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Per essere solidali

La solidarietà sembra naturale quando un invasore attacca un altro paese, quasi fosse una reazione fisiologica, appare ma non è così. Ci sono invasioni a cui non siamo mai solidali e, soprattutto, il nostro essere solidali non trova riscontro di continuità.
Essere solidali, dopotutto, è un esercizio precedente e antecedente le crisi. Ed è su questi due periodi che noi italiani, dovremmo soffermarci un momento prima di procedere.
Soprattutto perché, per essere solidali, dobbiamo fare scelte solidali e non limitarci ad espressioni di solidarietà.
La maschera di Putin, di uomo potente e incontrastabile è stata lavorata e raffinata nel tempo e anche noi, proprio noi italiani, abbiamo avuto un ruolo nel lasciare che si solidificasse, venisse rimodellata e asciugasse.
Alcuni italiani più di altri, in maniera diretta, ma altri più di altri ancora con il sostegno politico.
Nel nostro paese, infatti, una buona fetta di politica si è sempre mostrata infatuata, se non tristemente succube, di Putin. Lo hanno lodato, invitato e ammirato, ne hanno parlato ai comizi, hanno indossato maglietta da fan club e hanno stretto mani e accordi, anche nella speranza di veder riverberare su sé stessi quelle stessa immagine dura, virile e potente.
Sono gli stessi che pregano e piangono, gli stessi che a Trump avevano steso lunghi tappeti di consenso, che ammiccano ad Orban e che con Erdogan non hanno grossi problemi, che parlano di rinascimento con chi viola sistematicamente i diritti umani, quelli che apprezzano il muro polacco e sorridono a chi trattiene i migranti nei campi sulla costa.
Questa classe politica, questo nugolo di mosche avvinghiate a sedili fradici di idee stantie e obsolete, non può passare inosservata in un momento del genere. La nostra solidarietà si deve riempiere, completare, estendere a tutto quello che siamo stati sempre troppo al sicuro per guardare, un po’ per comodità un po’ per quella paura tutta umana che l’orrore avesse la capacità di propagarsi, di arrivare anche a noi.
Se vogliamo essere solidali dobbiamo iniziare ad esercitare la memoria e ricordarci chi e come ha sfruttato l’amicizia con Putin, ma anche con tutti gli altri dittatori e oppressori, per il proprio tornaconto politico.
E dobbiamo concretizzare la solidarietà affinché queste persone non trovino più spazio nella nostra politica, perché una politica contro la guerra, una politica umanitaria, non si può sospendere quando l’aiuto giunge dal mare e attivare quando arriva da chi reputiamo essere meritevole.
Il merito non è un criterio valido, perché è una categoria che in politica può essere davvero riempita con qualsiasi cosa.
I diritti umani sono inalienabili, inscritti nell’essenza stessa dell’essere umani, non possono essere soggetti a giudizi di adeguatezza.
Un sistema che rinforza questa percezione del diritto, che lo snatura ascrivendolo ad un’interpretazione non è un sistema che tutela i diritti umani. Una classe politica che contribuisce alla costruzione della propaganda personale di un dittatore non è una classe politica che tutela e rappresenta degnamente il suo popolo.
Siamo solidali, ora e nell’ora peggiore, ma dobbiamo imparare ad esserlo sempre. Non solo quando sentiamo la concretezza del pizzicorio delle conseguenze di un conflitto NATO.
Perché così non siamo solidali, siamo solo persone che si preoccupano di sé stesse.
Ed è ovvio che questo non vale per tutti, che c’era già chi si preoccupava, chi chiedeva una solidarietà reale anche prima, conscio che i molti si fermano solo di fronte al cadavere di un bambino sulla costa Turca, e che si trattengono solo per l’attimo di sgomento prima di riprendere a guardare le vetrine di merce prodotte da donne e bambini sfruttati ma che non appaiono su tutti i giornali.
Dobbiamo imparare ed esercitare una solidarietà vera, non strumentale, non intermettente.
E dobbiamo pretendere che chi ha contribuito al potere di Putin sia responsabilizzato e non occupi più un ruolo politico di rilievo. Perché altrimenti, significa accettare il sostegno ai dittatori e agli oppressori del mondo, quindi rimanere in attesa della prossima notizia che ci lascerà sgomenti ma senza aver fatto nulla
per prevenirla.

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