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Quando ci accorgiamo di una guerra: Il limite

L’invasione della Russia è una dimostrazione di forza accompagnata da una dichiarazione di intenti. L’Europa sta osservando il più grande conflitto dalla seconda guerra mondiale e le predizioni iniziano a smuovere pezzi della scacchiera NATO, prevenzione, minaccia, una rassicurazione che Putin non può ignorare: oltre un certo limite gli sarà impedito proseguire.
Quello su cui vorremmo ragionare è la natura del limite, quali sono le sue metrature e le sue estensioni? E quanto questa consapevolezza, ma anche la collettiva educazione al limite, insegna a collegarlo solo in funzione di un carattere di prossimità e, quindi, a negare o non considerare tutti gli eventi che si collocano nel “lontano dal limite”.
L’Europa considera limite quello stabilito dal proprio perimetro esterno che comprende non solo l’orlo dei paesi dell’Unione ma anche quelli che, in tempi passati, sarebbero stati chiamati stati cuscinetto, tutto ciò che è oltre è solo rumore bianco.
Ecco perché a guerra intestina in Etiopia non è stata considerata rilevante o perché oggi non si parla anche delle tensioni crescenti in Africa Occidentale, dove le forze jihadiste stanno avanzando dal Mali, dal Niger e dal Burkina Faso verso i paesi della Costa.
O ancora, perché del genocidio in Palestina si parla sempre e solo quando un’escalation coinvolge l’esercito e il lavoro di monitoraggio e testimonianza delle continue privazioni subite dalla popolazione palestinese si occupano osservatori paralleli, sempre attivi.
Il limite che non vogliamo che si superi è quello che minaccia la nostra sicurezza in maniera incontrovertibile, quello di un volto di donna spaccato e di un infante separato dal genitore. Il limite è accogliere migranti che abbiamo deciso essere amici sulla base del nostro interesse bellico mentre abbiamo ignorato quelli dalla cui accoglienza non potevamo guadagnare in immagine e alleanze.
Il limite è il nostro immediato interesse.
Il tratto che segna fin dove la nostra empatia e la nostra preoccupazione si spingono siamo noi stessi.
Sono questi corpi di nazioni percepiti come inviolabili, legittimati a godere del diritto alla vita e alla libertà più di tutti gli altri.
Se questa guerra ci deve insegnare qualcosa, senza scadere nella pochezza del pensiero positivo e della gioia delle piccole cose perché questi sono ragionamenti non emancipati da questa visione del limite utilitaristico, è che dovremmo iniziare ad essere osservatori più coscienti e imparare a smettere di ragionare per compartimenti stagni.
Perché i segnali di guerra c’erano, ma ci sono state tante guerre di cui siamo poco curati nel tempo ed è ora di cambiare registro.
Perché percepire la dignità umana in maniera spezzettata e interessata, significa non riconoscerla, peggio non conoscerla davvero, e, dunque, lasciare che essa sia opinabile e relativizzabile quindi violabile in funzione di qualcosa.
Il limite dell’Europa, che ha portato alla sottovalutazione degli spostamenti militari di Mosca in Kazakhstan, è il ragionamento eurocentrico.
Il nostro limite è poi ciò che ci trattiene, che ci separa e, in ultima analisi, che ci isola. Finché ciò che accade oltre l’orlo esterno non è più ignorabile.

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