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Pagheremo per l’ossigeno: il paradosso della lotta alla deforestazione

Il 2 novembre centinaia di paesi hanno dichiarato il loro impegno a eliminare la deforestazione entro il 2030. Questi 9 anni di attesa peseranno sul clima e sulle popolazioni indigene, il limite temporale, infatti, rischia di essere interpretato come l’ultima finestra per procedere al disboscamento. Eppure, questo non è l’unico rischio. Una delle strategie più interessanti per arginare la deforestazione è il pagamento di incentivi a quei paesi del sud del mondo in cui risiedono le più alte concentrazioni di foreste. L’idea è quella di fornire un ingresso tale per cui le foreste non solo verranno mantenute, ma addirittura protette come fonte di guadagno.


Il Gabon, ad esempio, è uno dei più strenui promotori di questa iniziativa. Coperto per l’85% da giungla, il Gabon è uno dei sei paesi in cui si estende la foresta del Congo, la seconda foresta pluviale più grande al mondo. La capacità di assorbimento della foresta del Gabon è pari ad un sequestro di 140 milioni di tonnellate, contro i 25 milioni di tonnellate prodotte dal paese stesso. In buona sostanza il Gabon riesce ad assorbire l’equivalente di un terzo delle emissioni della Francia. Usare i fondi promessi alla Cop26 per garantire il mantenimento di questi bacini, carbon sinks, è cruciale, ma apre una profonda dinamica su cui sarebbe opportuno interrogarsi.


Da un lato, i paesi del Nord del mondo hanno un dovere storico nel risarcire e sostenere quelli del sud del mondo, depredati da secoli di oppressione coloniale e produttiva, ma anche dalla distruzione economica e strutturale causata dal Piano Marshall. L’ingerenza dei paesi occidentali, con i prestiti in cambio di liberalizzazioni del mercato e riduzione dei servizi pubblici, non hanno solamente distrutto il settore pubblico e arricchito schiere di governi autoritari, hanno anche interrotto la progressione di ordini politici diversificati, appiattendo la proposta politica mondiale e le possibilità da essa derivate. Il capitalismo, in buona sostanza, si è espanso assorbendo ed egemonizzando la diversità politica acquistando il controllo dei mercati. L’impegno a risarcire i paesi del sud del mondo, a fornire gratuitamente le tecnologie verdi e soprattutto il know how per implementarle, onde evitare un’ennesima dipendenza assistenzialista, è perciò da considerarsi una questione di debito più che di aiuto. Eppure rischia di esporre le foreste e la tutela ambientale alle stesse
dinamiche perverse che hanno portato il pianeta sull’orlo del collasso.


Si trasformerebbe così la tutela delle foreste in un bene. Dare un valore economico alla protezione delle foreste significa gettarla nel mercato in cui diversi attori, con diversi interessi e capitali possono intervenire. I finanziamenti per la preservazione potrebbero non essere in grado di competere con i guadagni promessi dalle aziende private intenzionate a deforestare per aprire bacini minerari, soprattutto in Africa e in Sud America, e acquisire terreni per l’agribusiness.


Abbiamo un’occasione per le mani, oltre che una crisi di portata apocalittica, possiamo finalmente essere parte di una nuova rivoluzione, la rivoluzione sostenibile, una serie di processi di decostruzione e rielaborazione che portino all’instaurazione di un nuovo sistema in cui lo sfruttamento, umano, animale e ambientale è solo un turpe ricordo.

Foresta vergine

Per coglierla sarebbe opportuno che i governi, ma anche la società civile, iniziassero ad agire sulla base di ciò che è giusto, non di ciò che conviene. In caso contrario realizzeremo solo una versione rinverdita di un sistema marcio, lasciando che i ricchi del mondo sopravvivano sul sacrificio dei più. Pagheremo per l’ossigeno, questo è il paradosso della lotta alla deforestazione, che ci trasporterà in un’era in cui anche l’aria avrà un prezzo perché il denaro è l’unica unità a cui riconosciamo valore. E la vita umana, quella non capace di produrre guadagno o di acquistarsi un posto nei paradisi della sopravvivenza, ne uscirà distrutta. Uccisa, in compagnia di foreste e animali incapaci di produrre reddito in quanto esistenti al solo scopo di vivere. E questo è un mondo in cui non vorrei continuare a vivere.

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