osserva mostrando anche ai lettori i punti di contatto, i percorsi comuni e, soprattutto gli insegnamenti congruenti. Le favole svolgono, socialmente e storicamente, una funzione educativa, o meglio, educativa in termine di riproposizione di ciò che è considerato consono e accettabile. Nella realtà, molte favole, quelle in cui il mostruoso maschile ama il femminile, hanno una funzione diseducativa. Restituiscono un modello che insegna alle bambine, poi donne, a rispondere personalmente delle azioni commesse sui loro corpi, la loro psiche e le loro vite. Sono le bambine quelle che devono temere il lupo mentre camminano da sole, ammantate di rosso, un colore che ci parla di mestruazioni, di sesso e di colpa. Sono le bambine che devono strizzare un occhio per vedere la meravigliosa anima del mostro, sono sempre le bambine a ringraziare il cacciatore, ad adattarsi ad un mondo di giganti in cui sono state scaraventate senza possibilità di replica.

Carlotta Vagnoli parte dal GGG, da Roahl Dahl e finisce con il citare Palahniuk, e non è un caso. Perché se viste dal di dentro, rovistando oltre le pellicce lucenti, le fiabe non sembrano più quei luoghi rassicuranti e felici in cui si insegna a cercare rifugio. Diventano i luoghi degli intestini estroflessi, degli artigli sulla carne, delle rischieste d’aiuto inascoltate.

Le redazioni del mondo, dell’Italia in particolare, stanno narrando qualcosa che non capiscono. Il femminicidio non è una bella storia finita male, non è un amore troppo grande per un contenitore troppo piccolo, una donna inadatta, incapace di ricambiare la grandiosità di un uomo che, dopo tutto la ama. Il femminicidio non è mai una storia d’amore. Eppure, la narrazione dominate lo dipinge come una storia d’amore tragica, sì, ma pur sempre storia d’amore. L’assassino non è un innamorato gentile, ma una persona che esercita un possesso eterno su un’individualità, reificata dai giornali quasi fosse un oggetto di scena, che ha osato dire, in senso astratto o concreto, no.

Il “no” femminile è la parola proibita, il tabù che le favole insegnano a non pronunciare, perchè dai no non può venir fuori nulla di buono.

Carlotta Vagnoli, quindi, inizia a delineare come dovrebbe essere fatta la narrazione, in punti chiari che nella loro semplicità suggeriscono quanto poco le redazioni abbiano riflettuto prima di gettare in pasto fotografie e biografie ai famelici del morboso, il pubblico che nutrono ed educano a ricercare lo scabroso, ad avere un’opinione e a colpevolizzare quella donna ingrata, quella senza nome, che non ha saputo essere la scala al fattore del suo Dante. Questo testo, forse, ci insegna più di tutto che non si tratta solo di inconsapevole ignoranza, che scusa non è, ma di una scelta editoriale: quella di sfruttare la cultura dello stupro, del patriarcato, per vendere. La conseguenza immediata di questa scelta è il mantenimento del sistema vigente, la riconferma dello status quo, quello che ad oggi, nel solo 2021, ha ucciso 103 donne rappresentando il 40% degli omicidi in Italia.

La scrittura di Carlotta Vagnoli è chiara e diretta, rende agile la lettura di un tema così traumatico, imbastendola di supporto e soprattutto, insegnando la legittimità del sentimento che innesca, velocemente, in chi legge: la rabbia.

Perché se la Bestia ha diritto di essere arrabbiata, in questa società, la Bella deve essere accomodante. E la Bella deve essere bella, deve essere morigerata e pura, in qualche modo, per poter essere compianta e inserita con una foto sorridente su un editoriale. Una Arrabbiata, nelle favole non la si racconta. Carlotta Vagnoli, invece ci racconta le arrabbiate, anche quelle che non possono esserlo perché rischiano la vita. Le pone con rispetto sotto gli occhi del lettore perché impari a pretendere i cognomi e una narrazione che rispetti il dovere della stampa, l’unico dovere della stampa, ovvero informare. Non intrattenere.

Questo ebook ha più di un destinatario, è rivolto sì alle redazioni, ma anche a chiunque legga un articolo, che sia online o su carta. Il destinatario è chi si deve responsabilizzare, rispetto a ciò che scrive o rispetto a ciò che sceglie di leggere.

Immaginare un mondo in cui non si racconta di Bestie a bambine cresciute per essere Belle non è difficile. Basta iniziare a raccontarlo. E Carlotta Vagnoli, come molte compagne, ha già iniziato a farlo.

Carlotta Vagnoli al teatro Franco Parenti durante un evento di Milano Bookcity

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