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Sindrome da burnout e il privilegio delle cure

Il principe Harry, giovedì 3 febbraio, ha partecipato a un evento virtuale tenuto da BetterUp, la piattaforma di crescita personale di cui è CIO. Durante il suo panel, il principe ha dichiarato di soffrire di burnout e di essere stato costretto a meditare tutti i giorni e a mettere la propria serenità in cima alle sue priorità. La discussione è poi proseguita evidenziando quanto la sindrome da burnout possa essere deleteria per la produttività e la stabilità emotiva di chi ne soffre.
Non è comunque la prima volta che una celebrità parla a cuore aperto di salute mentale e ammette di soffrire di burnout, in passato è stato il caso di Lady Gaga e Beyoncé, ad esempio. Anche giornali e siti d’informazione hanno trattato spesso il tema sottolineando come il trend sia in continua crescita. Persino l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito il burnout nella classificazione ICD come “fenomeno occupazionale”.

Il duca di Sussex durante l’evento virtuale di BetterUp

Cos’è il burnout?

In italiano significa letteralmente “bruciato, esaurito” e si tratta di una sindrome indotta da una condizione di forte stress, cronico e persistente, derivante principalmente dal contesto lavorativo. Il burnout insorge, quindi, a causa di una progressiva incapacità individuale di fronteggiare una situazione gravosa, la quale sfocia poi in logorio psicofisico.
Ne consegue un progressivo disinteresse nei confronti dell’ambiente e del contesto circostante.

Nonostante l’OMS lo consideri un “fenomeno occupazionale” e non una vera e propria patologia psicologica, al burnout sono riconducibili sintomi analoghi a quelli di altri disturbi mentali fra cui l’apatia, la depersonalizzazione, l’irritabilità e la colpevolizzazione. Non si tratta, quindi, di stress ordinario ma di un disagio profondo che deteriora la quotidianità di chi ne soffre rendendo ogni piccolo compito una vera e propria impresa.

Come spesso accade quando si parla di salute mentale anche il burnout è coperto dal velo del taboo. Il problema viene spesso sottovalutato e ricondotto a una presunta pigrizia di chi ne soffre. Così come viene detto di rilassarsi a chi soffre d’ansia e di sorridere a chi soffre di depressione, chi ammette di soffrire di burnout è intimato a prendersi le proprie responsabilità.
La salute mentale viene così ricondotta a una mera scusa tirata in ballo per sopperire alle proprie mancanze e alla poca voglia di fare, un capriccio.

Al fine di evitare ulteriori biasimi e discriminazioni, dunque, chi è colpito da burnout continuerà a soffrire in silenzio portando avanti i propri compiti, nonostante questo richieda un dispendio energetico insostenibile. Così si procede gettando benzina sul fuoco, raschiando il fondo e consumando sempre più velocemente le energie rimaste.
Anche ammettere di soffrirne è complesso; d’altronde, come si fa a confessare che uscire per andare a fare la spesa viene vissuto come un’epopea?
Alla sofferenza individuale si aggiunge poi l’inevitabile paragone con gli altri; ora che il proprio valore come individuo e la propria reputazione si fondano sulla propria presenza online, guardare le vite patinate degli altri sui social media fa apparire i propri struggimenti ancora più dolorosi. Nella piazza virtuale in cui vengono mostrati i successi e le vittorie, confessare di soffrire è un’ammissione di fallimento.

Inoltre, la percezione generale è che il burnout colpisca solo coloro che svolgono un ruolo da cui dipende la vita di altre persone, come nel caso delle professioni sanitarie. In realtà, non è una condizione riservata a chi lavora in ambienti particolarmente stressanti. Il burnout sembra ormai essere Io sfondo generale su cui si costruiscono le dinamiche lavorative; pare inevitabile ed è ormai normalizzato.

Chiaramente, il problema sta alla base, in come vediamo il mondo del lavoro; per raggiungere dei buoni risultati e stare alle aspettative altrui è necessario convergere tutte le energie verso la propria occupazione, a discapito della propria salute. Siamo nell’era della hustle culture, abbiamo interiorizzato l’idea che per essere meritevoli di rispetto dobbiamo lavorare tutto il tempo. La carriera, i propri risultati lavorativi e accademici corrispondono ormai totalmente all’immagine che si proietta di sé stessi. Carriera e valore personale non sono più strade parallele, bensì si intrecciano continuamente.


Il privilegio delle cure

Come nel caso di altri disturbi psicologici, per superare la sindrome da burnout è necessario prendere le distanze dalla causa scatenante, rallentare i propri ritmi e, soprattutto, parlare con unə professiontə; se non gestito al meglio, infatti, alla lunga può portare all’insediamento di disturbi psicologici gravi e permanenti.

Non tuttə, però, hanno la possibilità di accedere alle cure necessarie e tantomeno di assentarsi dal proprio lavoro. In una società in cui i ritmi lavorativi causano disturbi psicologici, allontanarsene e prendersi una pausa per proteggere la propria salute mentale è pura utopia.

Così come altri disturbi mentali, il burnout non guarda in faccia nessuno. Chiunque può esserne colpito ma la sofferenza è più corrosiva per coloro che non possono ricevere aiuto.
La maggior parte delle persone che ammette di soffrire di burnout, infatti, rientra nelle categorie considerate privilegiate. Ciò non vuol dire, però, che siano le uniche persone ad esserne colpite.
Se si è già parte di una categoria discriminata, infatti, anche ammettere soltanto di essere in burnout può rappresentare un rischio; può essere visto come pigrizia o immaturità ed essere usato come scusa a sostegno delle discriminazioni. Inoltre, le minoranze devono generalmente rispondere ad aspettative molto più alte, dovendo dimostrare a tutti i costi di meritare rispetto e il proprio spazio all’interno della società.

Negli ultimi anni fortunatamente la salute mentale sta divenendo un tema sempre più normalizzato; purtroppo, però, il dialogo non è sufficientemente inclusivo. Finché si etichetterà chi ammette di avere un disagio psicologico come una persona pigra e debole, la situazione non migliorerà, anzi, la ferita si farà sempre più profonda. Silenzio e ignoranza non possono essere la medicina giusta.
Il burnout è un fenomeno sociale più che individuale, è un’afflizione dovuta allo stile di vita che la società promuove come quello corretto. Se non si prendono accorgimenti su larga scala, il problema dilagherà esponenzialmente, colpendo sempre più persone, incluse coloro che non hanno la possibilità di uscirne al meglio.

È indispensabile ampliare il discorso sulla salute mentale, tenendo a mente che, purtroppo, anche nella sofferenza si riconferma la scala dei privilegi. Non tuttə possono mettere in pausa la propria vita come il duca di Sussex.
Strumenti come il bonus psicologo non sono opzionali, dovrebbero essere lo standard da cui partire.

Tuttavia, in Italia tutelare la propria salute e sicurezza è una cosa prorogabile, cambiare un rubinetto, invece, non lo è.

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