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Sharbat Gula. Uno sguardo senza nome

Sharbat Gula

Chi è questa ragazza e qual è la storia che si cela dietro questi occhi? Provate con l’immaginazione a spostarle le mani dal volto. Forse ora il suo viso vi è più familiare. Lei è Sharbat Gula, per lungo tempo nota solo come “the Afghan Girl”, “la ragazza afgana”, fotografata nel 1984 dal fotogiornalista Steve McCurry e divenuta così nota al pubblico internazionale.
Il suo volto scoperto, infatti, compare per la prima volta sulla copertina di National Geographic nel giugno del 1985 e diviene immediatamente un’icona, il volto di una guerra senza fine.

Oggi Sharbat Gula è in Italia come richiedente asilo.


Inizialmente la sua identità rimane nell’anonimato e sarà solo dopo il lancio di una lunga campagna per il suo ritrovamento (ben diciassette anni dopo) che il suo volto avrà finalmente un nome: Sharbat Gula. Per certi versi la storia di questa ragazza, oggi donna, ha dell’incredibile e dell’assurdo in quanto si intreccia e talvolta si sovrappone alla storia di un paese, l’Afghanistan, profondamente segnato da conflitti che ormai sembrano ripetersi ciclicamente. Un territorio, quello afghano, che già in piena Guerra Fredda, soprattutto alla fine degli anni ’70, viveva un clima di forti tensioni interne destinate ad un’escalation scatenata da un maggior coinvolgimento negli affari interni da parte dell’Unione Sovietica. Quest’ultima, impegnata in una guerra ideologica con gli Stati Uniti e il blocco occidentale, manteneva storicamente profondi legami con il governo afgano.

Quindi, per tutelare i propri interessi, la potenza sovietica nel 1979 decide di invadere militarmente
l’Afghanistan, di fatto peggiorando non solo la situazione interna, ma destabilizzato ulteriormente il già precario equilibrio geopolitico internazionale. Infatti, se fino ad allora il conflitto era stato una questione interna, limitata al popolo afghano, la presenza dei soldati sovietici la trasformò in una guerra di liberazione dall’occupante straniero, alimentando l’adesione, anche da parte dei nazionalisti più moderati, ai gruppi ilitari di resistenza e d’opposizione formati dai cosiddetti mujaheddin, i combattenti per la Jihad e per la patria. Questi ultimi venivano armati, finanziati e sostenuti dagli Stati Uniti, in particolare con l’Operazione Cyclone, denominazione della CIA per quella che è stata una delle operazioni più lunghe e costose nella storia dei servizi segreti americani, finalizzata proprio a sostenere questi gruppi militari.

La genesi della foto di Sharbat Gula

All’inizio quindi, il conflitto afgano aveva già causato numerose devastazioni e perdite per entrambe le parti, ma soprattutto drammatica era la situazione tra i civili che per fuggire alla morte dovettero lasciare le proprie case e la propria terra, cercando rifugio nei paesi limitrofi. È in questo stesso anno che Steve McCurry viene contattato da National Geographic per realizzare un fotoreportage nei vari campi di profughi allestiti lungo il confine afgano-pakistano. La National Geographic è un’istituzione scientifica statunitense che si pone come obiettivo quello di promuovere la conoscenza e la divulgazione del sapere attraverso la “potenza della scienza, dell’esplorazione, dell’educazione, raccontando le realtà del mondo, della sua natura e delle sue culture.”


National Geographic pubblica una rivista mensile nella quale i racconti di guerra hanno sempre trovato spazio proprio attraverso e grazie l’uso della fotografia. È quindi con questo scopo, quello di raccontare il dramma vissuto dai profughi afgani, che nell’estate 1984 Steve McCurry si trova nel campo di Nasir Bagh. Qui, McCurry si ritrova a fotografare una classe di giovani afghane e tra tutte, disse in seguito, fu subito colpito proprio da questa ragazza dagli occhi verdi e dal suo sguardo così particolare. Scattò dunque una serie di primi piani a colori, aspetto tecnico che fino ad allora non veniva spesso utilizzato nel fotogiornalismo di guerra. In precedenza, infatti, veniva preferito il bianco e nero, ed i soggetti immortalati erano spesso combattenti armati, corpi mutilati, e situazioni di cruda sofferenza. McCurry, tuttavia, decide di esprimere nuovamente quel cambio di passo che caratterizza il fotogiornalismo di quel periodo e che egli stesso aveva portato avanti qualche anno prima.

Prediligendo l’uso del colore e catturando soggetti vulnerabili come donne e bambini, riusciva a stimolare maggiore empatia nel pubblico occidentale. È proprio il colore che permette di evidenziare la particolarità più evidente ed intrigante della ragazza afgana, i suoi occhi, in perfetto contrasto cromatico con l’abito rosso. Inizialmente lo scatto preferito da McCurry è proprio quello in cui la ragazza copre per metà il suo volto. Tuttavia l’editore scelse diversamente, pubblicando sulla copertina dell’edizione del giugno 1985, il volto in primo piano e senza velo della giovane ragazza afghana. Subito lo scatto ebbe un successo mediatico clamoroso. Ma la sua reale identità, come detto prima, rimase nell’anonimato. Il suo volto era ovunque, ma nessuno sapeva realmente chi fosse.

The Search of the Afghan Girl

Solamente diciassette anni dopo, nel 2001 (sette mesi prima dell’11 settembre) la National Geographic lancia una campagna per ritrovare la ragazza afgana, “the Search of the Afghan Girl”, mobilitando forze e mezzi mediatici senza precedenti e coinvolgendo i servizi segreti e l’FBI. Le prime ricerche tuttavia non portarono a nulla e per qualche mese la ricerca sembrava destinata ad un buco nell’acqua. Ad inizio 2002 però finalmente sembrerebbe esserci una pista che porta alla ragazza afghana. Dopo diverse verifiche non c’è più dubbio…
“È lei!” Così intitolerà il seguente numero National Geographic nell’edizione italiana. “Found”. Trovata. Sarà questo invece il titolo dell’edizione americana. Finalmente “la Ragazza Afghana” viene chiamata con il suo nome Sharbat Gula.
Dopo aver vissuto nel campo di Nasir Bagh, Sharbat Gula era tornata in Afghanistan anni prima e viveva tra le
montagne vicino a Tora Bora. Si è in seguito sposata ed ha avuto figli. Ha vissuto osservando le tradizioni che
impongono alla donna di indossare il burka.

Questo è percepito dall’opinione pubblica occidentale come un aspetto opprimente della religione mussulmana nei confronti delle donne. Ciò verrà dunque strumentalizzato dai media occidentali in particolare quelli statunitensi (e da National Geographic stessa) per giustificare “la guerra al terrore”, “the War on Terror”, portata avanti degli Stati Uniti dopo l’11 settembre, contro il fondamentalismo ed il terrorismo islamico.

L’arresto in Pakistan

La particolare storia di Sharbat Gula però non finisce qua. Questa volta il suo volto torna di nuovo in prima pagina quando nel 2016 verrà arrestata in Pakistan con l’accusa di aver richiesto documenti d’identità falsi nel
2014 a Peshawar. L’arresto viene visto come un tentativo da parte del governo pachistano di dimostrare l’efficacia delle politiche contro l’immigrazione illegale. Sharbat Gula si trova nuovamente nel mezzo di una propaganda mediatica. Il suo volto e la sua identità la condannano ad affrontare le conseguenze di una notorietà indesiderata. Dovrà passare due settimane di prigione e subire l’ennesima strumentalizzazione mediatica prima del rilascio e del rientro in Afghanistan, dove verrà accolta addirittura dall’allora presidente Ashraf Ghani.

Sharbat Gula oggi

Oggi Sharbat Gula si trova in Italia, è arrivata il 25 Novembre 2021 a Roma, il governo Italiano ha infatti accolto la richiesta d’aiuto della donna di lasciare il paese dopo la salita al potere del governo talebano in Afghanistan.

Ad oggi l’Afghanistan non ha smesso di essere un territorio di guerra. È di nuovo un paese ostile alle donne e della loro reale situazione si sa poco. Arrivano notizie sconcertanti, ma non sembra più essere una questione d’interesse per l’opinione pubblica occidentale. Oggi, metaforicamente parlando, c’è un silenzio profondo a coprire la verità delle donne afgane. Una verità forse troppo scomoda per essere cercata.

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