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Perché dobbiamo parlare della scenetta di Checco Zalone e Amadeus a Sanremo?


Dobbiamo parlare della scenetta di Checco Zalone e Amadeus a Sanremo perché la dissidenza politica e l’attivismo politico sono spesso più scomodi di quanto si è disposti ad accettare. Se piacesse sempre, allora, sarebbe solo intrattenimento e non rottura con un sistema oppressivo.

Vi chiediamo di leggere fino all’ultima riga prima di reagire al testo.

Prima di tutto, ragioniamo su cosa sono questo articolo e tutti post che sono usciti in queste ore su Instagram. Si parla infatti di critica, ovvero di una valutazione del fatto. È un esame il cui scopo e osservare crudamente la questione per darle un valore e poter modificare o ricostruire percorsi alternativi. La critica è il processo attraverso cui la ragione umana acquisisce consapevolezza dei propri limiti. Siamo però disabituati alla critica da un sistema che promuove modelli da idolatrare, intoccabili, nascondendo la loro normalissima imperfezione e i loro comportamenti oppressivi.

La Critica

La critica è uno strumento politico, ma spesso viene confusa con l’attacco personale orientato a distruggere un individuo. La confusione dei piani è strumentale e serve a rigettare la critica stessa, ascrivendola all’ambito delle questioni personali e permettendo, di fatto, di non prestarle attenzione semplicemente non ascoltando. La critica è utile, ci serve. Senza l’analisi dell’errore non si impara nulla e, soprattutto, non si modificano gli schemi comportamentali più problematici. 

L’errore ci fa così paura che quando è commesso da una persona che ammiriamo lo rigettiamo per estensione. E quindi, contribuiamo a preservare la sua reiterazione.

Cosa è successo a Sanremo

In queste ore chi ha espresso dissenso nei confronti dello sketch di Checco Zalone e Amadeus ( tenete a mente questa congiunzione coordinante) sta ricevendo una marea di odio, lo potete leggere nelle storie di Carlotta Vagnoli e Sofia Righetti.  Perché? Perché Checco Zalone è ammirato a tal punto. Non possiamo però lasciare che l’ammirazione e l’affezione ci impediscano di vedere cosa è accettabile e cosa no. Inoltre è essenziale ricordare quanto detto prima, perché la critica non è una condanna di damnatio memoriae, ma un ragionamento politico. Soprattutto se la critica permette di analizzare lucidamente la profilazione discriminatoria di una minoranza

Perchè lo sketch di Checco Zalone è transfobico

Arriviamo alla questione centrale. La scenetta di Checco Zalone e Amadeus aveva intenzione, parvenza, di voler essere uno sketch contro la transfobia ma si è risolta in uno sketch transfobico e razzista. Perché? 

Analizziamo le parti narrate e poi le parti narranti, che non hanno valore secondario.

La storia presentava tre personaggi, il pater familias, il figlio e una donna trans. La rappresentazione della persona trans è basata sugli stereotipi più tipici degli anni 90. Si racconta di una persona trans, brasiliana e sex worker. Il tricolon (accostamento di tre elementi) è una composizione di pregiudizi che non fanno che aumentare lo stigma nei confronti delle soggettività trans, delle persone che fanno sex work e delle persone trans razzializzate. Le persone trans vengono spesso associate al sex work, ancor di più quando sono razzializzate. E le persone che fanno sex work vengono ascritte al canone dello scabroso, della strada e della vergogna. Questi tre elementi sono già problematici di per se. 

La figura del figlio, segue stereotipi tipici di un semistema eteronormato che femminilizzano il carattere e le espressioni del personaggio. Il che attinge nuovamente agli schemi socialmente semplificati che non accettano che il maschile, per come è socialmente costruito, possa amare una persona trans.

Infine, arriviamo al pater familias. Un uomo transfobico e sessista, che dovrebbe essere oggetto della satira. Eppure, la parte di decostruzione del personaggio avviene in modalità ambigue. Infatti non si dimostra che il padre sbagli a essere transfobico punto, ma si dimostra che il suo errore sussista come conseguenza di una dimostrazione di ipocrisia (Se X sostiene Z ma poi fa B allora Z non è valido).

Il padre viene “screditato” perché, nel rispetto degli stereotipi, la notte, lontano dalle attenzioni di corte, frequenta persone trans che fanno sex work, nello specifico la protagonista della storia. Di nuovo, l’ipocrisia smascherata (un outing se vogliamo) rimette la figura delle persone che fanno sex work nell’ambito del segreto e dell’errore. In aggiunta, cosa di base rende meno credibile la posizione del padre? Qual é l’artifizio retorico, o gag comica, utilizzato per erodere la posizione del re? Il rapporto con una persona trans presentato come mezzo di svirilizzazione, infatti l’idea del maschile viene erosa nel momento in cui esce dalla relazione eterocanonizzata e per questo viene fatta risultare ilare alle orecchie del pubblico. Per contrasto, si dipinge un prototipo di coerenza virile e transfobica allontanando il maschile standard da alcuni tipi di relazioni, in buona sostanza quelle che prevedono la penetrazione anale. Perché è proprio su quell’elemento che al pubblico il re appare meno virtuoso. E questa è una perfetta descrizione della transfobia, dell’omofobia e degli stereotipi di genere riproposti dalla scenetta di Checco Zalone e Amadeus.

I personaggi sono stereotipi, ma non sono pensati pensati per uscire dalla caricatura e, anzi, questa viene forzata e usata per dimostrare che il problema di base è l’ipocrisia. Che messaggio si trasmette quindi? Che se una persona non ha relazioni con una persona trans allora può essere autorizzata ad essere transfobica perché coerente? Che la transfobia è sbagliata se e solo se tocca da vicino la nostra esperienza? Non si ragiona, e quindi non si spinge il pubblico a ragionare, sul fatto che la transfobia sia sbagliata a priori ma si subordina il riconoscimento di errore ad una condizione che potrebbe anche non sussistere. Si ricade poi nel pericoloso spostamento di responsabilità per cui l’idealtipo del discriminante è collocato in seno alla comunità stessa, alla persona che odia perché odia sé stessa, chiudendo la possibilità di vedere quanto la transfobia sia in verità diffusa in tutto il tessuto sociale, soprattutto in quello eterosessuale.

Perché è stato messo in scena questo pezzo

Arriviamo a chi mette in scena lo sketch. Checco Zalone è la maschera di Luca Pasquale Medici. Il personaggio è rappresentativo dello stereotipo dell’italiano medio. Nei film di Zalone, questo personaggio interagisce con dei sistemi oppressivi per poi avere una redenzione finale. Quindi, vien da chiedersi, come mai è stato inserito nel palinsesto del programma di punta della Rai.

Non sarà mica in un modo come un altro per attirare un pubblico immenso e soprattutto, far seguire al palco dell’Ariston, e a chi lo calca in veste di direttore artistico, il medesimo percorso? 

Quello di Checco Zalone non è un monologo, ma uno sketch a due, con un co protagonista che svolge un ruolo molto più articolato di quello che sembra, Amadeus non fa da spalla, Amadeus interpreta la parte moralizzante. Si indigna per le accuse di sessismo che riceve, fa l’elenco delle qualità delle donne che ha scelto (sessismo benevolo da manuale) e ride alle peggiori uscite dello sketch da dietro il leggio. Lui narra, e ride. 

Questi spettacoli non sono improvvisati, sono frutto di selezione,  prove e contrattazione. E chi opera questa selezione elargendo il lauto budget della Rai? Il direttore artistico. Lo stesso che qualche mese fa ha reiterato una dichiarazione sessista in veste di rappresentante di Sanremo. Lui, che non crede alle quote rosa in campo artistico (sia mai che portino una donna a fare un minimo comico non appassito) e che valuta caso qualità di una donna in base a quanta ombra  del compagno occupi. 

Sul palco dell’Ariston, però è un uomo nuovo, che cerca di compensare trattando in maniera esageratamente leziosa le ospiti e le concorrenti, che tocca, cinge, e accompagna fisicamente la co-conduttrice Lorena Cesarini ad ogni occasione possibile e che partecipa allo sketch da una posizione di distaccata superiorità, tradita nelle risate sguaiate.

Perché è stato accettata questa scenetta?

Perché c’era necessità di parlare di transfobia, ricordiamo che lo scorso anno il DDL Zan è stato uno dei temi politici più caldi in assoluto, e c’era volontà di gettare una bella luce arcobaleno su un palco stantio, tenuto in piedi dalle solite classiche strutture di potere. Checco Zalone una cosa giusta l’ha detta, la responsabilità di quello che è stato detto non è solo sua ma anche di “Ama”, assurto a personaggio pop negli ultimi giorni.

Arriviamo poi alla parte finale di quella che vuole essere una critica e non una demolizione, come si può fare uno sketch del genere senza che risulti transfobico? Le soluzioni ci sono e sono anche di semplice attuazione. In primo luogo si potrebbe assumere una persona trans che possa costruire lo sketch con il comico in modo da insegnargli come e cosa è ironia e cosa è stereotipo discriminatorio

Uno dei problemi della comicità è che, come tutte le cose, può servire più parti. Può essere un veicolo di liberazione e rappresentazione degli oppressi, ma può essere anche la voce del padrone. Infatti le battute abbassano il registro normalizzando le discriminazioni e depotenziando la lotta. Sminuendo con l’artifizio della risata un’istanza politica la satira perde il suo potere di livellatore dal basso e diventa mezzo di appiattimento dall’alto.

Oppure, opzione ancora più interessante, si potrebbe assumere una persona trans che di mestiere fa il/la comico/a.

Con queste semplici soluzioni si corre un rischio davvero sottile, si rischia di non mettere in scena l’ennesima pantomima transfobica e di far ridere per davvero, tutt*.

Anche perché, di chi si rideva in quella scenetta? Del padre che “va a trans”, del figlio con la vocetta e della donna trans “metà e metà”. Non si ride del padre in quanto transfobico. Non si ride del sistema di potere per cui un padre di famiglia assurge a guida morale del sistema. 

Conferma della problematicità di quella scena e delle modalità di narrazione, perché quella non è rappresentazione, sono le reazioni che ha avuto una certa parte di politica particolarmente avversa al DDL Zan e alla tutela delle identità discriminate dall’omolesbobitransfobia di sistema:

Si ride proprio degli elementi che si dovrebbero difendere.

Vi lasciamo con una massima di Chaplin che più di tutto definisce la comicità e il ruolo del comico nella narrazione del dolore:

Il mio dolore può essere la ragione per la risata di qualcuno.

Ma la mia risata non deve mai essere la ragione per il dolore di qualcuno. 

Charlie Chaplin

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