Skip to content Skip to sidebar Skip to footer

Molestie al telefono: l’aggressore si finge ginecologo

Molestie al telefono: l’aggressore si finge ginecologo e sfrutta i dati sanitari delle vittime per molestarle verbalmente e in videochiamata.

Noemi, su Instagram la trovate come @noemidevitis, è stata la prima a denunciare l’aggressione permettendo a molte altre persone, in tutta Italia, di denunciare la violenza subita. All’inizio, racconta la stessa Noemi tramite le sue storie, sembrava che la questione fosse circoscritta alla sua regione, ma grazie alla velocità di ricondivisione della rete e all’intervento di Carlotta Vagnoli e Cathy Latorre il fenomeno si è dispiegato nella sua dimensione nazionale. Dalla Lombardia alla Puglia, le segnalazioni non mancano e anzi si stanno infittendo di ora in ora i numeri delle testimonianze. Combaciano le modalità e lo schema della molestia.

Noemi aveva effettuato da poco una visita ginecologica quando ha ricevuto una telefonata da un numero privato. L’interlocutore si è presentato come un medico ginecologo del laboratorio di Tricase, il medesimo paese in cui ha sede lo studio del suo medico. L’interlocutore le parla di vaginite e pap test, di sintomi infiammatori e di esiti con perizia, usando una terminologia medica precisa. Conosce persino la sua data di nascita, sintomo del fatto che abbia pieno accesso alla sua cartella clinica. Le parla a lungo spostando la conversazione verso la vita sessuale di lei, chiedendole di masturbazione e dei rapporti con il suo partner. Noemi è a disagio e chiede quale sia la rilevanza di tali domande, ma l’aggressore devia il discorso. Arriva a chiederle di effettuare una videochiamata in cui le chiede di mostrare i propri genitali per una visita da remoto. Noemi rifiuta.

Il tipo di aggressione segue un copione preciso, viene costruita una posizione di autorevolezza e autorità sfruttando la conoscenza dei dati sensibili e la terminologia medica. La telefonata è strutturata per essere lunga e indirizzare la vittima verso dettagli della propria vita sessuale, una tecnica di manipolazione che sfrutta il rapporto di fiducia medico-paziente. Infine la richiesta di immagini giunge al culmine della conversazione.

Noemi, dopo l’aggressione, decide di denunciare, ma le forze dell’ordine le offrono un’accoglienza inadeguata, sminuendo la gravità della situazione. Sottolineano che il numero di aggressori sessuali è ben nutrito e che ne saltano fuori di nuovi ogni giorni. Quella che per loro è una valida ragione per non agire repentinamente è indice del tipo di sistema di tolleranza in cui la violenza di genere trova spazio. Se la quantità delle aggressioni diventa un deterrente all’azione delle forze dell’ordine, anziché essere un incentivo a smantellare un sistema, si crea un ambiente in cui le aggressioni sessuali prosperano e sono tollerate. Non è una casualità che sui giornali appaiano i drammatici dati della violenza di genere in Italia solo a fronte di femminicidi o di stupri particolarmente spettacolarizzabili. La violenza è talmente capillare da essere riconosciuta come tale solo quanto sufficientemente efferata. Ciò che manca è una reale comprensione della violenza la cui matrice risiede nell’accettazione della subordinazione di genere, degli stereotipi, dell’educazione binaria e del linguaggio tossico. Tutte le violenze sono rilevanti, ma in un sistema violento molte non sono nemmeno riconosciute.

Noemi decide quindi di rivolgersi alla rete, di denunciare pubblicamente un fatto grave che ha implicazioni immense. La sua storia diventa lo specchio in cui molt3 riconoscono la propria. Le testimonianze si sommano, le storie di Noemi girano e vengono ricondivise : la rete diventa il teatro della denuncia, privata e sociale. Subentra l’azione di Carlotta Vagnoli e l’offerta di supporto legale di Cathy Latorre, l’azione collettiva viene messa in piedi e i media iniziano a mobilitarsi per raccontare un fenomeno diffuso su scala nazionale.

Questa violenza, racconta un problema sistemico e grave che inizia dalla diffusione della violenza di genere. Il nostro è un paese che tollera la violenza, che la giustifica e la insegna quotidianamente. Si parla di una diffusione di sistema proprio perché vi è accettazione e ripetizione della violenza a più livelli. Una violenza che può essere negata da chi non crede alle vittime o considera certe aggressioni non sufficientemente gravi. Una violenza la cui responsabilità viene addirittura attribuita alla vittima di cui si giudicano i comportamenti e le caratteristiche.

La fiducia che le pazienti hanno riposto nel sistema sanitario viene tradita da una falla di sistema importante e pericolosa. Che sia un individuo impiegato nel settore pubblico, una pluralità di aggressori ubicati in diverse regioni, uno più individui in grado di reperire dati sensibili, la responsabilità del sistema sanitario è evidente. I dati di pazienti ginecologiche e oncologiche sono stati carpiti dai data base statali e sfruttati per operare una serie di aggressioni. Il Ministero della Salute stesso dovrebbe intervenire per implementare la gestione sicura di tali dati in cui, ricordiamo, sono presenti anche le coordinate abitative delle vittime.

La fiducia, nuovamente, è uno degli elementi che rischia di essere brutalmente compromesso ed esporre le vittime a rischi ulteriori. Venuta meno la fiducia nel sistema medico-sanitario, le vittime potrebbero essere restie a contattare le strutture sanitarie in caso di bisogno, potrebbero essere spinte dal trauma ad ignorare sintomi e patologie pur di non entrare in contatto con il sistema in cui è nata la violenza. Il rischio per la salute fisica è elevato e notevole e non deve essere sottovalutato dalle autorità. Allo stesso modo, la solidità della fiducia nei funzionari statali e nei servizi di pubblica sicurezza potrebbe evaporare a fronte del tipo di respingimento esperito da Noemi. Il che rischia di allontanare lei e le altre persone dagli elementi dello stato a cui 3 cittadin3 dovrebbero rivolgersi in caso di bisogno. La solitudine e l’isolamento delle vittime è una pena accessoria inflitta dagli aggressori.

Le forze dell’ordine, inoltre, dimostrano fin troppo spesso di non essere in grado di trattare in maniera adeguata le denunce e le vittime di violenza. Le parole con cui si accolgono tali denunce sono importanti e servono a far sentire la vittima accolta e tutelata. Purtroppo capita sempre più spesso che le parole e gli atteggiamenti siano respingenti, colpevolizzanti e non consci dell’impatto psicologico delle aggressioni sessuali. Sarebbe opportuno attivare percorsi di formazione in cui professionisti qualificati insegnino alle forze dell’ordine la centralità dell’accoglienza nella richiesta di giustizia. Per fare ciò sarebbe necessario un riconoscimento completo a livello statale della diffusione e della gravità della violenza di genere. Lo Stato dovrebbe osservarsi scrupolosamente e assumersi la sua parte di responsabilità.

Il caso di Noemi non è il primo e non sarà l’ultimo. Viene da chiedersi quando giungerà il momento in cui non sarà più onere delle vittime fare sensibilizzazione e agire per cambiare il sistema. Oltre a gestire ciò che si è esperito, sono sempre di più le vittime che si fanno carico delle fallace di sistema, cercando di dare voce a chi è stato aggredito. Un sistema in cui le vittime devono lottare perché la giustizia noti la violenza stessa è altamente disfunzionale, ma grazie al lavoro di queste la situazione cambierà.

Attualmente il caso di Noemi sta attirando attenzione su una situazione sistemica, una serie di molestie avvenute grazie a buchi e ombre del sistema sanitario e alla tacita connivenza di chi non considera seriamente tali denunce.

Noemi ha attivato un gruppo di azione che si sta muovendo sia per raccogliere testimonianze, sia per aprire una causa collettiva. Il gruppo è anche una prima rete, un supporto, per sostenere tutte le persone che hanno subito questa violenza non riconosciuta. 

Se la storia di Noemi ti sembra la tua, contattala su Instagram @noemidevitis. Se la storia di Noemi somiglia alla tua sappi che non sei sol*, che c’è una rete pronta ad accoglierti e che si sta ingrandendo. Perché nessuno deve essere lasciato sol*, e che se il sistema non è in grado di tutelare in maniera adeguata * suo* cittadin* è ora di cambiare il sistema.  

E ricordati, il tuo disagio è legittimo, la tua paura è legittima e no, non è mai, mai, mai colpa tua. 

Leave a comment